C’è da ammettere che per cinque lunghi anni l’opposizione l’M5S ha saputo farla, al contrario di altre forze di minoranza. Ma stare al governo è tutta un’altra cosa. Sarà in questo stretto passaggio che si misurerà il successo o meno del governo

Il Movimento 5 Stelle un vantaggio ce l’ha: l’intercambiabilità. È vero che uomini e donne non sono tutti uguali, ma l’aver cambiato capogruppo ogni tre mesi alla Camera e al Senato nella passata legislatura ha permesso a molti deputati e senatori pentastellati di fare una maggiore esperienza nel Palazzo. Questo naturalmente servirà, visto che buona parte dello stato maggiore grillino sarà chiamato a incarichi di governo o di responsabilità. Oltre ai 7 ministri (Luigi Di Maio, Riccardo Fraccaro, Barbara Lezzi, Danilo Toninelli, Giulia Grillo, Alfonso Bonafede, Elisabetta Trenta), la truppa pentastellata nell’esecutivo dovrebbe comprendere anche 5 viceministri e 20 sottosegretari. Alcune di queste caselle saranno occupate dai membri della squadra di governo presentata a suo tempo da Di Maio, che magari non stanno nemmeno in Parlamento, ma per la maggior parte saranno deputati e senatori. Occorrerà una certa oculatezza, dunque, nel non lasciare troppo sguarnite le posizioni in Parlamento, di capogruppo e vice, specialmente al Senato dove i numeri per la nuova maggioranza sono assai ballerini: sulla carta possono contare solo su 8 senatori in più.

Al momento nell’esecutivo dovrebbero entrare Emanuela Del Re, Manlio Di Stefano, Stefano Buffagni e Laura Castelli. Ma pure Gianluca Vacca, Andrea Cioffi, Mauro Coltorti, Lorenzo Fioramonti e Vito Crimi. Ma della squadra di governo potrebbero far parte anche Elio Lannutti, Primo Di Nicola,  Michele Montevecchi e Marta Grande. Tra i senatori potrebbero poi ambire a un posto da sottosegretari Laura Bottici, Gregorio De Falco e Paola Taverna, anche se quest’ultima è in pole position per il ruolo di capogruppo a Palazzo Madama al posto del neo ministro Toninelli. Per ragioni numeriche, naturalmente, si pescherà di più a Montecitorio. Qui altri in odor di governo sono Emilio Carelli, Carla Ruocco, Giulia Sarti, Carlo Sibilia e Vincenzo Spadafora. E anche qui ci sarà il dilemma di trovare un nuovo capogruppo (al posto di Giulia Grillo, neo ministra della Sanità), che probabilmente verrà pescato tra i fedelissimi di Roberto Fico.

In squadra potrebbe entrare anche qualcuno dei ministri che Di Maio aveva presentato prima del voto, tra cui lo stesso Conte. Paola Giannetakis, per esempio, poi Pasquale Tridico e Alberto Bonisoli.

Gli altri, tutti in Parlamento a tirare la carretta. E qui si vedrà davvero se il Movimento è corazzato con persone di qualità e soprattutto con gente che non pensa solo alle proprie ambizioni personali. Perché sarà appunto nella routine quotidiana che si vedrà la vera qualità dei parlamentari pentastellati. Che si troveranno in un ruolo completamente nuovo: quello di essere al governo, quindi di costruire, proporre, progettare, realizzare. Tutto il contrario della passata legislatura, quando il Movimento stava all’opposizione.

C’è da ammettere che per cinque lunghi anni l’opposizione l’M5S ha saputo farla, al contrario di altre forze di minoranza. Ma stare al governo è tutta un’altra cosa. Sarà in questo stretto passaggio che si misurerà il successo o meno del governo, che questa settimana si presenta in Parlamento, prima in Senato e poi alla Camera, per ottenere la fiducia. Su questo tema tra gli osservatori già si dice che il Movimento sarà fagocitato dalla Lega, non solo perché più esperta e scafata, ma per la sua stessa natura: un partito con un’ideologia e un progetto politico ben preciso tende a egemonizzare una forza che, oltre a non avere un’ideologia di riferimento, al suo interno ha un po’ di tutto: destra, sinistra, centro, sovranisti e non.

Molto, in tutto ciò, dipenderà dal presidente del consiglio. Spetterà a Giuseppe Conte, oltre alle figure di spicco del Movimento, resistere al tentativo di egemonia da parte di Matteo Salvini facendo valere la sua autonomia, rendendo indipendente la sua posizione, pur sapendo che il suo governo si regge su quella maggioranza.

Qualcuno, nel movimento, sussurra che Alessandro Di Battista sperava nel fallimento dell’operazione Di Maio-Salvini per essere richiamato a furor di popolo tra qualche mese al momento delle elezioni. Questa versione non trova conferme. Ma è certo che, per il momento, Dibba potrà girarsi per bene gli Stati Uniti, come ha promesso di fare. Resta solo un’incognita in tutto ciò: se Beppe Grillo ormai sembra seguire gli eventi a distanza, quanto inciderà invece l’influenza di Davide Casaleggio? La risposta s’inizierà a intravedere già dalle nomine che andranno a delinearsi nelle aziende statali o parastatali nelle prossime settimane.

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