E se la minaccia dell’11 settembre di oggi parlasse cinese? La tesi dell’ex Cia

E se la minaccia dell’11 settembre di oggi parlasse cinese? La tesi dell’ex Cia
Con un editoriale sul Washington Post nel memoriale dell'11 settembre l'ex vicedirettore della Cia ricorda che oggi il nemico n.1 degli Stati Uniti non è il terrorismo islamico, ma la Cina. Ecco perché

E se la Cina, non il terrorismo islamico, fosse oggi il peggior nemico degli Stati Uniti d’America? È la suggestione lanciata sul Washington Post da Michael Morell, vice-direttore della Cia dal 2010 al 2013 (per due volte direttore delegato), una lunghissima carriera nei servizi alle spalle. Curiosa la data scelta per aprire il dibattito. Perché puntare i riflettori sul dragone proprio l’11 settembre, giorno in cui il mondo ricorda le vittime dell’efferato attacco terroristico di Al Qaeda alle Torri Gemelle (e all’intero Occidente) del 2001? “Il terrorismo internazionale non è stato affatto abolito, è ancora necessario vigilare. Ma la nazione è oggi molto più sicura di quanto non fosse prima dell’11 settembre, in parte perché siamo riusciti a mettere da parte le nostre divergenze politiche in nome della sicurezza nazionale” spiega Morell in apertura dell’editoriale. Tuttavia – continua – a diciassette anni dalla tragedia di New York è bene contestualizzare la minaccia terrorista, e aumentare la consapevolezza su un’altra minaccia alla sicurezza del Paese, meno roboante nei media ma più pericolosa. “La sfida più formidabile, forse la più spaventosa dalla II Guerra Mondiale, è trovare un modo per rispondere alla Cina”.

Morell non è certo abituato a sottovalutare il pericolo del terrorismo di matrice islamica. Era con il presidente George Bush, con cui lavorava come rapporteur dell’intelligence, quella mattina dell’11 settembre 2001, mentre il Pentagono e il World Trade Center assaporavano per la prima volta la violenza di Al Qaeda. Era con il presidente Barack Obama la notte del 2 maggio 2011, quando una settantina di Navy Seals hanno fatto irruzione nel rifugio pakistano di Osama Bin Laden uccidendo il più pericoloso terrorista di tutti i tempi. Eppure l’ex dirigente della Cia è convinto che oggi la minaccia n.1 per gli States provenga da Oriente. È un’idea che può stupire a prima vista, tanto più in un momento in cui il terrorismo internazionale è tutto fuorché debellato, con una pericolosa escalation nei Paesi centrafricani e un ritorno sullo scenario globale di Al Qaeda dopo la sconfitta boots on the ground dell’Isis in Siria e Iraq. Morell però non è l’unico a pensare che la Cina oggi sia il nemico da cui guardarsi.

Poco più di un mese fa, il 19 luglio, il direttore dell’Fbi Christopher Wray intervenendo all’Aspen Security Forum ha confermato lo stesso timore: “Credo che la Cina, da una prospettiva di intelligence, rappresenti per molti versi la più larga, difficile e significativa minaccia che oggi affrontiamo come Paese”. Il gioco di Pechino è tanto più pericoloso perché si gioca sul lungo periodo, aveva aggiunto Wray: “vogliono rimpiazzare gli Stati Uniti nel ruolo di superpotenza, il loro è un gioco di lungo termine che si focalizza su qualsiasi settore dell’industria e qualsiasi angolo della società americana”. Fuori dall’intelligence, tanto nei palazzi di Capitol Hill (repubblicani e democratici) quanto nell’elettorato si fa strada la “paura gialla”, quella di una Cina che prospera economicamente a danno dei suoi rivali, sottrae agli Stati Uniti segreti, viola le regole sul copyright, cresce sul piano militare in Asia. Donald Trump ne ha fatto un cavallo di battaglia in campagna elettorale, facendo leva sui timori del settore manifatturiero e agricolo, anche grazie ai consigli impartitigli dall’ex capo stratega Steve Bannon.

“Oltre a voler restaurare la sua posizione di nazione dominante in Asia, la Cina vuole divenire il Paese più potente e influente al mondo” – scrive Morell sul WaPost – “il suo successo economico permette al suo sistema politico autoritario e al suo sistema economico misto di diventare un modello per altri Paesi. Per la prima volta dopo decenni esiste un dibattito internazionale su quale sia la migliore forma di governo o il miglior sistema economico”. L’ascesa cinese sul piano globale sembra peraltro inarrestabile perché apparentemente “utilizza legittime tattiche economiche e diplomatiche come accordi di libero scambio e assistenza per lo sviluppo”, ma al contempo, più velatamente, ricorre a pratiche “sporche” come “il furto di proprietà intellettuale, la coercizione economica e l’occupazione di isole contestate nel Mar Cinese Meridionale”.

Come possono gli Stati Uniti contenere l’ascesa dell’ex Celeste Impero a superpotenza? La deterrenza non è più un’opzione, spiega l’ex vicedirettore della Cia, perchè “il potere cinese è già troppo grande”. Né sembra al momento plausibile scendere a patti con Pechino per una nuova Conferenza di Jalta che decida le rispettive zone di influenza e limiti le occasioni di conflitto fra le due potenze.

Così come nel XX secolo la Gran Bretagna ha abdicato al suo ruolo di superpotenza mondiale per lasciare spazio agli Stati Uniti, anche oggi Washington rischia di cedere il passo a Pechino, senza accorgersene. I politici americani, denuncia Morell, sono troppo presi dalle scaramucce interne per elaborare una strategia di lungo periodo. La Strategia per la Sicurezza Nazionale diffusa lo scorso dicembre parla di un ritorno della “grande competizione per il potere” con la Russia e la Cina. L’intuizione è giusta, ma la Casa Bianca farebbe bene ad agire prima che sia troppo tardi (la costruzione della nuova Via della Seta cinese in Eurasia ed Africa è un monito più che sufficiente).

ultima modifica: 2018-09-11T09:50:24+00:00 da Francesco Bechis

 

 

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