Il mondo produttivo si schiera compatto contro lo stop alla flessibilità dei contratti. Aiutare i dipendenti ma non i datori di lavoro può essere pericoloso

Un decreto per il lavoro ma contro l’industria. C’è qualcosa di davvero strano intorno alla creatura che Luigi Di Maio si appresta a portare questa sera nel Consiglio dei ministri. In molti vedono nel decreto dignità (qui un approfondimento con l’intervista a Marco Bentivogli) come un primo vero atto di giustizia sociale, rigorosamente colorato di gialloverde.

Altri invece un calcio agli stinchi delle imprese, alle quali verrà tolto un bel pezzo di spazio di manovra sui contratti. Il punto di partenza è questo: il primo atto di una certa portata del governo legastellato rischia di creare, se non lo ha già fatto, una profonda inquietudine nel mondo produttivo italiano. Ma non solo.

Le misure contenute nel provvedimento, innanzitutto. Il decreto dignità è stato nelle ultime ore ammorbidito, lasciando incluso nel documento un pacchetto fiscale formato light con ritocchi al redditometro, slittamento della scadenza dello spesometro al 28 febbraio (dal 30 settembre) e stop allo split payment solo per i professionisti.

Allentata anche la norma sulle delocalizzazioni che farà scattare multe da 2 a 4 volte il beneficio ricevuto per le imprese che si spostano “entro cinque anni dalla data di conclusione dell’iniziativa agevolata”. Una prima versione indicava infatti un arco temporale di 10 anni. La stretta resta sia per chi lascia l’Italia per un Paese extraeuropeo sia per chi trasferisce l’attività, anche in parte, in uno dei Paesi dell’Unione europea.

Ma soprattutto e questo non può che far piacere alle imprese, pare essere saltato definitivamente il giro di vite sullo staff leasing,  la misura che impediva contratti di somministrazione a tempo indeterminato. Si prevede comunque che nel caso di somministrazione a tempo determinato valgano le stesse regole degli altri contratti con scadenza. Quindi, per tutti i tempi determinati non si potranno avere più di 4 proroghe, con un limite di durata massima comunque non superiore a 36 mesi.

Eppure i conti ancora non tornano. Perché alle aziende, già innervosite per non l’essere state rese partecipi della fase preliminare del decreto, ancora non basta. Non è chiaro per esempio perché il governo debba intervenire, nel nome della lotta al precariato, sul mondo produttivo in un momento che più delicato non poteva essere. Pochi giorni fa la stessa associazione di Viale dell’Astronomia ha gettato più di un’ombra sulla ripresa, che inizia a battere la fiacca. Concetto ribadito proprio oggi dal Centro Studi Confindustria. C’è il rischio, insomma, che la flessibilità che anima il provvedimento, si trasformi, complice il momento sbagliato, in un boomerang, facendo sì gli interessi dei lavoratori ma no, non quelli dell’industria, dalla quale peraltro dipendono i primi.

Si prendano per esempio gli imprenditori del turismo, che presa carta e penna hanno scritto questa mattina direttamente al ministro dello Sviluppo-Lavoro, Di Maio. La “possibile nuova regolamentazione dei contratti a termine prevista dal decreto dignità sono motivo di grande preoccupazione per gli effetti che la nuova disciplina potrebbe avere sulle attività e sull’occupazione delle aziende dei settori turistico, termale, della ristorazione, della nautica e della montagna”, hanno dichiarato i presidenti di Federturismo, Gianfranco Battisti, di Federterme, Costanzo Jannotti Pecci, di Astoi, Nardo Filippetti, di Confindustria Alberghi, Giorgio Palmucci e di Ucina, Carla Demaria.

Non che i commercianti, ovvero le piccole e piccolissime imprese, la pensino molto diversamente. “La reintroduzione delle causali, l’aumento incrementale del contributo per le imprese e l’applicazione ai contratti in essere rappresentano una fortissima penalizzazione per le aziende del terziario e del turismo che da sempre utilizzano questo contratto per far fronte alle variabili esigenze di mercato. Questo, di fatto, prospetta un pericoloso ritorno ad un periodo di incertezza, ad un incremento del contenzioso e ad una potenziale ricaduta negativa sull’occupazione”, hanno scritto da Confcommercio.

Chi si fa portavoce dei malumori delle aziende dentro l’arena politica è Renato Brunetta. Secondo l’ex ministro ed esponente azzurro “per quanto riguarda il contratto a termine se il decreto fosse questo si conferma ciò che è stato detto in questi giorni e cioè che la norma determina solo un irrigidimento del mercato del lavoro, la reintroduzione della causale determina nuovamente incertezza ed alimenta contenziosi e certamente non si induce alla stabilizzazione, ma anzi si potrebbe determinare un comportamento inverso. Anche l’aumento dei contributi non pare una soluzione convincente, così come l’intervento sulla somministrazione appare confuso”.

A questo punto la conclusione è una. Il confronto tra imprese e governo gialloverde, se mai c’è stato, parte male, malissimo. Sembra essere mancata la presa di coscienza di questo meccanismo: fare gli interessi dei lavoratori è giusto ma se contemporaneamente non si fanno quelli delle imprese, dalle quali i lavoratori dipendono, a chi giova tutto questo?

 

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