A Salisburgo May si è scontrata con i leader europei che non vogliono la Brexit, ma ha respinto un secondo referendum e difeso il suo piano di divorzio

Il tentativo di “disintossicazione” dalla Brexit è stato servito sul piatto d’argento al vertice dei leader dell’Ue di Salisburgo che si è appena concluso. I capi di Stato europei e soprattutto gli uomini di Bruxelles non riescono ad accettare che la Gran Bretagna arriverà davvero a divorziare dall’Unione nel giro di pochi mesi.

Ma nonostante le pressioni, Theresa May non ha fatto che ribadire che non ci sarà un secondo referendum, come ha chiesto anche il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, e non ci sarà alcuna estensione dei negoziati sulla Brexit. Nessun rinvio della Brexit, insomma, anche in caso di mancato accordo con la Ue entro la data prevista. È questa la minaccia con cui Theresa May, nella cena della notte scorsa a Salisburgo, ha esortato nuovamente gli altri 27 leader della Ue a cambiare la propria posizione sul confine irlandese. “Il Regno Unito uscirà dalla Ue il 29 marzo prossimo ed ora è nostra responsabilità chiudere questo accordo. Tutti riconosciamo che il tempo è poco, ma rinvii o ritardi non sono un’opzione”.

A sorpresa, dalla parte di un secondo referendum, si sono schierati Andrej Babiš, l’euroscettico primo ministro ceco, che ha dichiarato di essere “molto scontento che il Regno Unito se ne andrà e che forse sarebbe meglio optare per un nuovo voto”; e Joseph Muscat, il primo ministro maltese, che ha espresso di credere “nell’impossibile”.

L’UE non dovrebbe “punire” il Regno Unito perché sta lasciando il blocco, ha invece replicato il primo ministro ungherese Viktor Orbán. “Sono molto positivo. Non mi piace l’idea di alcuni leader di punire gli inglesi solo perché hanno deciso di andarsene”, ha detto Orbán ai giornalisti mentre si recava ad un incontro informale dei leader dell’UE, in cui la Brexit è stato uno degli argomenti principali all’ordine del giorno. Emmanuel Macron, invece, ma non è una novità, ha fatto appello ai suoi colleghi europei perché mantengano un “approccio duro” contro il compromesso della May.

Eppure il primo ministro inglese, sebbene è sembrato avere tutti contro, ha mostrato una fermezza che a lungo il suo partito le aveva chiesto invano. Theresa May ha, infatti, voluto insistere sulla validità delle proposte varate nella riunione di governo ai Chequers. D’altronde, è stato ribadito più volte nelle ultime settimane, o quelle o il no deal.

Donald Tusk, durante la conferenza stampa finale del vertice di Salisburgo, ha replicato che la proposta avanzata dal primo ministro inglese, semplicemente “non funzionerà”. Secondo Tusk tutti i paesi della Ue “condividono il parere che mentre nel piano May ci sono degli elementi positivi, il quadro proposto per la cooperazione economica non funzionerà, perché mina il mercato unico”.

Intanto un “vertice speciale” sarà organizzato a novembre per concludere i difficili negoziati sui termini della Brexit tra Unione Europea e Regno Unito, che nelle intenzioni iniziali dovevano finire a metà ottobre, come confermato dal cancelliere austriaco, Sebastian Kurz.

Ma quando, dopo pranzo, e dopo che tutti avevano esposto in maniera netta il loro punto di vista, è toccato a Theresa May concludere i lavori con una conferenza stampa, l’inquilino del numero 10 ha sottolineato di sperare in una conclusione egli accordi entro ottobre e non novembre. Il primo ministro della regina non si aspettava una svolta a Salisburgo, ma sperava che l’EU27 sarebbe stata sufficientemente diplomatica, o quantomeno evasiva, per mantenere in gioco l’opzione dei Checkers. E invece così non è stato. Incominciando a parlare di immigrazione e sicurezza è passata subito al tasto dolente della Brexit. Come annunciato, ha esordito, “ho avuto un colloquio “franco” con Donald Tusk e mi sono detta d’accordo sull’esistenza di due problemi”. “Dividere il regno Unito è inaccettabile”, è per questo che presenterà “a breve” all’Ue una nuova proposta sul confine irlandese, quello che rappresenta uno degli principali ostacoli ai negoziati. Il secondo problema resta, invece, il commercio, “deve esserci un commercio senza attrito e il mio piano è l’unico a prevederlo”. E mentre, nel rispondere alle domande incalzanti, ha ribadito di star lavorando semplicemente per ciò che gli inglesi hanno chiesto al referendum del 2016, ha aggiunto di sperare in una conclusione degli accordi entro ottobre, e non novembre.

È anche vero che qualsiasi tipo di progresso prima della conferenza del partito conservatore a Birmingham risulta improbabile, perché la May non ha lo spazio a sufficienza per scendere a compromessi quando incombe su di lei, e sul governo tutto, un appuntamento importante. Ci sono 1.000 Tory, sostenitori di una hard Brexit, rigidi e che non vedono l’ora di dire la loro. Del resto il 2018 sarà un buon caso di studio per valutare quanto le conferenze di partito possano ancora influenzare la politica. Detto ciò, c’è sempre una dimensione coreografica in questo genere di negoziati e una prima fila da accontentare.

Però non è parso che Theresa May si sia messa a recitare il muso duro. E più le due parti continueranno ad allontanarsi, più sarà difficile arrivare ad un accordo entro ottobre.

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