Italia sempre più vicina a Trump. Il primo bilancio della visita di Bolton a Roma

Italia sempre più vicina a Trump. Il primo bilancio della visita di Bolton a Roma
Il consigliere per la Sicurezza nazionale americano a Roma ha visto i vertici del governo italiano con cui ha condiviso la linea sull'avvicinamento alla Russia e sulla partnership Italia/Usa

“È stato un incontro cordiale e alla mano”, commentano con discrezione da Palazzo Baracchini l’incontro della ministro Elisabetta Trenta con il consigliere per la Sicurezza nazionale americano, John Bolton, ieri a Roma per un tour di visite. “Si è trattato di un incontro conoscitivo e proficuo, Bolton è stato molto alla mano, e con la nostra ministro si sono subito trovati in sintonia e stabilito un ottimo rapporto”.

Argomenti trattati? “Tutti i principali dossier internazionali su cui l’Italia è impegnata”, dall’Afghanistan al Libano all’Iraq – tre aree dove la presenza italiana è ritenuta dagli Stati Uniti fondamentale – e particolare attenzione al Niger e alla Libia, considerato da Roma in cima alla lista dell’agenda.

L’ambasciatore Bolton (tiene il titolo per gli anni in cui ha rappresentato gli Stati Uniti all’Onu, ndr), falco dell’amministrazione Trump, è passato dalla capitale italiana come tappa di un suo viaggio verso Mosca, dove definirà i dettagli di quello che ormai pare l’imminente nuovo faccia a faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin.

La visita romana conferma l’importanza che Washington dà al ruolo italiano nei contatti con la Russia – con la presidenza di turno dell’Osce affidata all’Italia che potrebbe fare da cornice ai talks tra i due super-leader – e più in generale con quelli con Europa (e Germania) e Nato; Trump ha definito l’Italia un “paese leader” dell’Alleanza Atlantica in una lettera inviata alla presidenza del Consiglio.

Bolton ha visto in sequenza il premier, Giuseppe Conte, poi la ministro della Difesa, e poi gli Interni (Matteo Salvini). La segreteria del Viminale non commenta la chiacchierata, preferisce lasciare spazio al tweet del ministro.

“Bell’incontro” dice Salvini, sottolineando la piena condivisione sulla lotta all’immigrazione clandestina e al terrorismo, due temi che da sempre sono cari sia al ministro leghista che a Trump (e che su entrambe le sponde dell’Atlantico in questo momento sono argomenti di primo piano).

Sottinteso (le voci non ufficiali confermano) che la Libia sia stata al centro dell’agenda anche al Viminale. Salvini è stato due giorni fa a Tripoli, dove ha confermato la linea precedentemente intrapresa dal governo italiano targato Pd: appoggio al processo onusiano che ha impostato Fayez Serraj alla guida di un progetto di riunificazione, e riconoscimento del ruolo legittimo del parlamento di Tobruk. Le due istituzioni sono le uniche internazionalmente riconosciute, e godono del sostegno di Italia, Europa, Onu e Stati Uniti.

La visita del ministro italiano in Libia è sembrata chiarire anche la posizione di Khalifa Haftar, il signore della guerra dell’Est (ama farsi chiamare Feldmaresciallo) con ambizioni politiche, che continua a essere considerato un interlocutore, ma al momento nulla di più. Una linea – un’altra – di contrasto con la Francia, che rispetto alla Libia ha un comportamento ambiguo, avendo sostenuto politicamente Serraj, ma anche militarmente Haftar (e i due leader sono arrivati spesso al limite del confronto armato aperto), e ospitato per due volte faccia a faccia intralibici.

La scompostezza con cui due dei principali Paesi europei si approcciano al dossier è uno dei motivi per cui gli Stati Uniti finora hanno scelto di restare estranei alla parte politica del dossier libico (un altro è l’infelice, attuale, deriva della deposizione di Gheddafi, il peso della storia recente, diciamo), preferendo trattare di più la parte che riguarda la lotta al terrorismo.

