I giochi di guerra in Siria e i rapporti di forza nel mondo ieri ed oggi

I mercati hanno reagito all’attacco congiunto di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, contro le casematte siriane con una calma olimpica. Intervento inutile, allora? La storia, a volte, si ripete

I mercati hanno reagito all’attacco congiunto di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, contro le casematte siriane con una calma olimpica. Il dow jones, il primo giorno utile dopo l’intervento, ha messo a segno un rialzo superiore all’1,2 per cento. Tendenza poi proseguita nei giorni successivi. Qualche nervosismo in più per le borse europee: Londra che cede qualche punto, per poi riprendersi immediatamente. Parigi non subisce nemmeno questa limitata flessione, come pure Milano. Andamento piatto dopo la paura iniziale, quindi di nuovo: “toro”. Insomma quei giochi di guerra – perché di questo si è trattato – non hanno impensierito.

Intervento inutile, allora? La storia, a volte, si ripete. A metà dell’800 Camillo Cavour decise di partecipare alla guerra di Crimea a fianco di inglesi, francesi ed Impero ottomano contro la Russia. Alla guerra d’oriente, come fu battezzata, partecipò un contingente italiano di circa 20 mila uomini. Scopo della missione non era tanto limitare l’espansionismo russo, quando stringere un’alleanza con i francesi e gli inglesi in funzione antiaustriaca, al fine di garantire all’allora Regno di Sardegna ulteriori passi in avanti verso la formazione dell’unità nazionale. L’intervento degli Occidentali in Siria, come allora, non aveva tanto finalità militari. Lo dimostra il fatto che tutto era stato preventivamente concordato tra i comandi generali degli eserciti in campo, al fine di evitare vittime che avrebbero potuto innescare un’escalation non voluta. Voleva solo avere un significato simbolico.

Rimarcare una presenza occidentale, sotto l’egida americana, in grado di condizionare il futuro politico di quella zona. Quando le armi cesseranno – almeno così si spera – ed inizierà la fase del negoziato. Da una parte gli alleati di Bashar Hafiz al-Asad (soprattutto Russia ed Iran) dall’altra gli Occidentali, in rappresentanza di un blocco di forze che dall’Arabia saudita si estende fino ad Israele. Nel mezzo la Turchia. Prima dell’attacco era componente organica di un tridente che aveva nella Russia di Putin il suo punto di forza. Dopo i bombardamenti, ha assunto una posizione più defilata, seppure venata da ambiguità che solo i futuri avvenimenti potranno sciogliere. Da un punto di vista politico, quindi, l’operazione un qualche successo l’ha riportato, incrinando un’alleanza che sembrava ben più solida e formata. Ma non è oro tutto quello che riluce.

L’alleanza occidentale che si è riprodotta richiama alla mente avvenimenti lontani. Correva l’anno 1928, quando più o meno le stesse potenze, con il “Red Line Agreement” si spartivano quell’immenso territorio e le relative risorse petrolifere. Fu C.S. Gulbenkian, un uomo d’affari armeno, a tracciare su una vecchia mappa dell’Impero ottomano una linea rossa. Segnava i confini all’interno dei quali poteva operare solo la nuova Turkish Petroleum Company (TPC): il cui capitale fu diviso in parti uguali (23 per cento ciascuno) tra l’ Anglo-Persian Oil Company (inglese), la Royal Dutch Shell Company (Olandese), la Compagnie Française des Pétroles (francese), ed il consorzio americano capeggiato dalla Standard Oil di New Jersey. Avvenimento che segnò, per la prima volta, il definitivo ingresso degli Stati Uniti negli equilibri geopolitici dell’intero Mediterraneo.

Lo schema di oggi, dal punto di vista occidentale, somiglia fin troppo a quello di quasi cento anni fa. Con un’Europa che, ancora una volta, non riesce a far sentire la propria voce, ma deve cedere il passo al sovranismo delle antiche potenze neo coloniali. Un dato su cui riflettere. Marca una differenza sostanziale con gli anni del multilateralismo, quando gli Stati Uniti erano capaci di coinvolgere tutti i loro alleati – e le relative strutture militari (leggi la Nato) – in operazioni tese a garantire una governance globale del Pianeta. Questa logica, nel mondo di Putin e di Trump, sembra non aver più diritto di cittadinanza. Prevale, seppure su fronti diversi, una volontà di potenza che rischia di colpire al cuore la stessa democrazia liberale. Almeno così come l’abbiamo conosciuta. “La risposta – ha detto Emmanuel Macron, nel suo intervento al Parlamento europeo – non è la democrazia autoritaria, ma l’autorità della democrazia”. Parole nobili e d’effetto. Che tuttavia stridono, poi, con i comportamenti effettivi. Come mostra appunto l’intervento in Siria e non solo. Ipotesi che non sembrano rispondere al reale dispiegarsi dei rapporti di forza a livello mondiale. Da un lato la Cina e più prossima all’Europa, la Russia di Putin, la Turchia di Erdogan, l’incerta evoluzione di “America first” teorizzata da Donald Trump.

Sono segnali che dimostrano come quello spazio di libertà partecipata, che è stata una delle caratteristiche della storia più recente, si stia restringendo. Troppo presto per tentare una risposta definitiva. Ma l’accresciuta concorrenza internazionale non riguarda solo l’economia. Comporta conseguenze di carattere sistemico, specie per quanto riguarda la catena di comando che dovrà essere accorciata per divenire più efficiente. Con quali conseguenze sugli aspetti istituzionali più complessivi e sugli equilibri dei poteri dello Stato, difficile da valutare.

ultima modifica: 2018-04-19T14:10:28+00:00 da Gianfranco Polillo

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