Il risultato amministrativo conferma l’avanzata giallo-verde, in realtà più verde che gialla. Ma nel centrodestra si esulta anche da parte di Forza Italia. Le vittime sacrificali

Si rafforza la Lega, non brilla il Movimento 5 Stelle ed è debacle Pd. Questo in estrema sintesi il risultato dei ballottaggi delle elezioni amministrative 2018, che vedono rafforzarsi il partito di Matteo Salvini a scapito dei grillini ma anche del resto del centrodestra. La notizia principale, però, è la sconfitta del Pd nelle sue roccaforti. I dem escono sconfitti a Siena, Pisa e Massa, segno che l’Italia centrale da sempre rossa non esiste più.

“Dobbiamo cambiare e ricostruire con umiltà e coraggio”, scrive su Twitter Maurizio Martina. Secondo il segretario reggente dem “c’è in campo una destra nuova e aggressiva e dobbiamo affrontarla, dobbiamo dare risposte precise sui temi che questa destra ha deciso di cavalcare come immigrazione e sicurezza”. Carlo Calenda invece torna a ribadire l’esigenza della nascita di un fronte repubblicano. “Dobbiamo cambiare tutto: persone, idee, organizzazione e linguaggio. Andare oltre il Pd per arrivare a costruire un fronte repubblicano che si batta contro questo governo”, afferma l’ex ministro dello Sviluppo economico. “Siamo di fronte a una sconfitta storica. Dobbiamo ripensare la sinistra e rifondarla”, gli fa eco da sinistra Roberto Speranza di Liberi e Uguali. “Serve una fase costituente, non un fronte”, osserva Andrea Orlando, che risponde proprio a Calenda. Segno che il Pd non ha ancora le idee chiare su come uscire da questa situazione di difficoltà.

Nel centrodestra, invece, si esulta, anche da parte di Forza Italia. “Quello del centrodestra è un risultato importante, da Nord a Sud. Abbiamo dimostrato ancora una volta che uniti si vince”, dice Maurizio Gasparri. Per Mariastella Gelmini, invece, “è stata premiata la cultura di governo del centrodestra”. “Nuova grande vittoria del centrodestra”, esulta la capogruppo azzurra in Senato Anna Maria Bernini. “La storia del centrodestra è ancora lunga e gloriosa”, sottolinea Giovanni Toti. Mentre secondo Giorgia Meloni “le roccaforti rosse non esistono più”.

L’esultanza maggiore, naturalmente, è in casa Lega. “Storica vittoria della Lega. Più i cittadini ci insultano e più i cittadini ci premiano. Io non mi fermo”, scrive su Twitter Matteo Salvini, prima di partire per la Libia. “Si rafforza il centrodestra, ma pure il governo, visti i successi di Lega 5 Stelle”, il commento di Gianmarco Centinaio. Ma la sintesi migliore la offre il governatore lombardo Attilio Fontana. “I risultati premiano la volontà della nostra gente. Quindi basta insultare Salvini, perché sta dimostrando di avere ragione e di essere l’esponente politico più sintonizzato con i desideri degli elettori”, sostiene Fontana, soddisfatto anche per la storica vittoria della Lega a Cinisello Balsamo.

Alla fine degli anni 90, quando la sinistra perse Bologna, sembrò una sorta di bestemmia in chiesa. La vittoria di Guazzaloca nel capoluogo emiliano restò però quasi isolata, come una sonora pernacchia alla sinistra nella città simbolo per antonomasia delle amministrazioni rosse. Ma il virus non si espanse: restò isolato e alla fine fu sconfitto, con la sinistra che tornò a governare sotto le due torri.
Oggi, a quasi 20 anni di distanza, siamo di fronte a un fenomeno diverso: ormai non c’è più una città, capoluogo o meno, che possa definirsi inespugnabile. Tutto è diventato relativo e contendibile. E sembra scomparsa quella dorsale rossa dell’Italia centrale rappresentata da Emilia, Umbria, Toscana e Marche, regioni e città da sempre targate centrosinistra, dove un tempo i dem potevano vantare percentuali bulgare.

