Investire in Borsa o nell'economia reale non fa differenza, l'importante è che convenga a imprese e risparmiatori. Le proposte di Ania, Casse e Consob. Ma nel dibattito irrompe il decreto dignità e Abete risponde a Di Maio

L’importanza di investire e di farlo bene. In Borsa o nell’economia reale, poco importa. Quello che davvero conta è che l’investimento abbia un senso, un criterio e dei ritorni. Questa mattina la Febaf, la Federazione delle banche e delle assicurazioni presieduta da Luigi Abete, ha riunito alcuni dei più importanti investitori italiani, in occasione della Giornata dell’Investitore istituzionale.

Casse di previdenza, assicurazioni, fondi di private equity, immobiliare. Il primo a prendere la parola è però stato il presidente della Consob, Mario Nava, colui cioè chiamato a vigilare sulle imprese che decidono di investire i propri denari in Borsa. La giornata non era delle migliori visto che in mattinata la commissione Finanze della Camera, per volontà di Lega e Cinque Stelle,  ha nuovamente messo sotto accusa la nomina di Nava al vertice Consob, lo scorso dicembre. Una vicenda mai sanata, visto il duplice incarico di Nava sia alla commissione Ue, sia alla Consob (qui un approfondimento di Formiche.net)

Per convincere imprese e istituzioni a investire in Borsa serve un meccanismo comune europeo che dia man forte alle Ipo. “Con la Brexit, e come dimostra anche il capo Spotify, è giunto il momento di pensare per il futuro a un meccanismo di Ipo europee, un sistema unificato sugli sbarchi in Borsa nell’Unione europea.  Il tema di fondo evocato da Nava nel corso del dibattito alla Febaf riguarda come l’Unione dei mercati dei capitali possa favorire il finanziamento delle imprese. “Fino a prima della Brexit ci stava un mercato dominante, Londra, che creava implicitamente una armonizzazione dominante. Ora, visto che non c’è una alternativa naturale a Londra, ma l’alternativa è rappresentata una unione di diversi mercati  l’integrazione diventa ancora più importante”.

Va bene, ma chi per esempio non avesse voglia dirottare i propri investimenti verso i listini, che cosa dovrebbe fare? Un’idea è arrivata dalle assicurazioni, rappresentate dall’Ania guidata da Bianca Maria Farina (nella foto). La quale, nel corso del suo intervento, ha chiesto di “cambiare la normativa dei Pir (i piani individuali di investimento, ndr) per permettere alle compagnie assicurative di riversare sul nuovo strumento di raccolta del risparmio le ingenti masse di risorse accumulate nelle gestioni separate”.

L’invito alle istituzioni competenti arrivato dalla Farina parte dal presupposto che “le compagnie hanno difficoltà ad investire nei Pir, lo hanno fatto per le polizze linked (ad alto contenuto finanziario, ndr) ma non per le gestioni separate. Nelle gestioni separate ci sono riserve tecniche di ramo I e ramo V pari a 500 miliardi. Ma oggi come oggi quelle risorse finanziare non possono entrare nei Pir perché la norma dice che ci deve essere corrispondenza univoca tra cliente e Pir invece nelle gestioni separate è impossibile identificare quanto del rendimento del cliente derivi dal Pir”.

Le richieste al governo da parte del mondo assicurativo non sono finite qui. Le imprese del comparto detengono infatti 300 miliardi di titoli pubblici, ovvero il 15% di tutte le obbligazioni statali emesse in Italia. L’avere in pancia una simile mole di debito pubblico, ha spinto il presidente Farina a chiedere all’esecutivo gialloverde di tenere sotto controllo lo spread. Perché se da un lato grazie all’effetto di un “buon allineamento sulla durata di attività e passività le imprese assicurative risultano poco esposte a un rialzo dei tassi, dall’altro sono più soggette al rischio di aumento degli spread, i differenziali rispetto ai rendimenti dei Bund tedeschi”.

Discorso decisamente più legato al fisco il discorso del mattone delle casse, per i quali erano rispettivamente presenti alla Febaf Silvia Maria Rovere, presidente di Assoimmobiliare e Alberto Oliveti, numero uno dell’Adepp, l’associazione delle casse previdenziali. Proprio le casse (qui un focus recente) hanno riportato in superficie il tema dell’alleggerimento fiscale sugli investimenti. Da tempo infatti gli enti previdenziali chiedono l’allineamento delle aliquote a quelle applicate sulle rendite da titoli pubblici. In questo senso la richiesta delle casse al governo è chiara. Subito un intervento sul prelievo fiscale.

L’occasione sugli investimenti della Febaf è però stata intrisa anche di politica e di considerazioni sul decreto dignità, che questa mattina Confindustria ha stroncato alla Camera, nel corso di un’audizione. Luigi Abete, presidente Febaf, si è infatti intrattenuto una ventina di minuti con i cronisti. Prendendo due filoni di discorso. Il primo rivolto direttamente e Luigi Di Maio, che ieri ha attaccato duramente le banche accusandole di arroganza (Abete è tra le altre cose presidente di Bnl). “Chi vuole criticare lo deve fare facendo nomi e cognomi, senza attacchi generici, che altrimenti si rivelano un boomerang e basta. E non è questione di essere populisti, sovranisti o globalisti. Se ci sono delle situazioni che devono essere identificate lo si deve dire chiaramente, altrimenti è meglio tacere. Lo si dica, altrimenti sono atteggiamenti che oggi il mondo del giornalismo e non io chiamerebbe populistici perché fanno parte del modo di fare politica in Italia, non solo da parte di una singola forza politica ma direi in generale da parte di molte forze politiche”.

Abete ne ha avuto anche per il decreto dignità, approdato alla Camera e sul quale oggi alle 14 dirà la sua in audizione, con ogni probabilità ribattendo a Confindustria. “Secondo me la restrizione della flessibilità è un grave danno alle imprese. Ma questa è una mia valutazione. Trovo però il provvedimento anche contraddittorio. Perché, facendo l’esempio del ritorno della causale (dopo il primo anno di rinnovo del contratto a termine) espone l’imprenditore a una sorta di imprevedibilità da contenzioso”.

 

 

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