Amlo parla ai messicani, ma dovrebbero studiarlo anche al Nazareno. Il corsivo di Roberto Arditti

Nelle prossime ore Andrés Manuel López Obrador verrà eletto Presidente del Messico, per un mandato di sei anni (non ripetibile). Si tratta di un politico di lungo corso (è stato 15 anni fa Governatore di Città del Messico) che però ha saputo stravolgere l’impostazione originale della sua azione politica per divenire oggi un perfetto esponente di quella stravagante categoria di vincitori delle campagne elettorali che vanno affermandosi in giro per il mondo.

Amlo (così viene chiamato da tutti, usando l’acronimo del suo nome) infatti parte da sinistra, in quella versione sudamericana un po’ retorica e nazionalista che nel suo Paese è sempre stata incarnata dal PRI (Partido revolucionario institucional), il partito che ha dominato la scena politica messicana per oltre settant’anni vincendo quasi sempre le elezioni, comprese le ultime del 2012.

Esce però dal partito oltre dieci anni fa, dando vita ad un raggruppamento autonomo (il Movimiento Regeneración Nacional, Morena), che ultimamente ha iniziato anche a partecipare alle consultazioni elettorali a carattere locale. Ma cos’ha di interessante questo futuro Capo di Stato con gli occhi italiani e, soprattutto, cosa può insegnare alla sinistra nostrana ed europea?

A mio avviso moltissimo, anche se ben pochi si metteranno a studiarlo, poiché approfondire è fatica e tutti (o quasi) i dirigenti politici della sinistra nazionale pensano di aver esaurito il loro compito quotidiano con un paio di tweet contro Salvini (ogni rifermento è voluto) e un aperitivo a piazza di Pietra (luogo preferito dai piddini a due passi dal Parlamento). Facciamolo noi dunque questo esercizio, perché serve a capire davvero cosa sta accadendo ai quattro angoli del pianeta.

Punto primo: Amlo ha fatto tutta la sua campagna elettorale scagliandosi contro la “casta” dei raccomandati e le varie élite politico-finanziarie che dominano il Paese. In sostanza un approccio molto simile a quello del M5S italiano, con addirittura temi identici (ad esempio la proposta di eliminare l’immunità per i membri del Parlamento).

Lotta alla corruzione, aumento delle pensioni minime, riduzione delle tasse ai meno ricchi, piano di investimenti pubblici con particolare attenzione alle zone più povere (il Messico è in forte crescita economica, ma un terzo della popolazione vive in povertà), questi i suoi cavalli di battaglia, che fanno di “el peje” (il suo soprannome, da un pesce preistorico assai diffuso nella Stato di Tabasco dove Obrador è nato) una via di mezzo tra Lula e Beppe Grillo, forte di una solida militanza a sinistra innaffiata abbondantemente nell’ultimo decennio con acqua di fonte nuova, quella dell’antipolitica e della lotta al sistema.

Messico “Stato Mafioso” ha infatti più volte ripetuto in campagna elettorale, sollecitando così la rivolta popolare contro una classe dirigente troppo spesso attenta solo alla cura dei propri interessi (ed al prosperare di una ristretta cerchia di multi-miliardari con interessi in tutti i continenti, a cominciare dal mitico Carlos Slim Helù).

Ma non c’è solo questo elemento a caratterizzare l’imminente successo di Amlo. Sono almeno altre due le ricette vincenti di questo suo terzo tentativo di giungere alla più alta carica dello Stato Federale Messicano. La prima è la decisione di sposare senza indugio una impostazione “alla Trump”, pur con ruoli rovesciati.

“Mexico First” è un mantra delle sue uscite in Tv, proprio a ribadire la volontà esplicita di giocare in chiave nazionale su tutti i tavoli e senza sudditanza alcuna (il Messico è comunque la terza economia del continente americano, dopo Usa e Brasile), a cominciare dai trattati commerciali (visto che i grandi accordi multilaterali stanno fallendo miseramente).

Ciò vale in economia ma vale più in generale come atteggiamento nazionale, da spendere in primo luogo verso l’ingombrante vicino di casa alla frontiera nord. Poi c’è il suo atteggiamento personale, improntato a grande sobrietà e rigore morale esibito continuamente.

Amlo non prende l’aereo, gira in automobile per l’intero Messico ed ha addirittura proposto di vendere la flotta dei velivoli di Stato agli Usa (qualcuno lo racconti a Renzi ed al suo inutile Airbus A340, che peraltro non ha mai potuto usare).

Inoltre ha annunciato che non andrà a vivere nell’immenso Palazzo de Los Pinos, residenza ufficiale del Presidente messicano dagli anni ’40, preferendo restare nella sua attuale abitazione. Insomma “el pejo” ha saputo prendere la sua impostazione originaria di uomo di sinistra per farne materiale utile per una seconda vita, tutta all’insegna di quanto serve oggi per stare in sintonia con la gente.

Ha abbattuto ogni muro ideologico (lo appoggiamo un partito dichiaratamente di destra,Encuentro Social e uno di sinistra classica, il Partito del Lavoro) e ha giocato su tutti i tavoli, dicendo sempre di avere un’unica bussola, cioè l’interesse del popolo messicano.

E allora diciamolo: Amlo parla ai messicani, ma dovrebbero studiarlo anche al Nazareno.

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