Il centrodestra, grazie alla Lega di Salvini, potenzialmente può imporsi ovunque. E lo ha fatto. Come definire altrimenti vittoria come quella di Siena, dove De Mossi col 50,8% ha battuto il candidato del centrosinistra Valentini (49,2). Qui siamo nel cuore della Toscana rossa, dove il Pd indirettamente governava anche il sistema bancario col Monte dei Paschi. Spostandoci più a Nord arriviamo in Emilia: Imola. Dove Manuela Sangiorgi dei 5 Stelle è il nuovo sindaco della città col 55% dei voti, vittoriosa contro la sfidante del Pd Carmen Cappello (44,5). Ma anche a Pisa e Massa è una debacle, con la vittoria di due esponenti del centrodestra: Conti col 52,3% e Persiani col 56,6%. Quasi annunciata, poi, la sconfitta di Sondrio, con l’affermazione di Scaramellini del centrodestra col 60,4%. Mentre già al primo turno i dem avevano perso Terni, conquistata dal centrodestra con Latini (63,4%), che ha sconfitto i 5 Stelle. Il Pd tiene invece ad Ancona (Mancinelli col 62,8%), Teramo (D’Alberto col 53,3%), Brindisi (Rossi col 56,6%).
I 5 Stelle, che al primo turno non avevano brillato, riescono a conquistare Avellino (Ciampi al 59,5%), Imola appunto, e Pomezia (Zuccalà col 69%).

Il risultato amministrativo conferma l’avanzata giallo-verde, in realtà più verde che gialla. Salvini, infatti, è il vero trionfatore delle elezioni, è lui che spinge il centrodestra alla vittoria in molte città. Segno che il leader della Lega, oltre a godere della classica luna di miele che accompagna tutti i partiti di governo all’inizio del mandato, sta cogliendo nel segno anche con la sua politica aggressiva sul fronte dei migranti, ma non solo. Salvini, infatti, sta facendo il premier di fatto, intervenendo su tutto e imponendo la sua linea. Strategia che sta mettendo in ombra non solo la figura del premier vero, Giuseppe Conte, ma soprattutto quello del principale alleato di governo, Luigi Di Maio. Entrato nella maggioranza come junior partner, Salvini sta recitando il ruolo di top player. Si vede, dunque, che il cambio di rotta sui migranti, sulle Ong, l’idea di schedare i rom, stanno facendo breccia nella testa di molti italiani. “I cittadini ci premiano, si vede che ci abbiamo visto giusto”, dice Salvini. Conta, però anche, come sempre nelle amministrative, l’aver individuato candidati giusti e affidabili. E in questo la Lega si porta dietro anni di esperienza e di buone amministrazioni in molte città del Nord. Insomma, le vittorie non arrivano mai per caso.

Di fronte a questo arrembaggio i primi a dover tentare di porre un argine sono proprio i 5 Stelle, perché per loro il rischio è, pur stando al governo, quello di sparire. Oggi a Roma scenderà Beppe Grillo, che probabilmente vuole tornare a dire la sua dopo mesi in cui è rimasto assolutamente defilato.

L’altra vittima sacrificale è il Pd, che in questo passaggio conferma tutte le difficoltà mostrare con il voto politico del 4 marzo. E sul banco degli imputati c’è ancora Matteo Renzi e la vecchia classe dirigente a lui legata. Di sicuro il Pd paga, a livello elettorale, il limbo in cui è precipitato: con un ricambio appena accennato ma con Renzi ancora lì a farla da padrone. Una situazione ambigua che non ha convinto gli elettori. Per questo motivo, la ricetta migliore per il partito erede del Pci è forse quella di aprire al più presto la stagione congressuale, così da arrivare a un confronto vero e a una nuova leadership chiara, definita, che faccia un’opposizione forte e nel merito al governo gialloverde. Dal canto loro, i dem, possono un po’ consolarsi con la vittoria al III Municipio di Roma, che conferma la crisi sempre più profonda della sindaca Virginia Raggi.

Infine, degna di nota è l’affermazione di Claudio Scajola a Imperia: col 52% l’ex ministro ha sconfitto il candidato del centrodestra Lanteri (48%). Un derby quasi tutto azzurro, visto che lo sconfitto era stato fortemente voluto dal governatore Giovanni Toti per impedire a Scajola di riconquistare la sua città. Anche da queste parti, e all’interno di Forza Italia, ne vedremo delle belle. Silvio Berlusconi, infatti, ha lo stesso problema di Di Maio: non farsi fagocitare dall’alleato leghista.

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