Antonello Di Mario ripercorre le parole pronunciate, udite e scritte da Moro nel corso della sua esistenza, fino al suo ultimo giorno, il 9 maggio 1978

Quante parole si sono lette,ascoltate e redatte sulla vita e sulla morte di Aldo Moro. Ma, soprattutto, quante ne ha pronunciate, udite e scritte lui nel corso della sua esistenza, fino al suo ultimo giorno, coincidente col 9 maggio 1978, la data dell’assassinio per mano dei terroristi delle Brigate Rosse.

PENSIERO E AZIONE

Si tratta di parole che hanno avuto sempre un esito pratico riscontrabile nella conseguente azione umana e politica. La politica per lui è sempre stata un modo esigente di vivere la carità come aveva condiviso dagli insegnamenti di Giovanni Battista Montini, Papa Paolo VI.
La politica è pensiero e azione: uno spazio in cui si concretizza questo binomio che non ha origini solo mazziniane, ma radici cristiane. In questo contesto emerge il valore della libertà: l’uomo è creato nel segno della libertà e ne porta la responsabilità, nella dignità che la caratterizza e nel compito necessario per attuarla. In ogni cosa che Aldo Moro ha detto, o scritto, risalta il rispetto della libertà dell’uomo, il riconoscimento della sua dignità, la condivisione di una precisa responsabilità. Insomma, la democrazia che si concretizza quando la politica permette alla libertà di coniugarsi in ogni dimensione umana. La politica, quindi, che ha un senso solo quando parte dall’uomo ed arriva all’uomo. Ogni violazione della democrazia rappresenta un’azione contro la libertà che si ritorce non solo contro l’uomo, ma anche contro lo Stato.

LA LIBERTÀ MOROTEA

La cifra della libertà morotea sta nella consapevolezza che anche in uno stato di necessità qualcosa di buono può emergere a favore del bene comune e contro chi causa il male. Questa certezza è esplicitata con forza proprio nel messaggio che Aldo Moro rivolge ai militanti democristiani di Benevento il 18 novembre del 1977: “Anche nella necessità -sostiene- si può essere liberi, cioè si può essere convinti di fare qualcosa di utile per il Paese, e di capire e di farsi capire, perché anche nella necessità qualcosa di utile può emergere”. Lo statista usa le parole come uno strumento di riflessione rispetto alle grandi questioni nazionali ed internazionali, ma è davvero efficace quando approfondisce i diversi aspetti della vita umana.

LA PASSIONE PER IL DESTINO DEGLI UOMINI

“Credo di aver visto nascere -racconta Agnese Moro, la terza figlia- alcuni di quegli articoli. Seduto nel divanetto di casa, il fumo della sigaretta della sera che gli entrava un po’ negli occhi, i fogli appoggiati sulle gambe. Un po’ scriveva, un po’ rifletteva. Quegli articoli dicono tanto di mio padre. Il suo guardare al di là della superficie delle cose; la capacità di offrire in poche pagine, una chiara visione del momento e di tutti gli elementi che vanno considerati. Mi è sempre piaciuta la sua assoluta mancanza di retorica e la sua profonda passione per il destino degli esseri umani. Il suo schierarsi sempre, il suo prendere posizione motivata sulle cose”. Ecco, Aldo Moro non si vergognava mai di parlare di cose come il bene ed il male e manteneva la volontà di cercare sempre la verità, di usare le parole giuste per capirla e dirla.

IL BENE VINCE SEMPRE SUL MALE 

Il 20 gennaio del 1977 Il Giorno pubblicò un editoriale di Moro intitolato “Il bene non fa notizia, ma c’è”. Lo statista ha scritto, dal 1972 al 1978, 35 articoli per il giornale milanese che solitamente sono sempre stati pubblicati in prima pagina. Il presidente della Dc esponeva con determinazione proprio l’eterna lotta tra il bene ed il male, sottolineando le molteplice possibilità di affermazione del primo sul secondo. “Penso all’immensa trama di amore -afferma – che unisce il mondo, ad esperienze religiose autentiche, a famiglie ordinate, a slanci generosi di giovani, a forme di operosa solidarietà con gli emarginati ed il Terzo Mondo, a comunità sociali, al commovente attaccamento di operai al loro lavoro. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Basta guardare là dove troppo spesso non si guarda e interessarsi di quello che troppo spesso non interessa. Questa è la verità delle cose. Questa è la proporzione tra bene e male nella vita. Le anomalie possono essere talvolta vistose, ma vi è una realtà positiva, verso la quale l’attenzione e la segnalazione sono non meno naturali e non meno doverose che non siano quelle che riguardano i momenti negativi della vita umana e sociale. Il bene, anche restando come sbiadito nello sfondo, è più consistente che non appaia, più consistente del male che lo contraddice. La vita si svolge in quanto il male risulta in effetti marginale e lascia intatta la straordinaria ricchezza dei valori di accettazione, di tolleranza, di senso del dovere, di dedizione, di simpatia, di solidarietà, di consenso che reggono il mondo, bilanciando vittoriosamente le spinte distruttive di ingiuste contestazioni. Mi rendo conto che la vistosa preminenza nella cronaca (ed anche nella storia) della contestazione arbitraria (che non è naturalmente il dissenso costruttivo) di fronte alla regola pacificatrice non è facile da rimuovere. Questo fatto di maggiore evidenza non è dovuto del tutto a malsana curiosità, ma in misura rilevante agli elementi problematici (diciamo pure ai temi politici) che l’osservazione della realtà, secondo questo angolo visuale, propone. E tuttavia si insinua così il dubbio che non solo il male sia presente, ma che domini il mondo. Un dubbio che infiacchisce quelle energie morali e politiche che si indirizzano fiduciosamente, pur con una difficile base di partenza, alla redenzione dell’uomo”.

