Prima ancora del merito, che pesa come un macigno, c'è stato un problema di metodo. Gli industriali non sono stati ascoltati durante la gestazione del provvedimento. E questo ha dato inizio alle incomprensioni. Il commento del professor Caroli, economista e docente presso la Luiss

Da una parte una delle creature più care a Luigi Di Maio. Dall’altra una Confindustria profondamente irritata da certe norme del decreto dignità, approdato alla Camera per essere esaminato prima dalle commissioni competenti e poi dall’Aula. Ieri mattina, quando di buon ora il dg Marcella Panucci ha preso la parola in commissione Finanzae, sono apparese subito evidenti le distanze tra gli industriali e l’esecutivo gialloverde.

Troppo profondo l’abisso sulla flessibilità dei contratti a termine, la cui durata il governo vuole ridurre da 3 a 2 anni, ponendo specifiche penali a carico delle imprese in caso di licenziamento. “Il provvedimento in esame innalza del 50% le indennità dovute in caso di licenziamento illegittimo, finendo per ridurre la convenienza relativa del contratto a tempo indeterminato che, invece, si vorrebbe promuovere con le restrizioni sul lavoro a tempo determinato”, si legge nella relazione di Confindustria depositata in commissione.

Ancora, “il fatto che per contratti tra i 12 e i 24 mesi sia richiesto alle imprese di indicare le condizioni del prolungamento, esponendole all’imprevedibilità di un’eventuale contenzioso, finisce nei fatti per limitare a 12 mesi la durata ordinaria del contratto a tempo determinato”. Di Maio, da parte sua, prima ha parlato di “terrorismo psicologico” da parte di Viale dell’Astronomia, per poi aggiustare il tiro e auspicare miglioramenti da parte del Parlamento.

La sostanza però non cambia, governo e Industriali sono decisamente ai ferri corti. I problemi però, prima che di merito, sono anche di forma. In altre parole è la stessa genesi del decreto ad essere viziata. Lo spiega, per esempio, a Formiche.net Matteo Giuliano Caroli, docente di economia e gestione delle imprese internazionali alla facoltà di Economia dell’Università Luiss.

“Devo dire che una delle cose che mi ha sempre stupito è il mancato ascolto di Confindustria da parte del governo. Sul decreto dignità non c’è stato nessun giro di tavolo, nessun confronto e questo è un elemento di metodo di cui tener considerazione, se non altro su cui riflettere”, spiega Caroli.  “Quello che voglio dire è che quando si trattano certe materie, certi argomenti, così sensibili e importanti, ascoltare i soggetti competenti in materia è strategico. Il governo vuole combattere il precariato? Benissimo, si trova insieme una soluzione, ci si confronta perlomeno. Io non dico che bisogna fare quello che dice Confindustria, ma ascoltarla questo sì. E andava fatto. A prescindere dal fatto che io possa essere o meno ideologicamente contrario a questo o quel provvedimento”.

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