Un establishment da ricostruire, a partire dalla rappresentanza e la burocrazia, per non perdere il contatto con i cittadini. Ma anche ricordarsi di fare bene i conti su flat tax e reddito di cittadinanza

Avviso ai naviganti, alias Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Non vi dimenticate dell’estabishment che, piaccia o no, ha tenuto in piedi il Paese da 72 anni a questa parte. Tradotto, la politica non è tutto, perché il cuore pulsante del Paese ha nome e cognome: burocrazia, associazioni, centri studi, imprese e molto altro. Parola del Censis che questa mattina ha riunito presso la sede di Piazza Novella, una pattuglia di esperti e attenti osservatori della Res-Publica. Oltre al presidente del Censis Giuseppe De Rita, l’ex viceministro ed economista Mario Baldassarri (qui un suo intervento su Formiche.net), il presidente di ItaliaDecide, Luciano Violante e i giornalisti politici Massimo Franco e Mario Sechi.

Tutti insieme al convegno Per una cultura del governare, per un mini ripasso di realismo, politico ed economico, per il nuovo governo gialloverde che non dovrà commettere la leggerezza di dimenticarsi, per esempio, di quella parte di Paese che fino ad oggi ha accompagnato i vari governi.

Il presidente De Rita è partito da un presupposto. E cioè dal fatto che “quel po’ di establishment che avevamo ereditato è stato nel tempo raso al suolo: la fascia della burocrazia è stata resa debole e dipendente, con una sua delegittimazione che ne ha fatto anche crollare la reputazione. Per non parlare dei grandi uffici studi, Bankitalia, Svimez su tutti, la cui attività è diventata marginale”. E che dire delle varie “Confindustria, Abi e persino sindacati che si sono progressivamente messi da parte, scegliendo una mera funzione di controllo dopo aver lavorato per anni allo sviluppo economico del Paese?”.

Dunque, a detta del numero uno del Censis “occorre rifare, ricostruire una qualche forma di establishment”, compito al quale Lega e Cinque stelle non potranno sottrarsi. Il rischio, è il messaggio di fondo, è di creare uno scollamento eccessivo tra politica e cittadini, tra chi governa e l’economia di tutti i giorni. Una sorta di vuoto pneumatico micidiale per lo sviluppo del Paese. Anche perché, ha tenuto a precisare De Rita, non esiste un nuovo governo senza un nuovo establishment. “Molto probabilmente, noi appartenenti alle vecchie generazioni non ne faremo parte (dell’establishment, ndr) ma ciò non toglie che i partiti al governo ne disegnino uno nuovo, il più consono alle esigenze del Paese”.

C’è poi chi, come Baldassarri, che richiama a un altro modello di realismo. Quello che risponde alle finanze pubbliche, potenzialmente messe a dura prova dalla miriade di promesse e misure contenute nel contratto di governo. “Abbiamo la flat tax, il reddito di cittadinanza, e il taglio della spesa. La prima può costare tra i 50 e gli 80 miliardi tanto per dirne una, poi c’è l’Iva e il reddito di cittadinanza. Lega e Cinque Stelle dicono di voler tagliare la spesa? Benissimo però ricordiamoci che ogni volta che si taglia la spesa per miliardi, sono qualche milione di voti in meno”. Secondo l’economista non c’è da agitarsi più di tanto, semmai attendere i veri numeri del Def, quello approfondito che dovrà approvare il nuovo esecutivo, e capire che cosa (davvero) si potrà fare e cosa invece no.

Secondo Violante, ex presidente della Camera, Lega e Cinque Stelle hanno cavalcato nel corso della campagna elettorale, le passioni e le esigenze delle persone. “Ma un conto è assecondare i problemi, un conto è dirigerli se non addirittura risolverli. E tra le due cose c’è una bella differenza. Sarebbe interessante vedere tra un paio di mesi che cosa succede, che cosa fanno. Un esempio, se le due forze che hanno vinto saranno in grado di comporre questa società, oggi così frammentata, mai come prima, allora forse riusciranno a governare. Ma se al contrario non ci riusciranno, allora sarà tutto diverso, più complicato”.

Massimo Franco ha invece spostato l’attenzione su aspetti più sociologici. Per esempio sulla possibilità che questo governo possa non rappresentare in pieno quel “popolo al quale si è rivolto nel corso della campagna elettorale: abbiamo un premier tecnico, per giunta non eletto, e molti ministri sono di fatto tecnici. Questo è un aspetto su cui riflettere. E cioè il fatto che l’esecutivo non sia nelle mani di chi si è autodefinito per settimane il vincitore, non riuscendo a tradurre una forte ma limitata investitura popolare in leadership governativa. Vedremo se chi non è eletto riuscirà ad agire per il popolo”.

 

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