Non si tratta di ricalcolo ma di una penalizzazione secca, prodotta da un criterio discutibile ed arbitrario. Vengono colpite soprattutto le donne, i militari e tutti coloro che hanno anticipato la pensione. L'analisi di Stefano Biasioli

Abbiamo già scritto il nostro parere, totalmente negativo, sul ddl in questione ma riprendiamo l’argomento perché abbiamo letto e riletto sia il testo integrale del ddl che la sua relazione introduttiva. Pignoli come siamo, non possiamo non notare alcune distonie tra la relazione ed il Ddl. Quali? Eccole

DISTONIE TRA RELAZIONE e DDL (Atto 1071 della Camera; R.Molinari, F. D’Uva)

L’obiettivo dichiarato (portare le pensioni minime e sociali dai 450 ai 780 euro/mese) appare impossibile da raggiungere con i soldi “rapinati” ai pensionati che hanno una pensione da 80.000 euro lordi in su. Infatti anche raccogliendo 600.000.000 di solidarietà/anno dai “ricchi parassiti” (come li apostrofa Di Maio) non si potrebbero garantire ai 5.000.000 di “pensionati poveri” (il numero è tratto da “Tabula”) che 100 euro/anno in più ossia 8,33 euro/mese di incremento, cifra ben lontana da quella dell’obbiettivo proclamato (+330 euro/mese).

Delle 2 l’una: o si gratificheranno solo 1,5 milioni di poveri o si sono sbagliate le previsioni.

Si continua a confondere l’assistenza con la previdenza: la prima è data a chi non ha mai lavorato o ha lavorato in modo discontinuo o ha evaso ( e dovrebbe essere finanziata dalle tasse e non dall’Inps) mentre la seconda è legata ai contributi versati, sulla base di regole che la politica ha cambiato almeno 20 volte in circa 50 anni.

La riforma Dini (“contributiva”) parte dall’1/01/1996 : quindi, da allora, sono passati 22 anni ed 8 mesi, non 25 anni ( come viene scritto nel primo capoverso di pag.2 della relazione).

La relazione cerca di sostenere la costituzionalità della nuova stangata e si appella “all’obbligo morale di intervenire per correggere alcune evidenti iniquità di questo settore del welfare” (secondo capoverso della stessa pagina). Si citano solo alcune sentenze della Corte Costituzionale sul tema (223/2012; 116/2013; 173/2016) ma ci si dimentica di quelle più recenti che, pur favorevoli ai legislatori, avevano messo chiari paletti per cercare di evitare ulteriori, persistenti ed irreversibili contributi di solidarietà come quello proposto ora.

Con una serie di equilibrismi – che ricordano le “tirate” di Tito Boeri- si cerca di convincere il Parlamento che ….”la tutela dei più deboli consente di derogare al principio di mantenimento del trattamento pensionistico già maturato..”. Si omette però di dire che la Corte Costituzionale ha, sempre, ribadito la “transitorietà dei tagli”. Qui, invece si progettano tagli permanenti a pensioni in essere, da anni o decenni. (pag.3).

L’ultimo capoverso di pag.3 della Relazione è un piccolo capolavoro. Sostiene che “il prelievo” (taglio) è.. “di competenza dell’Inps che lo trattiene all’interno delle proprie gestioni per specifiche finalità solidaristiche e previdenziali”.

Si tratta di una macroscopica falsità perché il testo del ddl (art.3,c.1) prevede invece che la rapina serva a costituire un “Fondo risparmio” , che verrà gestito dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Nei fatti, si abbasserà così il monte previdenziale Inps, per consentire a Di Maio e Co. la gestione (trasparente?) dello scippo, per gli anni a venire.

A pag.7 della Relazione ci si imbarca nuovamente in una insistita difesa della correttezza costituzionale della manovra blaterando di “criteri di progressività (?)….di uguaglianza tributaria…di liceità di interpretazione non assoluta ma relativa dell’art. 53 della Costituzione…” e di necessità di tamponare le storture della Legge Dini, che ha partorito (dall’1/1/96) 3 diversi sistemi pensionistici (retributivo, misto, contributivo), mediante “le misure di calcolo qui illustrate”, che – secondo i Relatori- sarebbero giustificate sul piano costituzionale, solidaristico, egualitario e financo etico.

Comunque lo si veda, il sistema proposto non porta ad un taglio delle pensioni over 80.000 sulla base di un ricalcolo del delta tra contributi versati e pensione percepita ma porta invece ad un taglio pensionistica secco (dal 10 al 20%) proporzionale all’anticipo di pensionamento rispetto ad un nuova età, fissata ora da questo governo.

Quindi, tagli secchi retroattivi, molto più pesanti di quelli dei governi Berlusconi-Monti-Letta-Renzi e Gentiloni. Soprattutto di quelli del governo Letta (Legge di Stabilità 2014, contributo di solidarietà per i pensionati over 90.000 euro lordi/anno), validi per gli anni 2014-2015-2016.