IL RISPETTO E IL DIALOGO

Agnese Moro ha definito “bellissimo e di straordinaria attualità” anche un altro articolo del padre, intitolato “Agire uniti nella diversità”. Si tratta di un testo pubblicato sul medesimo quotidiano de Il Giorno, il 10 aprile del 1977, in cui l’autore invita a riflettere sugli ostacoli che si frappongono alla liberazione dell’uomo nella società. L’articolo ha un taglio insolito, perché si sofferma sulla redenzione dell’uomo nei giorni delle festività pasquali, le ultime che il presidente della Dc trascorrerà con la sua famiglia.

“L’­esperienza politica -­scrive- come­ esigenza di realizza­re la giustizia nell’­ordine sociale, di su­perare la tentazione ­del particolare per a­ttingere valori unive­rsali, è coinvolta d­unque nello sforzo di­ fare, mediante il con­senso e la legge, l’u­omo più uomo e la soc­ietà più giusta. Il c­he vuol dire persegui­re, con gradualità e ­limiti certo inevitabili,la salvezza annun­ciata, ad un tempo lum­inosamente certa e pa­urosamente lontana. Possiamo tutti insi­eme, dobbiamo tutti s­perare, provare, soff­rire, creare, per ren­dere reale, al limite­ delle possibilità, s­ul piano personale, c­ome su quello sociale­, due piani appunto c­he si collegano ed influenzano profondamente, un destino irrinu­niabile che segna il­ riscatto dalla mesch­inità e dall’egoismo.­ In questo muovere tu­tti verso una vita pi­ù alta, c’è naturalme­nte spazio per la div­ersità, il contrasto,­ perfino la tensione. Eppure, anche se talv­olta profondamente di­visi, anche ponendoci­, se necessario, come­ avversari, sappiamo ­di avere in comune, c­iascuno per la propria strada, la possibil­ità e il dovere di an­dare più lontano e pi­ù in alto. La diversità ­che c’è tra noi non c­i impedisce di sentir­ci partecipi di una g­rande conquista umana­. Non è importante ch­e pensiamo le stesse ­cose, che immaginiamo­ e speriamo lo stesso­ identico destino; è­ invece straordinaria­mente importante che,­ ferma la fede di ciascuno nel proprio ori­ginale contributo per­ la salvezza dell’uom­o e del mondo,tutti abbiano il proprio lib­ero respiro, tutti il­ proprio spazio intan­gibile nel quale vive­re la propria esperie­nza di rinnovamento e­ di verità, tutti col­legati l’uno all’altr­o nella comune accett­azione di essenziali ­ragioni di libertà, d­i rispetto e di dialo­go”.

FARE IL NOSTRO MEGLIO

Sono parole che realizzano una miscela di realismo e speranza. Eppure quel 9 maggio di 40 anni fa gli italiani hanno vissuto un giorno che d’improvviso è come se avesse spogliato il tempo precedente di tutte le parole che lo avevano tenuto insieme. Oggi quelle parole le abbiamo ritrovate e ci spronano a fare del nostro meglio, soprattutto perché la persona di Aldo Moro manca come non mai al Paese di fronte alla crisi politica e morale che lo caratterizza. Occorre trovare la forza di andare avanti. Come Aldo Moro invitava a fare: “Dobbiamo rinunciare a questa speranza? Non dobbiamo invece forse ritenere che un momento di bontà, un impegno dell’uomo, dell’uomo interiore, di fronte alla lotta tra bene e male, serva per fare andare innanzi la vita? Un impegno personale che non escluda, è ovvio, il necessario ed urgente dispiegarsi di iniziative sociali e politiche, ma lasci alle energie morali di fare, esse pure, nel profondo, la loro parte. Credo che possiamo dire, senza mitici ritorni al passato né facili illusioni per l’avvenire, che il male nel mondo è dinanzi a noi, sempre, non per fermarci in una sorta di inammissibile acquiescenza e rassegnazione, non per entrare nell’abitudine aristocratica della verità storica, ma per uno sforzo dello spirito che ci coinvolga completamente, per una netta collocazione dall’altra parte, perché c’è un’altra parte, della barricata”.
Sì, ha un senso compiuto e vale la pena stare dall’altra parte della barricata.

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