Intervista all'ex direttore del Sole 24 Ore e autore del libro Il cigno nero e il cavaliere bianco. "Non è il 2011, lì fu colpa di eventi esterni. Oggi possiamo farci del male da soli e forse ci stiamo riuscendo"

No, non è il 2011. Non ancora almeno. Però certo, a mettercisi d’impegno si può sempre arrivare sull’orlo di un nuovo baratro. Non è stata una giornata facile sui mercati per l’Italia: lo spread Btp/Bund si è mantenuto costantemente sopra i 260 punti base (265 in chiusura), mentre a Piazza Affari la seduta è terminata in profondo rosso a -2,1%. Nuovo spauracchio dopo una settimana tutto sommato positiva per i listini? Domanda da un milione di euro girata direttamete a uno che, nel 2011, suonò la sveglia all’Italia con uno strillo in prima pagina, passato alla storia. cignoQuel “Fate presto”, con cui Roberto Napoletano, giornalista, ex direttore di Messaggero e Sole 24 Ore e oggi scrittore e saggista (da qualche mese in libreria con il suo Il cigno nero e il cavaliere bianco (La nave di Teseo), volle riportare dal giornale di Confindustria un Paese alla realtà di un dafault mai così vicino. Quel cigno nero, appunto, mix micidiale e perfetto tra scarsa fiducia nella sostenibilità del debito sovrano, tensioni internazionali, venti di guerra, disintegrazione della fiducia e scommesse sul nostro fallimento.

 

DALLE COLPE DELLA GRECIA ALLE COLPE DELL’ITALIA

Impossibile non partire da una domanda ben precisa. Che differenza c’è tra il novembre 2011 e questo strano giugno 2018? “Nel 2011 tutti i Paesi del Sud Europa erano a rischio sotto la spinta della crisi del debito sovrano greco. Noi ci abbiamo messo del nostro, ma la crisi veniva da fuori. Oggi la crisi sarebbe autoindotta: gli altri Stati sono in tranquillità, i mercati sono cauti, se l’Italia tornasse stabilmente nell’occhio del ciclone sarebbe solo perché se l’ è cercata”, premette Napoletano. “Nel 2011 il cigno nero italiano fu il risultato di tante cause improbabili che si verificarono tutte insieme. La caduta di credibilità del governo, la maggioranza che perdeva pezzi certo, ma soprattutto il circolo infernale di chi scommetteva sul nostro default e sulla disintegrazione dell’euro, l’errore fatale di Trichet che non capì che dietro la crisi sovrana greca c’era un’altra crisi finanziaria e poi l’attacco francese alla Libia che rovesciò Gheddafi, per volere di Sarkozy. Tutto questo scatenò la tempesta perfetta. Ma oggi è diverso però”.

L’ITALIA DEL VANILOQUIO

Che cosa è cambiato? “Semplice, il problema ce lo siamo creati da noi. Con un vaniloquio politico che ha prodotto nei mercati un rischio percepito che si sta tramutando in danno reale sul costo per collocare i nostri titoli pubblici. Di che parlo? Se per esempio parliamo di spesa da 120 miliardi senza coperture, programmi economici che non stanno in piedi e diciamo cose senza fondamento, come per esempio che vogliamo congelare il debito o torniamo a parlare di euro di serie A o B quando non ne parla nessuno, spaventiamo i mercati e i partner europei, generiamo sfiducia sull’Italia, mettiamo in allarme i risparmiatori italiani e allontaniamo gli investitori internazionali. A quel punto, ma ci sono tutte le condizioni per impedirlo, rischiamo davvero di ripiombare nella crisi, stavolta totalmente autoindotta”.

Un vero peccato perché “i nostri fondamentali sono solidi, non meritano questo giudizio dei mercati. Ma se continuiamo a parlare senza cognizione di causa, rischiamo di pagare un costo senza combattere nessune delle battaglie che pure sono giuste per migliorare la governance dell’Europa, completare l’unione bancaria, individuare strumenti addizionali europei che aiutino i cittadini in caso di nuove crisi, con i soldi dell’Europa e non degli Stati sovrani. Insomma, è veramente assurdo pagare un costo legato solo al vaniloquio”. Le parole insomma, sono importanti, importantissime perché “i mercati reagiscono sulla base di quello che sentono”. Per farla breve, basta parlare a vanvera o saranno guai. “Prendiamo esempio dagli spagnoli, c’è stato un cambio di governo ma la prima cosa che ha voluto dichiarare il successore di Rajoy è stato il rispetto dei vincoli europei e la scelta strategica dell’euro e dell’Unione europea.

RASSICURARE E ANCORA RASSICURARE

C’è solo un antitodoto in grado di riportare la calma e l’ordine prima che i mercati inizino a credere sul serio al fatto che l’Italia qualche problemino di tenuta ce l’ha. “Non siamo più in campagna elettorale, è durata anche troppo, prima e dopo il voto, ora chi sta al governo ha il sacrosanto dovere di rassicurare i mercati, dichiarando e comportandosi in coerenza con un ancoraggio irreversibile all’euro e all’Ue e, allo stesso tempo, deve essere in grado di indicare alcune priorità, continuare a parlare di tutto e dire che si vuol fare di tutto non fa altro che alimentare l’incertezza. Molti comportamenti in campagna elettorale hanno fatto pensare che si ambisse a un governo di un Paese che non sa dove mettere i propri soldi. Ma non è il caso dell’Italia”. Napoletano ricorda un dettaglio che poi tanto dettaglio non è. Il cavaliere bianco del titolo del libro di Napoletano è Mario Draghi. Fu lui a fare l’atto risolutore della crisi con il famoso whatever it takes e poi con il Qe. Ma Draghi non solo tra un anno e poco più cesserà il suo mandato alla guida della Bce, ma il programma di acquisto di titoli pubblici (Qe) è in scadenza, non mancheranno accorgimenti e realismi, ma il programma volge al termine.

All’Italia è stato dato un tempo in cui, sotto la spinta della leva monetaria, “diventava più facile fare le riforme strutturali, perché grazie alla politica monetaria espansiva si riusciva a ridurre il costo sociale delle riforme. Sono stati fatti dei sacrifici e più di un intervento strutturale, buttare oggi tutto all’aria è doppiamente grave, perché si mandano in fumo i sacrifici fatti e si rischia di perdere quella piccola ripresa che invece va consolidata e rafforzata. Se si completa il cammino delle riforme a partire dalla Pa, se si recupera credibilità e si agisce in Ue per avere le deroghe necessarie per incrementare la spesa pubblica in infrastrutture e scuola, si dà una risposta non assistenziale al problema del sud e si aiuta l’Europa a trovare un’anima e un’identità”.

FATE PRESTO! NO, FATE PIANO

L’ex direttore del quotidiano di Confindustria mette le mani avanti: un eventuale  ritorno del cigno nero, è ipotizzabile solo per colpa nostra. “Fino a qualche tempo fa pensavo che fosse impossibile tornare a quei momenti. Certo oggi è necessario essere un po’ più cauti perché abbiamo dimostrato insospettate qualità masochiste nel farci del male. Non è più tempo di fare presto, forse è tempo di fare piano. Bisogna recuperare in fretta credibilità e ripristinare la fiducia sull’Italia, dipende solo da noi, possiamo farlo. Ciampi direbbe ‘sta in noi’ “.

 

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