E di quelli legati alla mancata rivalutazione pensionistica, in atto dall’1/1/2012 al 31/12/2018.

I tagli di questo ddl, però, risparmieranno intere categorie di lavoratori (es. alti magistrati e professori universitari, cui la legge consente di lavorare ben oltre i 65 o 67 anni) a differenza dei “normali” dirigenti della P.A. cui la legge Madia ha imposto il pensionamento obbligatorio ai 65 anni, salvo rare deroghe “dei potenti”.

La tabella allegata al ddl calcola in modo retroattivo l’età pensionabile e stabilisce nuove soglie. Se queste soglie non sono rispettate scatta la penalizzazione.
Per chiarezza le dettagliamo:

PERIODO DI RIFERIMENTO – NUOVA SOGLIA DI PENSIONAMENTO  – VECCHIA SOGLIA

01/01/1974—-31/12/1976                63 anni e 7 mesi
01/01/1977—-31/12/1979                63 anni e 10 mesi
01/01/1980—-31/12/1982              63 anni e 11 mesi
01/01/1983—-31/12/1985               64 anni
01/01/1986—-31/12/1988              64 anni e 1 mese
01/01/1989—-31/12/1991               64 anni e 4 mesi
01/01/1992—-31/12/1994              64 anni e 7 mesi
01/01/1995—-31/12/1997               64 anni e 10 mesi                                                                62 a. uomini, 57 donne
01/01/1998—-31/12/2000             65 anni e 1 mese
01/01/2001—-31/12/2003             65 anni e 3 mesi
01/01/2004—-31/12/2006            65 anni e 6 mesi
01/01/2007—-31/12/2009            65 anni e 9 mesi
01/01/2010—-31/12/2012             66 anni
01/01/2013—-31/12/2015              66 anni e 3 mesi
01/01/2016—-31/12/2018             66 anni e 7 mesi
01/01/2019————-                     67 anni.

Quindi 16 soglie pensionistiche, di cui 15 retroattive. Ad esse andrà applicata la formula di ricalcolo della pensione (Art.1, c.1-2-3 del ddl).
Le eccezioni sono di diversa specie: i pensionati andati in pensione in età inferiore ai 57 anni; i titolari di pensioni di invalidità/superstiti/terrorismo/atti eroici (art.5).

Ancora, i tagli in questione non possono ridurre il montante pensionistico al di sotto degli 80.000 euro lordi/anno.

Gradiremmo sapere chi abbia identificato questa cadenza delle soglie pensionistiche, di cui ben 8 in pieno periodo retributivo e chi non abbia considerato come “fondamentale” la data dell’1/01/1996, vigenza della legge Dini.
La sostanza è che le pensioni pubbliche e private (il monte 80.000 vale come cumulo delle 2) subiranno una penalizzazione, legata all’età del pensionamento “reale” rispetto alla “nuova età di pensionamento”, calcolata – ora per allora – applicando in modo retroattivo la speranza di vita attuale! Prima te ne sei andato, più ti taglio.
Esempio: se sei andato in pensione- da insegnante- nel 1995, con le regole di allora, il taglio è del 20% (quasi il 2,9% annuo).

Esempio: un alto ufficiale dell’esercito, se lascia (dopo l’1/1/2019) a 65 anni, avrà una penalizzazione del 6,4% (dati di S.Patriarca, Tabula).

Non si tratta di ricalcolo ma di una penalizzazione secca, prodotta da un criterio discutibile ed arbitrario. Vengono colpite soprattutto le donne, i militari e tutti coloro che hanno anticipato la pensione, adoperando le regole vigenti al momento. Tutto questo perché non si vuole affrontare il problema di fondo. La doverosa separazione tra previdenza e assistenza, nel bilancio Inps.

Perché si nega, anche da parte di questo governo, che il bilancio previdenziale puro (legato ai contributi versati) è in pareggio mentre il bilancio assistenziale puro (non legato a contributi versati) è in clamoroso rosso.

Rosso da coprire non maltrattando i “ricchi pensionati” ma con tasse da caricare su tutti i cittadini – pensionati od attivi che siano- a parità di reddito.
Rosso da coprire mediante:

-una attenta revisione delle pensioni di invalidità, di vario genere;

-attenta revisione delle denunce di intere categorie professionali/artigiane, che “teoricamente” vivono con redditi mediamente inferiori a quelli dei similari professionisti Ue;

-cambiamento drastico sull’Iva (oggi detraibile da tutti tranne che dai dipendenti pubblici);

-flat tax, con detrazione automatica di tutte le spese “vitali”, indipendentemente dalla tipologia di lavoro o pensione.

E, per ora, è tutto. Ma ne riparleremo…

Stefano Biasioli

PastPresident CONFEDIR

Segretario APS-LEONIDA

Presidente FEDERSPeV Vicenza

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