Il leader pentastellato vuole a tutti i costi portare a casa il provvedimento. Ma c'è il sì condizionato di Salvini. E intanto al Tesoro fanno i conti. Il rischio è annacquare tutto o dare un colpo mortale alle imprese

Tre galli nel pollaio possono essere troppi? Sì se lo spazio è poco e ristretto come quello del decreto dignità, la creatura che il ministro dello Sviluppo-Lavoro e co-azionista del governo, Luigi Di Maio, sta cercando di far nascere in seno al Consiglio dei ministri (qui l’approfondimento di ieri di Formiche.net).

Il fatto è che il punto di caduta politico sul decreto dignità è ancora lontano e il perché è presto spiegato. Ci sono almeno tre spinte centrifughe che insistono sul provvedimento messo in cantiere da Di Maio.

Primo, quella generata dallo stesso vicepremier pentastellato. A un mese dall’insediamento del nuovo governo, il capo del Movimento Cinque Stelle è desideroso di mettere il suo primo sigillo su una delle misure più in vista del contratto di governo. Finora, in termini di provvedimenti approvati, il governo non ha prodotto molto. E Di Maio vuole che il primo atto di grossa portata sia proprio il decreto da lui stesso concepito.

Aspirazioni politiche a parte, la vicenda del decreto dignità racconta anche un’altra verità. Quella per esempio di Matteo Salvini, l’altra anima del governo gialloverde. Non è che Salvini non voglia mandare in porto il decreto, fosse per lui le coperture finanziare ci sarebbero tutte. Il fatto è che gran parte delle imprese non vuole una stretta sui contratti a termine, cuore del provvedimento.

Per dirla con Confindustria, non è il momento giusto per mettere mano alla flessibilità nelle aziende. Salvini ne è conscio e sa anche il il grosso del bacino elettorale della Lega fa capo al mondo produttivo. Andare contro le richieste delle imprese potrebbe essere pericoloso, soprattutto nell’ipotesi di una caduta del governo e di un ritorno alle urne. Dunque, del decreto dignità se ne può discutere, purché si raggiunga un compromesso.

Poi c’è Giovanni Tria, l’uomo dei conti e forse della realtà. Colui che deve rendere conto a Bruxelles, con buone dosi di garanzie, circa la tenuta dei conti italiani. Tria ha più volte sconsigliato di imbastire misure che abbiano costi apprezzabili per lo Stato, rimandandole se possibile al 2019. E in effetti qualche dubbio è arrivato anche dalla Ragioneria generale, cui spetta la gestione della cassa pubblica. Il decreto dignità costerebbe su per giù 3,5 miliardi di euro, quasi un terzo del reddito di cittadinanza, altra creatura grillina.

Fare il decreto dignità vorrebbe dire rinunciare a qualcos’altro. E allora il rischio vero è che pur di salvare la faccia, Di Maio accetti un annaquamento del decreto dignità, togliendo per esempio le misure più spigolose per le imprese. Ma come la prenderà la base, stavola grillina?

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