L'economista a Formiche.net: la flessibilità è una forma di protezione delle aziende per sopravvivere alla scarsa competitività. Naturale che vi ricorrano in modo massiccio. Per questo a Di Maio dico, era meglio lavorare sulla crescita invece di limitare lo spazio di manovra delle imprese

Nel giorno in cui la Camera è chiamata ad approvare il decreto dignità, dall’Istat arriva una doccia decisamente fredda, a dispetto della stagione bollente. I numeri diffusi questa mattina dall’Istituto di statistica parlano di un ritorno delle nubi sul mercato del lavoro.

Il tasso di disoccupazione, cioè il numero di persone che cercano un impiego sul totale della forza lavoro, è aumentato a giugno di due decimi di punto salendo al 10,9%. Il numero dei disoccupati risulta così pari a 2 milioni e 866mila. Al contrario, dopo tre mesi consecutivi di crescita, il numero di occupati è calato di 49mila unità. Ma il vero dato è un altro.

E cioè che continuano a crescere i dipendenti a termine (+16mila), che segnano così un nuovo record raggiungendo i 3 milioni 105mila contratti. L’aumento prosegue senza sosta dal gennaio di quest’anno e conferma un trend che nel suo complesso si registra a partire dal 2014. E così la creatura sociale di Luigi Di Maio, il decreto dignità che punta a palettare la possibilità per le imprese di ricorrere a forme di flessibilità, si ritrova a fare i conti con una situazione diventata nel tempo qualcosa di strutturale all’economia.

Una battaglia non condivisa, non del tutto almeno, da Leonardo Becchetti, economista e grande esperto di mercato del lavoro (qui un suo precedente intervento su Formiche.net). Se da una parte Di Maio vuole limitare il ricorso ai contratti a termine, per Becchetti invece la flessibilità è una forma di protezione di cui le aziende non possono fare a meno, pena la morte industriale.

“Dei contratti a termine non si può fare a meno, li considera a tutti gli effetti uno strumento di difesa da parte delle aziende, per sopravvivere alla scarsa comepetitività del Sistema Paese e i dati diffusi oggi dall’Istat lo dimostrano. I problemi non si risolvono di certo mettendo le imprese nelle condizioni di dover rinunciare a uno dei pochi mezzi di protezione di cui godono, il contratto determinato”, spiega l’economista.

Attenzione, nessun elogio del precariato, solo un modo per dire che il problema lavoro va affrontato da un altro punto di vista, quello della crescita. “La soluzione sta da un’altra parte e il governo avrebbe dovuto comprenderlo. Non sta nell’intaccare le prerogative delle aziende ma nel rendergli favorevole il contesto in cui operano. E dunque, crescita, spinta all’economia circolare e lotta al dumping commerciale. A conti fatti non credo che il decreto dignità farà aumentare i posti di lavoro, anzi. Se vado a stringere sui contratti non necessariamente creo posti di lavoro. E poi, se penso ai contratti, allora dico che forse bisognava andare a lavorare più sui contratti a tempo indeterminato, facilitandone la crescita. Non fare l’esatto contrario”.

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