Iperconnessi come sono, faticano a stare a loro agio in un mondo in cui gli adulti prendono la loro capacità di destreggiarsi tra più schermi e dimensioni come una dimostrazione di superficialità. L'analisi di Giovanni Lo Storto, direttore generale della Luiss Guido Carli, sulla iGeneration

Stiamo assistendo, in questi dinamici anni di progresso, a una battaglia che vede fronti contrapposti: umanisti contro tecnologisti. Gli umanisti sono coloro che osteggiano la tecnologia e gli impatti che potrebbe portare – anzi, porterà – sugli stili di vita (lavorativi e non) a cui siamo abituati. I tecnologisti, dal canto loro, auspicano la massima connettività tecnologica possibile.

Nel mezzo, o forse proprio estranea al dibattito, c’è quella che il futurologo Gerd Leonhard chiama la iGen, ossia la generazione di nati tra il 1995 e il 2012. Al contrario dei millennials, che hanno vissuto l’era di Internet, ma in misura più limitata, la iGen è cresciuta tra smartphone e social media. Senza memoria di una epoca senza Internet, questi ragazzi possiedono un account Instagram già prima ancora di arrivare alla scuola superiore e vivono in modo iperconnesso giorno e notte. Erano bambini quando nel 2007 uscì il primo iPhone e ad oggi 3 adolescenti su 4 ne possiedono uno. Lo smartphone ha cambiato il modo in cui loro vedono il mondo. Sono abituati a guardare la realtà attraverso uno schermo, a veicolare e filtrare le loro emozioni con i social che mescolano vita reale e vita virtuale, assottigliando il confine tra le due.

Cosa è cambiato in questa generazione? Iperconnessi come sono, faticano a stare a loro agio in un mondo in cui gli adulti prendono la loro capacità di destreggiarsi tra più schermi e dimensioni come una dimostrazione di superficialità. Dormono meno ed escono meno con gli amici, è vero. Ma possiamo iniziare a osservarli con occhi nuovi, vedendoli da una prospettiva diversa. Di inclusione e adattamento. Cominciando con l’adattare i percorsi formativi agli strumenti a loro più congeniali e al loro modo di imparare e non viceversa, come tradizionalmente è sempre stato. Iniziando a vedere un bambino più vivace degli altri non come un soggetto da calmare e reindirizzare su binari preconfezionati, ma incanalando questa energia verso opportunità formative sempre nuove.

Capire questi ragazzi significa innanzitutto conoscerli. Capire non solo la loro lingua (e non è banale, lo slang rimane a volte del tutto inintelligibile a chi, per ragioni anagrafiche, è estromesso dal gruppo senza possibilità di redenzione), ma anche cosa pensano, cosa sognano, di che colore vedono il loro futuro. Ma poi, siamo sicuri che ne vedano uno? Troppo spesso, più o meno consapevolmente, inculchiamo loro un sentimento di paura verso il futuro, di timore verso l’ignoto, di angoscia del domani.

Di fronte a un mondo di certezze sgretolate, di ineluttabile anacronismo dei sistemi tradizionali, ci dimentichiamo di osservare questi giovani e dire loro che, nonostante le più funeste previsioni, sono una generazione piena di opportunità che devono scovare. La seconda fase è mettersi scomodi, rendere le proprie strutture mentali più flessibili e scovare tutte le possibilità di apprendimento, largo e adattivo, che consentono di raggiungere l’obiettivo primo e ultimo: la formazione. Quella efficace, teorica ed esperienziale, è in grado di trasformare una vita intera, aprendo possibilità inimmaginabili. Il primo passo è uscire dalla propria comfort zone e partire.

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