L'analisi di Stefano da Empoli, presidente dell'Istituto per la Competitività (I-Com)

L’ammenda inflitta lo scorso 18 luglio dalla Commissione europea a Google non è solo la più alta della storia tra le multe antitrust comminate da Bruxelles ma rischia di avere effetti imprevedibili sul mercato dei dispositivi mobili a livello globale.

Con 4,3 miliardi di euro la sanzione annunciata nei giorni scorsi corrisponde a più del doppio delle ammende decise nell’arco di un decennio (2004-2013) nei confronti di Microsoft. Ma, per quanto la cifra stabilisca un record, il tema non è solo e tanto monetario. C’è il pericolo che la decisione della Commissione europea abbia conseguenze molto più serie, non solo per Google ma per l’intero mercato del mobile. Minando alle fondamenta l’ecosistema creato grazie ad Android.

Quando nel 2007 Steve Jobs annunciò al mondo la nascita dell’iPhone, spiazzando i suoi concorrenti e cambiando per sempre il modo di comunicare e il tempo libero delle persone, Google – che al tempo era un newcomer del mercato del mobile, proprio grazie all’acquisizione nel 2005 della startup Android – ha dovuto decidere se seguire la strada tracciata dall’azienda di Cupertino oppure imboccarne una diversa. La scelta è stata quella di tentare un percorso del tutto innovativo. Che anziché fondarsi sul sistema chiuso e incompatibile di Apple (il cosiddetto “walled garden”) fosse aperto e trasversale rispetto all’ecosistema digitale. Di qui nacque la decisione di fondare, nel novembre 2007, la Open Handset Alliance (OHA), insieme a una multitudine di imprese produttrici di device e di software ed aziende tlc.

Il risultato del lavoro di tanti soggetti, in molti casi in competizione l’uno con l’altro, furono numerosissime versioni di Android, personalizzate secondo le esigenze (basti pensare che oggi sono 1300 i brand e più di ventimila i modelli che adottano il sistema operativo sviluppato dall’azienda di Mountain View). Il tutto però avvenne a un costo, la perdita di interoperabilità tra versioni spesso molto diverse, con un potenziale danno sia per i consumatori (che rischiavano di non trovare più l’app desiderata sul proprio smartphone) che per gli sviluppatori (che di converso rischiavano di dover adattare una stessa app alle molte versioni del sistema operativo). La soluzione escogitata da Google, con il pieno consenso degli sviluppatori, è stata quella di tentare di uniformare il quadro, approvando versioni che rispettassero caratteristiche tecniche minime e penalizzando i device ritenuti “incompatibili”, rifiutando di concedere in licenza le sue app a questi ultimi.

Un comportamento contestato dalla Commissione che pare tuttavia tanto più legittimo ove si consideri che è stato sviluppato quando la leadership di mercato doveva ancora configurarsi e che la licenza era ed è completamente gratuita. Con effetti significativi sui prezzi dei dispositivi che, grazie ad Android, sono scesi significativamente in ogni parte del mondo, come ammette la stessa Commissione europea, rendendo gli smartphone accessibili a tutti, dalle periferie europee e nordamericane ai deserti africani e asiatici.

Ma proprio il modello open source e la convenienza economica, alla base dell’enorme successo dell’ecosistema Andoid (che ha scalato una quota di mercato a livello mondiale attualmente del 77%), sono diventati il grimaldello con il quale la Commissione ha colpito Google. Infatti, è stato soprattutto sulla base di queste due caratteristiche, apprezzate da chiunque abbia un minimo di conoscenza della disciplina antitrust, che la Commissione ha paradossalmente escluso che Android operasse di fatto nello stesso mercato di Apple. E dunque che il suo potere di mercato non fosse limitato dalla possibilità per i consumatori di passare da un sistema Android a uno iOS (che insieme costituiscono il 96% circa del mercato mondiale).

Se una delle tre censure formulate dalla Commissione europea si riferisce a un comportamento già abbandonato da Google nel 2014 (incentivi a produttori ed operatori che preinstallassero Google Search), le altre due pongono a rischio non solo l’ecosistema Android ma tutti i modelli aperti e gratuiti che chiunque altro volesse creare, magari in altri settori. Da un lato, come detto, la Commissione ha censurato soluzioni risolutive anti-frammentazione e, dall’altro, la pre-installazione delle applicazioni Google relative alla ricerca e al browsing insieme a Google Play Store. Un modo per Google per ripagare gli enormi investimenti effettuati, visto che Android e le principali app sono gratuiti e Google Play Store dà ricavi poco superiori alla metà rispetto a Apple Store (nonostante un numero all’incirca quadruplo di utenti, una conseguenza del modello democratico scelto da Google).

Ora, di fronte a Google, si pone la scelta se continuare a perseguire il modello intrapreso ormai più di dieci anni fa – e alla base del modello di business dell’azienda di Mountain View dalla fondazione – oppure abbandonarlo, almeno parzialmente, rendendolo non più gratuito oppure convergendo verso una soluzione proprietaria. Con conseguenze che potrebbero creare, queste sì davvero, un danno ai consumatori e alle tante centinaia di migliaia di sviluppatori di app basate su Android, molti dei quali europei, che non a caso hanno gridato al disastro immediatamente dopo la pubblicazione della decisione della Commissione europea.

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