I movimenti neonazionalisti e neosovranisti accolgono la definizione di democrazia come identità sostanziale di un popolo sovrano. Quello che conta, però, è non smarrire il bene comune come criterio etico di legittimazione del potere. La riflessione di Benedetto Ippolito

L’analisi dei sistemi politici è molto antica, giungendo praticamente a collimare con la storia stessa della filosofia. Già Platone e Aristotele avevano perfettamente individuato, sia pure in modo opposto, il problema comune di una demarcazione fondamentale tra il bene e il male, ossia tra forme di governo giuste e corrotte.

In particolare, lo Stagirita, nella Politica, ha spiegato, con un metodo divenuto col tempo classico, che il criterio selettivo consiste nel diverso rapporto del potere con il bene comune, vale a dire tra un governare nell’interesse del tutto e un governare invece soltanto per la propria particolare utilità.

Non è importante, insomma, che il potere sia in mano a uno, pochi o tanti, ma che questi lo esercitino al servizio dello Stato e a favore dei cittadini. Hans Kelsen, riprendendo lo stesso metodo, istituirà l’analoga distinzione tra democrazia e autocrazia, la prima positivamente rivolta al bene comune, la seconda negativamente rivolta al bene esclusivo dell’autorità.

Oggi stiamo assistendo alla rinascita del fenomeno della sovranità. Non che essa non esistesse più: semplicemente era dominante l’idea che i sistemi democratici, a detta di Jacques Maritain, implichino l’assenza di ogni forma di potere assoluto e, quindi, l’assenza di una sovranità popolare.

Questa tesi liberale, d’altronde, è stata sempre contestata perché troppo debole, in particolare da chi, come Carl Schmitt, era e resta persuaso che la democrazia richieda la validità proprio della forma più sostanziale di autorità suprema, vale a dire la sovranità chiusa di un popolo.

Attualmente i movimenti neonazionalisti e neosovranisti accolgono questa definizione di democrazia come identità sostanziale di un popolo sovrano, combinando l’istanza naturalista di una realtà comunitaria esistente con il concetto di volontà generale di ascendenza rousseauviana.

Quello che conta, al di là di tutto, è non smarrire il bene comune come criterio etico di legittimazione del potere, impedendo cioè l’arbitrio dispotico e conservando l’idea che in democrazia non è l’umanità idealizzata il sovrano, ma un popolo determinato e circoscritto in una cittadinanza concreta.

Il principio di sovranità popolare vincola, a ben vedere, non soltanto all’accettazione di un limite popolare nella volontà di governo, ma circoscrive in un confine l’estensione della cittadinanza. In questo senso, il futuro politico del mondo consisterà nell’ordine globale di una pluralità di Stati nazionali, governati e controllati internamente mediante la partecipazione democratica dei rispettivi cittadini, con un esercizio ponderato del potere, rivolto al bene comune e rispettoso delle altrui comunità sovrane.

(Articolo pubblicato sul numero di Formiche numero 138 di luglio 2018)

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