Il terzo partito del governo, che ha pochi voti ma molti ruoli che contano, non ci sta e non considera l’esito di giovedì come definitivo. Da oggi proverà a giocare la sua partita, con un unico scopo: prendersi la rivincita

Il colpo è durissimo ed è inutile negarlo. Nelle convulse ore di giovedì si consuma una svolta epocale per gli usi e i costumi della politica italiana: chi non lo capisce è in malafede o non sa leggere la realtà.

Infatti, dopo anni di netta prevalenza dei paletti fissati per le manovre di bilancio autunnali dai ministri dell’Economia e dalle potenti strutture tecnico-burocratiche (Ragioneria Generale e Banca d’Italia in testa), si giunge al ribaltamento dei ruoli, con i leader politici (due, Di Maio e Salvini) che danno la linea sconfessando tutti i numeri proposti da altri, compresi quelli del loro ministro Tria (che finisce in castigo dietro la lavagna).

La vicenda è di tale portata da meritare l’editoriale di oggi di Mario Monti sul Corriere, nel cui titolo “La perfetta manovra maldestra” c’è tutta la contrarietà nel merito dell’ex premier ma c’è anche ampio riconoscimento della portata politica di quanto accaduto (non senza richiamare il calcolo di Federico Fubini che stima in 100 miliardi di euro aggiuntivi di debito pubblico l’effetto delle decisioni del governo).

Oggi però è domenica che, come direbbe Catalano, arriva dopo il venerdì ed il sabato. Dobbiamo allora capire cosa succede nelle ore alle nostre spalle, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti oggi (sui giornali).

Ebbene accadono due fatti importanti, di cui molti raccontano “off the records”.

Il primo è che scatta l’allarme vero, quello delle grandi occasioni.

Scatta non solo sotto il profilo della valutazione sugli effetti della manovra (peraltro tutta da scrivere in concreto), ma soprattutto in termini di ruolo dei vari soggetti interessati (a Roma, Bruxelles e Francoforte).

E poi c’è la posizione del ministro Tria, uscito molto indebolito dalla serata del balcone e pronto a rassegnare le dimissioni in diretta (rientrate solo dopo concitate conversazioni vis à vis e telefoniche, con il Capo dello Stato parzialmente limitato nell’azione a causa del concerto per Ennio Morricone ma informato in tempo reale dal suo staff). Tria dunque rimane (per ora).

Qui però c’è il secondo fatto importante maturato in queste ore, che riguarda proprio il ministro stesso.

Ed è l’intenzione di sostenerlo esattamente in questo momento, anzi di incoraggiarlo ad andare martedì alla riunione Ecofin a Bruxelles non da ministro sconfitto ma da ministro nel pieno dei suoi poteri, per illustrare ai colleghi europei la volontà italiana di puntare sulla crescita e non sulle spese pazze per raccogliere consensi (che invece è la tesi di Mario Monti).

Come si concretizza questa strategia? Con la discesa in campo di alcuni protagonisti, che oggi fanno sentire la loro voce con toni decisamente coerenti tra loro (ed assai diversi da quelli di Salvini e Di Maio).

C’è il ministro degli Esteri Moavero Milanesi, che la prende da lontano ma lancia un messaggio chiarissimo, parlando dell’Europa: “Il ritorno dei nazionalismi riduce la condivisione e può negarla. In una tale, possibile deriva c’è più di un pericolo: infatti, i nazionalismi eccessivi possono davvero distruggere quanto si è laboriosamente fatto dal 1950 in avanti nel nostro continente” (intervista al Quotidiano Nazionale).

C’è il sottosegretario Giorgetti, che va giù duro in perfetto stile leghista: “Se questo governo è inviso a certi ambienti può darsi che qualcuno lo voglia mettere in difficoltà, a prescindere dal 2,4 %. E allora ricordiamoci che dobbiamo pur andare sui mercati, a vendere i titoli di Stato. E dobbiamo fare in modo che qualcuno, quei titoli, li compri” (intervista a Repubblica).

Ma c’è anche il premier Conte, che torna alla serata di giovedì: “I parlamentari del Movimento 5 Stelle festeggiano un risultato che costituisce per loro un vero e proprio manifesto politico: il reddito di cittadinanza” (intervista al Corriere della Sera). In quella parola, “loro”, c’è tutto quello che Conte ci vuole dire.

Mettiamoci i richiami del Quirinale e la parole del Presidente di Confindustria – “di questo governo crediamo fortemente nella Lega” – ed ecco che lo scenario comincia ad essere più chiaro, anche perché lo stesso Boccia parla di “Lega” e non di Salvini.

Il terzo partito del governo, che ha pochi voti ma molti ruoli che contano, non ci sta e non considera l’esito di giovedì come definitivo.

Da oggi proverà a giocare la sua partita, con un unico scopo: prendersi la rivincita.

Condividi tramite