In questi ultimi anni mi pare stia cambiando, in senso negativo purtroppo, la percezione che larghi settori dell’opinione pubblica hanno delle scienze biomediche e delle loro applicazioni. E questo proprio in un momento storico in cui queste discipline realizzano progressi significativi verso l’obiettivo di migliorare la qualità e l’aspettativa di vita delle persone.
La critica si fonda su due pilastri principali: 1) l’idea che ci sia uno sfruttamento economico della conoscenza da parte delle multinazionali, con la commercializzazione del vivente; 2) il mito di Frankenstein, ovvero l’idea che gli scienziati possano manipolare il materiale biologico con effetti non prevedibili sulla vita e sulla libertà.
Così sono sorti numerosi movimenti con caratteristiche e obiettivi differenti, talvolta contrapposti, che danno voce ad istanze critiche nei confronti dei vaccini, degli OGM, della sperimentazione animale, e nel contempo a favore di “scienze alternative” (meglio sarebbe dire pratiche alternative) come l’omeopatia.
A dire il vero anche il fronte opposto si mostra molto sfrangiato ed è frequente che una persona si schieri contro o a favore della scienza e delle sue applicazioni a seconda dell’oggetto del contendere. Conosco fisici che entrano in fibrillazione quando sentono parlare di DNA e molti biologi che vedono come magia la fisica del CERN temendo che un buco nero prima o poi ci potrà inghiottire tutti.
Dobbiamo riconoscere che raramente si instaura un confronto costruttivo tra i sostenitori dei due schieramenti, perché anche quando apparentemente si discute di temi specifici in realtà la divisione riflette Weltanschauung antitetiche.
Personalmente sono uno strenuo sostenitore della tesi che NON bisogna aver paura del progresso scientifico e tecnologico. Solo così si possono valutare con lucidità i limiti e i problemi connessi ad una attività umana ed identificare le misure adeguate per minimizzare il rischio. Proprio per questo mi chiedo se si possa definire un possibile punto di incontro tra le due fazioni su cui fondare sviluppi futuri o se, al contrario, siamo destinati a continui rapporti muscolari per decidere da che parte stia la ragione. Un possibile modo per uscire da questa situazione forse è quello di interrogarsi su quale sia il messaggio profondo di chi critica, un messaggio che va oltre l’opposizione sullo specifico argomento. Dobbiamo chiederci perché la scienza, che è portatrice di un valore di liberazione, venga vista come un nuovo strumento di oppressione. Alcuni potrebbero sostenere che il problema non è la scienza in quanto tale bensì la sua applicazione ed il suo sfruttamento economico. Ma è ovvio che le applicazioni e le conseguenze etiche sono già presenti nella scoperta stessa come dimostra in modo chiaro la capacità crescente di manipolare il genoma.
Penso che chi è critico non cerchi la freddezza oggettiva della scienza, la verità non democratica, bensì la partecipazione al proprio dolore, alle proprie paure ed insicurezze. Chi critica chiede di non essere considerato un numero all’interno di un programma economico di sviluppo o in una statistica. Considera la conoscenza non (o non solo) come un metodo per aumentare la produttività, bensì per ridurre la sofferenza fisica e morale.
Ma non sono proprio questi i motivi per cui facciamo scienza? Cercare di alleviare le paure e sofferenze dell’uomo? Renderlo più cosciente della realtà che lo circonda e meno vittima di pregiudizi o credenze? Come mai questo aspetto è sfuggito al dibattito? Dove possiamo recuperalo?
Chi si occupa di comunicare e applicare la conoscenza dovrebbe tener presente la centralità dell’uomo. Dovrebbe cercare di sviluppare una sorta umanesimo della ricerca e della tecnologia per ricomporre il patto sociale. Oggi è di moda usare il termine “stakeholder” per indicare chi ha interesse in un’attività o in un progetto di ricerca. Costantemente ci viene ricordato che dobbiamo prestare attenzione ai nostri stakeholders nella nostra attività di ricerca. Ebbene, il principale stakeholder è la persona, con i suoi dubbi, le sue paure, le sue gioie e curiosità. Certamente non potremo accontentare tutti, ma almeno potremmo dare l’idea che ascoltiamo e siamo consapevoli delle istanze dei nostri interlocutori anche quando non scientificamente appropriate. Forse non sarà risolutivo ma potrebbe essere un modo per rendere meno duro il confronto.

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