La scelta è ora se chiudere Taranto o riaprire la trattativa tra sindacati e Mittal e sperare in un'intesa. Ma purtroppo c'è poco tempo

I manager italiani lo hanno detto giusto giusto una settimana fa (qui l’articolo di Formiche.net sull’assemblea 2018 di Federmanager). L’Ilva non va chiusa, non deve essere chiusa. O un pezzo di pil italiano, l’1% ad essere ottimisti, prenderà il volo per non tornare più. Ironia della sorte, per Luigi Di Maio, capo politico del Movimento Cinque Stelle, neo ministro dello Sviluppo economico, del Lavoro e neo vicepresidente del Consiglio, une delle prime patate bollenti sarà proprio quella pugliese. Lo dicono i tempi, prima di tutto.

Il contratto con cui il gruppo indiano Arcelor Mittal si è aggiudicato l’affitto e poi l’acquisto dell’acciaieria, dopo la gara europea della primavera 2017, dà tempo ai sindacati fino al 30 giugno per trovare un accordo con la nuova proprietà, sotto la vigilanza dello Sviluppo Economico. Mittal prevede 10mila assunzioni per tutta la durata del risanamento ambientale per poi stabilizzare 8.500 operai a regime. Ma la trattativa a metà maggio è saltata, costringendo il predecessore di Di Maio, Carlo Calenda a impacchettare tutto il dossier e lasciarlo sulla scrivania del nuovo responsabile del dicastero.

Dunque, volendo tirare un po’ di somme, Di Maio ha ancora un mese scarso per trovare l’intesa coi sindacati sulla proposta industriale di Mittal. Da quella data infatti, i nuovi azionisti dell’Ilva potranno proseguire la loro strada anche facendo a meno dei sindacati e attuando il suo piano industriale così com’è. Ma questo, è evidente, potrebbe creare non pochi problemi all’acciaieria dove la presenza sindacale è forte e radicata.

Tutto questo dando per scontato che l’Ilva rimanga in attività. Perché uno dei capisaldi del contratto Lega-Cinque Stelle è proprio questo: la chiusura dello stabilimento per poi riconvertirlo in qualcosa di diverso. Un impianto fotovoltaico, per esempio. Oppure nulla. Una decisione che porterebbe il governo italiano allo scontro frontale con Mittal, che rivendicherebbe nelle sedi opportune il contratto sottoscritto con il precedente esecutivo. Senza considerare la valanga di azioni giudiziarie da parte delle imprese dell’indotto, cioè coinvolte finora nell’opera di bonifica da parte dell’amministrazione straordinaria, molte delle quali debbono ancora vedersi onorate delle fatture. Insomma, si verrebbe a creare una situazione insostenibile.

Eppure, la via pentastellata alla chiusura, ha già trovato il sostegno del governatore della Puglia, Michele Emiliano, che questa mattina ha ribadito la sua posizione facendo nascere una specie di asse anti-Ilva. “Per l’Ilva mi rimetto al nuovo governo. Se deciderà di chiudere la fabbrica noi, come Regione Puglia, sosterremo questo sforzo impegnandoci per salvaguardare occupazione e reddito. Se viceversa deciderà per la sua continuità produttiva, noi insisteremo sulla nostra posizione perché evidente che l’acciaieria non può certo continuare come ora”.

L’altro dossier sul tavolo insieme ad Ilva è Alitalia. Partita che chiama in causa anche il ministero dei Trasporti, affidato a un altro grillino, Danilo Toninelli. Lega e Cinque Stelle si sono sempre detti contrari alla cessione dell’ex compagnia di bandiera, nonostante la consapevolezza della sua scarsa autonomia finanziaria. Il decreto appena approvato dal Senato e approdato alla Camera ha spostato a fine anno i termini per il rimborso del prestito da 900 milioni e la deadline per la chiusura della procedura di vendita.

Più volte il commissario Alitalia, Luigi Gubitosi, è stato chiaro. Qualunque scelta si voglia fare allo Sviluppo, deve essere presa in fretta per dettare una linea industriale il più chiara possibile. Tutte le strade sono aperte ma è bene fare attenzione: un’eventuale ri-nazionalizzazione, seppur parziale (Cdp?) comporterebbe innanzitutto l’esborso di soldi pubblici e si sa quanto Alitalia e le sue gestioni passate siano indigeste a parte dell’opinione pubblica. Di Maio è avvisato.

 

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