La settimana scorsa a Salisburgo, quando Bruxelles ha respinto il piano di Theresa May per i futuri rapporti tra la Gran Bretagna e l'Unione Europea, il primo ministro è parso non solo debole ma da tenere a distanza

È difficile, per il popolo inglese in questo momento, non provare un po’ di compassione per il primo ministro. Theresa May ora è orribilmente isolata. Sia nel suo gabinetto che in Europa gli alleati sono pochi: il tentativo di vendere il suo piano dei Checkers sta andando a vuoto. E stare al numero 10 di Downing Street è quanto mai il “lavoro più solitario del mondo”.
La settimana scorsa a Salisburgo, quando Bruxelles ha respinto in malo modo il piano di Theresa May per i futuri rapporti tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea, il primo ministro è parso non solo debole ma da tenere a distanza. Si era presentata al summit europeo aspettandosi almeno un supporto tiepido che l’avrebbe aiutata a superare la conferenza dei Tory inaugurata oggi a Birmingham, e invece è rimasta da sola. Ma ha fatto comunque la voce grossa.

Oggi che i conservatori si riuniscono nell’annuale assemblea, non sanno cosa aspettarsi e qualcosa arriverà comunque. Per il primo ministro presentarsi dai suoi con la pacca sulla spalla dell’Ue circa il piano dei Checkers avrebbe fatto scemare la tensione che abita il partito conservatore inglese, ma la verità è che i tories hanno tutte le intenzioni di divorziare da Bruxelles, con o senza il beneplacito dell’Ue.

La sua attuale politica non viene presa sul serio a Bruxelles e l’ipotesi del no deal, supportata da gran parte del partito, e anche da tanti elettori, si avvicina prepotente. Sebbene la May vorrebbe evitarlo.

All’interno del gabinetto ci sono pochi pronti a difendere a spada tratta il suo piano. E persino i pochi che ancora lo difendono in privato, così come in pubblico, ammettono che le cose ora si fanno più difficili. Ci sono ministri del governo che riconoscono che il piano dei Checkers ha raggiunto il suo obbiettivo: mostrare che il governo aveva compiuto uno sforzo, in buona fede, per negoziare il più vicino rapporto economico con l’Ue possibile. Fare uno sforzo: era quello che gli inglesi s’aspettavano, colpa di Bruxelles che è troppo intransigente.

Intanto la reazione del primo ministro sia al vertice di Salisburgo che in questi giorni, le ha fatto guadagnare un po’ di tempo. Tant’è che alla conferenza dei Tory s’è presentata come la donna che sta in piedi davanti a Bruxelles, e non che china il capo. Resterà da vedere quello che il partito le chiederà poi di fare. Sarà in grado il governo di ottenere che il Regno Unito venga trattato con “rispetto” dall’Ue?

La decisione che la May dovrà prendere su quale strada percorrere è di qua da venire. Molti in gabinetto sostengono che l’Ue abbia già offerto un accordo in stile Canada e che, se il Paese accettasse questo accordo, Bruxelles sarebbe più accomodante sulla questione dell’Irlanda del Nord. Quindi, se la May fosse disposta a cambiare strada, i colloqui sulla Brexit potrebbero fare progressi. E il primo ministro potrebbe anche arrabbiarsi, ma accettare un accordo che tenga la Gran Bretagna legata ancora ai dettami europei, la vedrebbe alla porta il giorno dopo.

Sono tanti i ministri e gli esponenti di spicco del partito che continueranno a fare pressione su di lei, eppure alla fine solo a lei spetterà l’ultima decisione. Il che riassume la solitudine del potere, ma anche, giurano i conservatori, la sua ingratitudine verso il sostegno che il partito le ha offerto anche quando nessuno era dalla sua parte. Avrebbe voluto essere la paladina della Brexit, ma ad oggi ne è solo il capo espiatorio.

I conservatori hanno, in Theresa May, una leader di rara capacità di recupero, ma da sola contro Merkel e Macron, che non intendono darla vinta al Regno Unito, non potrà farcela. L’ipotesi, allora, più accreditata per escludere la prospettiva di un contropiede di Corbyn, sarebbe quella che la May consegni le dimissioni il giorno dopo di marzo 2019. Ci sono tre anni e mezzo per le prossime elezioni e i tories hanno bisogno di qualcuno in grado di difendere non solo il partito, ma la filosofia su cui si basa. Ma intanto c’è la Brexit da risolvere, e quella la pretende tutto il Paese. Checkers o meno.

La conferenza di Birmingham è il momento dell’orgoglio Tory, sarà l’ultima volta della May?

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