Come colpire l’Isis risparmiando i civili? La tragedia di Idlib e il cruccio Usa

Come colpire l’Isis risparmiando i civili? La tragedia di Idlib e il cruccio Usa
Secondo Mike Pompeo la lotta al terrorismo – da sconfiggere "affinché non venga esportato fuori dalla regione" – deve essere fatta in modo diverso, ossia senza "mettere a rischio la vita di tutti questi civili innocenti e creare una crisi umanitaria"

“Io e centinaia di migliaia di persone siamo intrappolate a Idlib, mentre le forze assadiste e russe stanno preparando l’attacco sul nostro ultimo rifugio”, dice il sedicenne siriano Muhammad Najem in un video messaggio che il ragazzo ha inviato al presidente americano Donald Trump, perché “sei l’unico che può aiutare quelli come me”; mercoledì Trump aveva dichiarato che “se [l’offensiva governativa su Idlib] sarà un massacro, il mondo si arrabbierà molto, molto […] e anche gli Stati Uniti si arrabbieranno”, parole che suonano come minacce, visto che la Casa Bianca ha già avvisato Damasco che in caso di superamento di certe red line (le armi chimiche, per esempio), ci sarà una risposta militare occidentale.

Muhammad è una delle migliaia di persone che vive nell’ultima delle province e delle città importanti a non essere ancora rientrate sotto il controllo del regime siriano di Bashar el Assad, e oggetto dell’ormai avviata offensiva lealista. La situazione a Idlib è drammatica, perché in mezzo a quella montagna di civili ci vivono almeno qualche decina di migliaia di miliziani ribelli, in gran parte associati a gruppi filo-qaedisti, rifugiati in quell’area per autorizzazione di Damasco, che mentre procedeva con la riconquista del paese ha stretto patti con le opposizioni armate.

L’avanzata del regime si deve anche a questo: Assad mandava i russi a negoziare, perché sono più credibili ed esperti, e soprattutto nessuno dei gruppi armati si sarebbe sognato di far tornare indietro un ufficiale degli Spetsnaz del Cremlino senza testa; sorte diversa sarebbe toccata a un siriano regolare o ancora peggio a un comandante iraniano o delle dozzine di milizie sciite che Teheran ha mosso da mezzo Medio Oriente a sostegno del regime.

I civili sono circa tre milioni, di cui la metà sfollati, e di cui, secondo l’Onu, almeno 900mila subiranno le conseguenze della campagna militare governativa; “Il Consiglio di sicurezza non può accettare che i civili di Idlib debbano affrontare questo tipo di destino. Gli sforzi per combattere il terrorismo non sostituiscono gli obblighi previsti dal diritto internazionale nella coscienza morale dell’umanità. Dobbiamo mettere la santità della vita civile umana sopra ogni altra cosa”, ha commentato così la situazione Staffan de Mistura, incaricato dalle Nazioni Unite per la crisi siriana.

Poi ci sono i ribelli, soprattutto quelli che hanno preso la deriva radicale affiliandosi a gruppi jihadisti. “Terroristi” dice la Russia trovando la condivisione americana, ma Washington vorrebbe un’operazione mirata, magari con campagne droni come quelle sostenute contro l’Is altrove. La Russia invece sponsorizza Assad – che ha intenzione di riprendersi il paese – e sebbene pubblicizza la propria partecipazione armata come una campagna anti-terrorismo, sa bene che dietro c’è una componente politica enorme.

Assad, e con lui l’Iran, rivuole la Siria, e detesta l’idea che quei civili abbiano scelto di spostarsi da altre parti del paese seguendo i gruppi ribelli piuttosto che restare nelle loro case sotto il controllo governativo (tra i motivi che giustificano la fuga, il fatto che quelle aree riconquistate dagli assadisti rischiano di finire sotto signori territoriali tra i miliziani sciiti che vi potrebbero applicare un settarismo di rappresaglia contro i ribelli sunniti).

Hayat Tahrir al-Sham (Hts), nato il 28 gennaio 2017 dalla fusione di diversi gruppi islamisti, tra cui il principale è quello che un tempo si faceva chiamare Jabhat al Nusra. Hts è di gran lunga il più grosso dei gruppi radicali ribelli che hanno la propria roccaforte a Idlib: controlla circa il 60 per cento della provincia. Un tempo la sua componente maggioritaria al Nusra era dichiaratamente una filiale qaedista, guidata da Mohammed al Golani, uno che ha condiviso i mesi iniziali della ribellione siriana col Califfo, ma poi ha scelto una strada diversa, tenendo fede alla linea dettata dal leader supremo di al Qaeda, Ayman al Zawahiri (che il Califfo lo vorrebbe morto, e viceversa). Al Nusra ha ricevuto varie forme di sostegno regionale, e complice un maquillage politico voluto da alcuni sponsor esterni che l’ha fatta diventare Jabhat Fateh al Sham prima di creare Hts, ha provato la mossa di affrancarsi dal terrorismo internazionale: ma nessuno ha creduto al cambio di nome e i suoi leader sono sulle killing list sia in Occidente che in Russia e Iran.

Uno dei problemi di fondo, è che i gruppi ribelli più piccoli hanno trovato, nel corso degli anni di combattimento, alleati sinceri e leali nei gruppi che compongono adesso Tahrir al Sham, soprattutto in al Nusra. I qaedisti siriani hanno combattuto sempre per la causa, e anche grazie alla loro forza (per dare un numero da esempio: sono almeno diecimila i combattenti di Hts asserragliati a Idlib, la gran parte sono qaedisti), le opposizioni erano riuscite in vittorie che sembravano impossibili. Alcune non avevano simili visioni politico-ideologiche, ma nella guerra il pragmatismo è essenziale. Con loro si vinceva Assad, poi sul futuro si sarebbe ragionato più tardi.

Da tempo la Turchia, che con Iran e Russia fa parte di un terzetto che sta cercando una soluzione alla guerra siriana in concorrenza con l’Onu, ha cercato di spostare i gruppi armati anti-Assad su cui ha più ascendente (dai resti sparpagliati dell’Esercito siriano libero alle correnti interne salfiti di Ahrar al Sham, gruppo storico e radicato in tutto il Medio Oriente che in Siria ha subito uno smottamento verso Hts) dall’orbita di Tahrir al Sham, ma senza successo.

C’è l’attaccamento a certi miraggi e posizioni che solo la guerra può costruire, ma c’è anche la paura di ritorsioni: gogna pubblica promessa già per i traditori in questo momento così cruciale, o vittoria o morte; secondo quanto detto al Washington Post dagli operatori dei Jan Violations, una onlus che monitora le violazioni dei diritti umani di Hts, il gruppo gestisce almeno cinque prigioni sotterranee ad Idlb, famose per le torture, dove rinchiude chi pensa di fuggire e tradire. In generale, secondo Amnesty international, le condizioni di chi vive sotto il regime jihadista imposto da Hts sono peggiorate nel tempo. La guerra ha inasprito la radicalizzazione.

Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha detto martedì che la “narrativa” russa sui terroristi a Ildib è “un’affermazione vera” (non sfugge la sottolineatura, quasi se fosse sorprendente, come a indicare che quello che esce da Mosca difficilmente rappresenta la realtà in modo adeguato). Anche secondo Pompeo, però, la lotta al terrorismo – da sconfiggere “affinché non venga esportato fuori dalla regione” – deve essere fatta in modo diverso, ossia senza “mettere a rischio la vita di tutti questi civili innocenti e creare una crisi umanitaria”.

ultima modifica: 2018-09-10T09:50:08+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

 

 

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