Il cambiamento di rotta della Turchia nei suoi rapporti con Mosca è confermato, oltre che dalla presenza del presidente turco al vertice in Iran a settembre, anche dalle ultime tensioni che l'hanno vista coinvolta con gli Stati Uniti

Il giro di boa sempre più evidente della Turchia, che continua a strizzare l’occhio alla Russia e con la quale gli Usa mantengono un alto stato di tensione, punta il riflettore dritto dritto su una spaccatura potenzialmente critica nell’alleanza Nato. Da un lato, il presidente Recep Tayyip Erdogan, dall’altro le due potenze guidate da Donald Trump e Valdimir Putin. Uno scombinato e fragile equilibrio che nell’ultimo periodo ha visto la Turchia sull’orlo del disastro finanziario e che, con la conferma della partecipazione di Erdogan al vertice in Iran a settembre, rischia di sfaldarsi ulteriormente e pericolosamente.

D’altra parte, nelle scorse settimane un tweet del presidente statunitense aveva definitivamente dipanato i dubbi sul non ottimo stato di salute dei rapporti tra Washington e Ankara, facendo seguito a un aumento delle sanzioni nei confronti dell’alleato Nato e facendo precipitare la valuta turca. Ed è qui che entra a gamba tesa il Cremlino: infatti nelle stesse ore del proclama di Trump, Erdogan era al telefono con il presidente Putin, con il quale si prometteva una maggiore cooperazione nei settori della difesa, dell’energia e del commercio.

Ma qual è la radice di questo cambiamento di rotta? I punti di conflitto tra Usa e Turchia includono il sostegno militare americano ai combattenti curdi in Siria, insieme ai continui appelli per l’estradizione dagli Stati Uniti di Fethullah Gulen, accusato di essere stato l’artefice del tentato colpo di stato nel 2016. Secondo Sener Akturk, professore associato di relazioni internazionali alla Koc University di Istanbul, Washington viene percepito dai turchi come “un alleato che deve essere paradossalmente mantenuto a distanza, mantenendo in equilibrio la cooperazione con la Russia”.

Nel frattempo, infatti, il Paese membro della Nato e la Federazione russa hanno compiuto, nel corso degli anni, decisi passi in avanti nel loro rinnovato rapporto. Da quando, nel 2015, l’esercito turco ha abbattuto un jet militare russo lungo il confine turcho-siriano, Erdogan e Putin si sono incontrati una decina di volte ristabilendo un avvicinamento che ha visto, tre le altre cose, la trattativa d’acquisto per gli S-400 da parte della Turchia. A questo proposito i funzionari statunitensi e della Nato hanno fatto presente come il sistema russo sia in conflitto con le attrezzature della Nato e porterebbe a violazioni della sicurezza.

Senza dimenticare, come ha detto ad Ap Anna Arutunyan, analista senior per il Gruppo di Crisi Internazionale, che “la prospettiva di un membro amichevole all’interno della Nato, è una prospettiva molto preziosa per Mosca”. Anche se sono su due fronti diversi, Russia e Turchia, in Siria possono essere utili vicendevolmente.

Punto di vista confermato ancora di più dalla presenza di Erdogan e Putin, insieme, al vertice in Iran fissato per il 7 settembre. Il terzo summit del processo di Astana sulla Siria sarà l’occasione, secondo quanto riferito dalla presidenza di Ankara, per il presidente turco di esprimere preoccupazione per una possibile offensiva del regime di Damasco contro la provincia settentrionale siriana di Idlib.”Russia e Turchia, nel contesto siriano, hanno bisogno l’una dell’altra, e il rapporto è molto più solido”, ha detto Aaron Stein, un alto funzionario del Consiglio Atlantico con sede negli Stati Uniti.

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