A ogni passaggio parlamentare in cui la precedente maggioranza viene disarcionata da una nuova, si assiste al consueto spettacolo dei vecchi potenti che tornano a muoversi come normali peones e i nuovi contorniati da codazzi di ogni tipo

Certe scene, tra lo sgomento e la curiosità, non si vedevano dal 1994. Allora, ventiquattro anni fa, Camera e Senato vennero travolti dalla discesa a Roma delle truppe leghiste e berlusconiane che avevano seppellito da poco la Prima Repubblica, insieme agli avvisi di garanzia che partivano dalla procura di Milano. Oggi protagonisti sono ancora i leghisti, non più quelli di Bossi (che giravano un truppa stile falange macedone, senza parlare con nessuno) ma di Salvini, e soprattutto i parlamentari del Movimento 5 Stelle. Tantissime facce nuove per sostenere il governo di Giuseppe Conte, quello del cosiddetto cambiamento. A ogni passaggio parlamentare in cui la precedente maggioranza viene disarcionata da una nuova, si assiste al consueto spettacolo dei vecchi potenti che tornano a muoversi come normali peones e i nuovi contorniati da codazzi di ogni tipo. Questa volta, però, lo strappo è notevole. E i nuovi arrivati suscitano attenzione anche da parte di chi – i funzionari di Camera e Senato – è abituato ad aver visto di tutto. È come se i marziani fossero atterrati sul Palazzo, con la loro bella astronave. “Speriamo non finisca come la storia del Marziano a Roma di Ennio Flaiano”, sussurra qualcuno.

Così in pochi metri si poteva notare Rocco Casalino, guru della comunicazione grillina e neo portavoce del presidente del consiglio, e Filippo Sensi, dimagritissimo, ex plenipotenziario della comunicazione renziana oggi deputato semplice. Casalino sorride molto, ma alle domande dei cronisti non dà vere risposte. Ai quesiti politici resta sempre sul vago: andremo di qua, ci aspettano di là, non l’ha mai detto, non è così. Tattica? Sensi, invece, dopo essere stato a Palazzo Chigi anche con Paolo Gentiloni, ha ripreso a interessarsi alla politica internazionale. Ma che farà Renzi? E il futuro del Pd? “È stato fatto qualche errore, altrimenti non saremmo a questo punto…”, si lascia scappare. In realtà la percezione è che la nascita del governo Conte abbia fatto tirare un bel sospiro di sollievo ai dem. “Se fossimo tornati al voto, avremmo riperso…”, dice un deputato che chiede l’anonimato.

Codazzi, dicevamo. Salvini è letteralmente assediato. Così come il ministro della famiglia Lorenzo Fontana. Pure Fraccaro e Bonafede sono circondati dai cronisti, altri invece, come il ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, non viene quasi riconosciuto. I cronisti sono invece indaffarati a conoscere i nuovi arrivati, a prendere numeri di telefono. In Transatlantico si rivede anche Augusto Minzolini, tornato a fare il cronista parlamentare a tempo pieno. Carelli, Paragone e Mulè si intrattengono parecchio coi cronisti: fino a poco tempo fa lo erano anche loro. Un po’ si tiene d’occhio l’Aula, con gli interventi di Conte e il dibattito che ne consegue, un po’ si lavora sulle nomine: viceministri, sottosegretari, boiardi di Stato. Pare che la presidenza del Copasir, cui ambisce il Pd con Lorenzo Guerini, Salvini la voglia dare a Fdi, per tenersi buona Giorgia Meloni e i suoi voti (Fdi sulla fiducia si è astenuta). Nel caso ci andrà Guido Crosetto, che gigioneggia godendo sempre di ottima stampa. La Vigilanza Rai, invece, andrà a Forza Italia, con Maurizio Gasparri e Paolo Romani. “E poi Conte in Aula ci viene a parlare di conflitto d’interessi… E danno la Vigilanza a Berlusconi!”, sottolinea un gruppo di deputati di Leu.

L’ex ministro Marco Minniti, contorniato dai cronisti, spiega perché Salvini sui migranti sta sbagliando tutto. L’ex ministro Orlando, invece, si fa uno spritz alla buvette. “D’ora in poi saremo osservati speciali da Bruxelles, questi non potranno sbagliare una virgola, non vorrei essere nei loro panni…”, osserva. Maria Elena Boschi si concede una passeggiata in Transatlantico, come non faceva da tempo. Una cronista la ferma. “Come sta? Come ci si sente a non essere più la donna più potente d’Italia?”, “Non lo sono mai stata ma, anche nel caso, non lo sono più da un pezzo. Sono abituata alle montagne russe. Stare all’opposizione ci farà bene…”, sospira Meb.

In Aula, intanto, il dibattito s’infiamma. “In Senato se l’era pure cavata, ma qui alla Camera la replica di Conte è deboluccia. E poi quante gaffe…”, si commenta in Transatlantico. Vittorio Sgarbi (Forza Italia) vota la fiducia, contro il suo gruppo. “Abbiamo fatto una riunione finta, con la Gelmini che aveva già deciso per tutti. E allora ho scelto di votare la fiducia a questo governo, anche perché dove predomina l’ignoranza io prospero…”. E Berlusconi? “Doveva aggiungere i suoi voti al governo, fregandosene del veto di Di Maio. Così avrebbe annacquato i grillini…”.

Ecco, Forza Italia. I rapporti con la Lega sono sottozero. La coalizione non esiste più. “Non mi meraviglierei se l’alleanza tra Lega e 5 Stelle tra un po’ fosse replicata sul territorio. Salvini ci ha tradito, ma per ora nessuno di noi lo dirà apertamente a un giornalista, mettendoci nome e cognome. Però è quello che pensano tutti”, sussurra un deputato azzurro. Non manca nemmeno una certa dose di cinismo tra i cronisti parlamentari più esperti che fanno l’occhiolino ai funzionari. “Questi non durano…”. “Il rischio, invece, è proprio che durino…”. Battute.

E poi si finisce per dare indicazioni ai nuovi peones. “Scusi, di là cosa c’è?”. “La mensa dei dipendenti e dei giornalisti, onorevole”. “E ci possono andare anche i deputati? Sa, il ristorante l’ho trovato un po’ caro…”.

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