Domicilio digitale, non significa solo “da oggi le multe del comune arrivano nella tua casella di posta elettronica”. Far passare questa comunicazione sarebbe un errore gravissimo. L'analisi di Paolo Ghezzi, direttore generale di InfoCamere

In attesa della realizzazione dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr), il traguardo dell’elenco nazionale dei domicili digitali è un passaggio importante per rendere tangibile agli italiani il concetto di cittadinanza digitale. Le nuove regole del Codice per l’amministrazione digitale (Cad) prevedono che, entro il 27 gennaio 2019, ogni cittadino avrà il diritto di eleggere un domicilio digitale presso un qualsiasi indirizzo di posta elettronica certificata o servizio elettronico di recapito certificato. A questo diritto, corrisponde il dovere per la Pa di inviare solo presso l’indirizzo dichiarato le proprie notifiche o comunicazioni con valore legale.

La realizzazione della piattaforma che ospiterà l’elenco è stata affidata a InfoCamere – in collaborazione con il Team per l’Italia Digitale e AgID – e sarà completata prima dell’estate, dunque con largo anticipo rispetto all’operatività prevista per l’elenco. Un tempo prezioso, da usare per fare due cose. Lavorare perché le Pa comprendano appieno la portata di un cambiamento che vale milioni di euro in risparmi per le comunicazioni ai cittadini. Dare un nome ai tanti momenti della nostra vita che potranno beneficiare dell’identità digitale e comunicarlo chiaramente agli italiani.

Domicilio digitale, infatti, non può significare solo “Da oggi le multe del comune arrivano nella tua casella di posta elettronica”. Far passare questa comunicazione sarebbe un errore gravissimo. I procedimenti della Pa che interessano in positivo cittadini e imprese sono molti di più. Dall’ammissione dei figli a scuola al riconoscimento di diritti all’assistenza e ai servizi alla persona, dall’autorizzazione a intraprendere un’attività d’impresa all’attribuzione di risorse e finanziamenti. Per non parlare del semplice fatto di poter essere informati tempestivamente sulle opportunità e sui nuovi servizi messi a disposizione da Stato ed enti locali. Una Pa digitale che funzioni su standard condivisi e che usi un linguaggio semplice può essere il vero elemento disruptive per realizzare una società digitalmente più inclusiva.

In questi mesi le Camere di commercio stanno vivendo un’esperienza significativa con la diffusione del cassetto digitale dell’imprenditore. È la prima applicazione veramente mobile first rivolta al cittadino-imprenditore, realizzata e distribuita utilizzando appieno le linee-guida sulla user experience dettate dall’AgID. Ad oggi sono 80mila – e crescono a un ritmo di 1.500 al giorno – i cittadini- imprenditori che accedono con Sistema pubblico di identità digitale (Spid) o Carta nazionale dei servizi (Cns) per consultare la propria visura, il bilancio, le pratiche inviate agli Sportelli unici attività produttive (Suap) comunali e altro ancora, anche da smartphone e tablet.

Se c’è una lezione che può venire da esperienze come questa è che la Pa non si può limitare a “portare il cavallo a bere” – cioè offrire tecnologie e app innovative – ma deve puntare a far nascere una “sete digitale” tra imprese e cittadini. Anche facendo evolvere l’impianto legislativo in questa direzione. L’esperienza della Posta elettronica certificata (Pec) può fare da guida per interpretare, oggi, una possibile traiettoria di sviluppo del domicilio digitale. Dieci anni fa, l’introduzione della Pec per assolvere gli adempimenti verso il Registro delle imprese è stata decisiva per accelerare e rafforzare il processo di alfabetizzazione digitale dei professionisti italiani. Oggi, sono i più digitalizzati in Europa. Un merito del quale la Pa dovrebbe andare orgogliosa. Con il domicilio digitale, ora è la volta dei cittadini.

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