La priorità assoluta dell’Italia resta la Libia dove le istituzioni europee cercano di ridurre i conflitti locali e di far collaborare le municipalità con il governo centrale e dove resta determinante il ruolo della Guardia costiera libica, il cui intervento ha più che dimezzato le morti in mare. È in estrema sintesi quanto emerso dalla Sesta conferenza su “Shared Awareness and De-confliction in the Mediterranean” organizzata dal comando della missione europea Eunavfor Med-Operazione Sophia e dal Comando marittimo alleato della Nato. Lo scopo di “Shade Med” è quello di una sempre maggiore collaborazione tra le numerose organizzazioni militari e civili che devono affrontare il fenomeno migratorio in mare.

PIÙ INTELLIGENCE CONTRO IL TERRORISMO

Nel Mediterraneo non c’è solo il traffico di esseri umani, ma anche quelli di armi, droga e petrolio. La Nato, già presente con Sea Guardian, “si sta trasformando cercando di essere più resiliente e più adattabile”, ha spiegato il vice ammiraglio Hervé Bléjean, vicecomandante di Marcom, il comando marittimo dell’Alleanza con sede a Northwood, specificando che si punta ad acquisire un sempre maggiore numero di informazioni di intelligence nell’attività di antiterrorismo. Molto è cambiato in quell’area chiamata Mediterraneo allargato ed è uno dei motivi della costituzione a Napoli dell’hub Nato per sud. Il generale Roberto Angius, direttore dello Strategic South Hub (la direzione strategica dell’Alleanza su Medio Oriente, Nord Africa, Sahel e Africa Sub Sahariana), l’ha definito “la risposta ai cambiamenti: stiamo studiando le situazioni delle nazioni meridionali e dobbiamo anticipare le crisi, non reagire. La Nato ha cambiato visione non limitandosi a conoscere le realtà regionali, ma anche quelle sociali e culturali” e approfondire così le dinamiche dell’immigrazione e del terrorismo.

Anche Michael Soula, capo della Crisis Management Policy Section, divisione Operazioni, della Nato, ha ribadito che l’Alleanza vuole contribuire alla gestione dei flussi migratori anche se non è il suo scopo principale aggiungendo che “la cooperazione con l’Ue sarà uno degli argomenti più importanti al vertice Nato del prossimo luglio”. Il focus resta comunque sulla Libia i cui problemi sono ben noti a Bettina Muscheidt, capodelegazione dell’Ue in quel Paese: un territorio ricchissimo di risorse naturali, con paesaggi meravigliosi nel quale bisogna tener conto dei conflitti locali, dove “le municipalità devono collaborare con il governo centrale e dove dobbiamo aiutare i giovani a collegarsi con il resto del mondo”.

GLI AIUTI ITALIANI E IL RUOLO DELLE ONG

I numeri aiutano, come sempre, a capire meglio e per l’Italia la Libia “è una priorità assoluta”, ha detto il prefetto Massimo Bontempi, direttore centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere del Viminale: per il periodo 2017-2020 sono stati stanziati per la Libia 46,3 milioni di euro di cui 42,2 del fondo europeo per l’Africa. La prima fase del supporto italiano prevede complessivamente la riparazione di 8 imbarcazioni, la fornitura di 20 gommoni per il controllo delle coste, di 30 Suv, 10 autobus e 14 ambulanze e diverse apparecchiature elettroniche oltre a missioni biennali di manutenzione e di addestramento. Ma Bontempi ha detto senza giri di parole che i problemi nell’area libica di ricerca e soccorso sono due: la presenza delle Ong che rappresentano un forte pull-factor, un elemento che incoraggia l’immigrazione, e il fatto che l’Italia sia l’unica nazione che coinvolge la Guardia costiera libica negli eventi Sar. A tale proposito ha anche ricordato che sono due le inchieste della magistratura sulle Ong: quella di Ragusa sulla nave Proactive Open Arms e quella di Trapani sulla Juventa.

IL RUOLO DELL’OPERAZIONE SOPHIA

La missione europea Eunavfor Med-Operazione Sophia scadrà alla fine dell’anno. Il suo comandante, l’ammiraglio di divisione Enrico Credendino, a margine del convegno ha spiegato che a settembre sarà presentata la revisione strategica con la proposta ai Paesi membri dell’Unione di continuare “anche con un ruolo più attivo contro il traffico di petrolio che è la prima fonte di reddito dei trafficanti”. Da tempo la missione si occupa anche dell’addestramento della Guardia costiera libica: finora 213 persone che dovrebbero diventare 500 entro fine anno. “Questo addestramento è una delle chiavi fondamentali – ha aggiunto Credendino – perché i libici acquisiscono la capacità di combattere le reti dei trafficanti e di soccorrere. Dal luglio 2017 la Guardia costiera libica ha soccorso 20mila persone e i morti in mare sono più che dimezzati perché la gran parte dei naufragi si verificava all’interno delle acque territoriali libiche”. In tre anni Eunavfor Med ha neutralizzato 550 barche arrestando quasi 150 scafisti che sono sotto processo in Italia. Lo scopo principale è combattere i traffici illeciti, non la ricerca e soccorso, e per questo le navi della missione hanno salvato in tre anni circa 45mila migranti, meno del 10 per cento del totale.

“Il traffico di armi, quello di petrolio e quello degli esseri umani sono legati. Il traffico illecito di petrolio – ha spiegato l’ammiraglio – parte dalla zona nord-ovest di Tripoli e si diffonde in tutto il Mediterraneo. Ecco perché occorre rinforzare l’intelligence, e Sophia ha da poco una cellula informativa, ma per ora non ci è permesso di ispezionare i mercantili”. Riguardo alle Ong, per Credendino “devono attenersi alle regole. Qualunque imbarcazione, non solo quelle delle Ong, che pattuglia le acque nei pressi della Libia incentiva i flussi migratori”.

I NUMERI DELL’ASILO

Mentre in mare e sul fronte diplomatico ci si confronta sul come affrontare l’argomento, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha incontrato i presidenti delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, compresi i 250 funzionari vincitori di concorso che entreranno in servizio tra due settimane. A loro un ringraziamento e l’invito a velocizzare le pratiche. Non è un caso che, contestualmente, siano stati diffusi i dati della commissione nazionale per il diritto all’asilo: dal 21 aprile 2005 al 15 giugno 2018 sono state presentate 610.808 domande, di cui 476.993 smaltite: solo il 7 per cento ha avuto lo status di rifugiato, il 13 per cento la protezione sussidiaria, il 26 per cento quella umanitaria, il 54 per cento è stato respinto. L’anno scorso lo status di rifugiato è stato ottenuto dall’8 per cento dei richiedenti (quest’anno dal 7), il 10 per cento la protezione sussidiaria (quest’anno il 4) e il 25 per cento quella umanitaria (quest’anno il 28). C’è da giurare che il prossimo obiettivo di Salvini sarà il permesso umanitario.

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