Ma l’amministrazione, Pentagono e altre branche, oltre alle informazioni dell’intelligence sulla base delle quali autorizzano i raid contro Isis e Al Qaeda, stanno ricevendo briefing sulla Libia che spiegano come trattare il Paese solo dal punto di vista del counter-terrorism (o del contrasto all’immigrazione, ça va sans dire) sarebbe completamente inutile: c’è bisogno di strutturare un sistema amministrativo, spiegano gli analisti, europei per lo più, alle alte sfere del governo americano.

Ora, non ci sarà uno shift strategico, ma un interessamento in più è possibile, e magari una presenza americana potrebbe anche alleggerire le tensioni tra Italia e Francia, che passano dalla Libia e toccano diverse altre questioni anche collegate, per esempio l’impegno militare italiano in Niger, missioni nell’ottica del contenimento del traffico di esseri umani, osteggiata dai francesi, con gli americani che hanno un contingente di almeno mille uomini del paese e che potrebbero fare da pacieri.

Ieri, a Roma, c’era anche Emmanuel Macron, ospite della comunità di Sant’Egidio e in visita dal Papa: c’è stato pure un aperitivo informale, discreto e privato alla Casina Valadier di Villa Borghese con il premier Conte. Nel colloquio, not-scheduled per non declassare la visita in Vaticano, come spiegano dall’Eliseo, i due hanno affrontato i temi dell’immigrazione che saranno trattati da domani al Consiglio europeo.

E non sorprende se proprio la gestione dei flussi migratori sia uno dei punti di maggiore affinità fra il governo italiano e il presidente Trump, come ha segnalato – non senza una punta di orgoglio – Salvini all’ospite americano.​

Questo ritrovato feeling speciale fra le due sponde dell’Atlantico sarà sancito proprio dalla visita del Presidente del Consiglio alla Casa Bianca. Si parla con insistenza di un appuntamento che sarà fissato l’ultima settimana di luglio e già nelle prossime ore potrebbe arrivare la conferma ufficiale. Intanto, il Consigliere di Trump per la sicurezza nazionale ha iniziato a definire i contorni dell’agenda con Maria Angela Zappia, consigliere diplomatica di Palazzo Chigi.
​Certamente, non è un caso la tappa italiana di Bolton prima di andare a Mosca: tra gli alleati di rilievo americani,  Roma è il governo più lanciato verso la necessità di intavolare un dialogo con la Russia. Lunedì, su Rossiya-24, televisione di stato russa, è andata in onda un’intervista al ministro Salvini: presentata con immagini di repertorio del leader leghista a spasso sulla Piazza Rossa indossando una maglietta con ritratto Putin, l’attuale ministro dell’Interno italiano ha detto che “le sanzioni contro la Russia sono inutili e dannose. Siamo pronti a passare dalle parole ai fatti, ma in Europa siamo quasi gli unici a pensarlo, siamo soli contro il mondo intero”.

Salvini, seguendo una linea politica nota, ha attaccato l’Ue per aver varato in tutta fretta e senza che il governo italiano si pronunciasse il rinnovo del pacchetto di sanzioni sulla Crimea, ma a una domanda sul se l’Italia stava pensando a porre il veto per quel che riguarda le sanzioni dirette contro Mosca – in scadenza a fine luglio – ha glissato, ricordando comunque che adesso Roma “sa dire anche no” evocando la questione delle navi ong con a bordo migranti che per sua volontà esecutiva non sono state fatte attraccare.

Probabilmente Bolton (arrivato il giorno dopo della messa in onda dell’intervista: ma la temporaneità qui è davvero casuale, ndr) ha anche dettato una linea nei suoi incontri romani: il processo di contatto con Putin è in atto per volontà espressa del presidente Trump, ma vogliamo gestirlo direttamente da Washington, senza scatti in avanti, perché l’agenda è fitta e complicata.

(Foto: Twitter, @GiuseppeConteIT)

ultima modifica: 2018-06-27T10:11:35+00:00 da Emanuele Rossi

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