Il consenso interno su cui il popolarissimo ex ministro degli Esteri e sindaco di Londra può contare è da sempre certamente molto alto. L’autunno inglese è caldo per ragioni evidenti e una simile attenzione suona quasi come un’investitura per una futura leadership

“A differenza della premier Theresa May io ho fatto una campagna per la Brexit. Ma quello che sta accadendo ora, purtroppo, non è ciò che è stato promesso alla gente nel 2016”. È il biglietto da visita di Boris Johnson, l’uomo forte del partito conservatore uscito lo scorso luglio sbattendo la porta dal governo May, dove guidava la politica estera, con cui si è presentato oggi sul palco di Birmingham. Da domenica i conservatori inglesi sono a congresso, come ogni anno, nella cittadina a nord di Londra, ma quest’anno l’attenzione è accentuata dalla Brexit che si avvicina e dai negoziati tesi con Bruxelles. E la politica deve anche decidere se dare o meno ancora fiducia alla precaria premiership e leadership di Theresa May. La seconda donna nella storia, dopo Margharet Thatcher, a guidare il governo di Sua Maestà è in bilico a combattere con l’Ue e con i tories.

In una recente intervista al Sunday Times, Johnson è arrivato a definire “totalmente ridicola e grottesca” la posizione del governo May sulla nuova collocazione della Gran Bretagna rispetto alla Ue di “stretta relazione commerciale attraverso regole condivise”, cosa che i Tories sono chiamati ad avallare per consentirle la ratifica alla riunione del prossimo Consiglio Europeo del 18 ottobre.

E oggi, nonostante Boris Johnson non faccia più parte del governo e non abbia alcun ruolo nel divorzio da Bruxelles, è stato al centro dell’attenzione fin dalle prime ore del mattino. Tutti aspettavano il suo discorso, i conservatori, i media, l’opposizione, gli elettori e la stessa May. Gli organizzatori hanno dovuto aprire un’ala della sala per soddisfare le richieste di quanti erano venuti ad ascoltare solo lui, quasi tre ore di fila per l’ingresso e oltre 1500 persone che hanno riempito l’auditorium.

Il consenso interno su cui il popolarissimo ex ministro degli Esteri e sindaco di Londra può contare nella sfida aperta a Theresa May è da sempre certamente molto alto. E quindi questo clamore è una novità fino ad un certo punto, ma l’autunno inglese è caldo per ragioni evidenti, e una simile attenzione suona quasi come un’investitura per una futura leadership. Dalla sua, però, la premier può contare anche sul forte malumore per le modalità con cui l’ex giornalista e blogger porta avanti la sua battaglia interna. Un rischio spaccatura che i tories corrono, e che non si potrebbero assolutamente permettere. Ad ascoltare Johnson, in prima fila c’era anche l’ex segretario alla Brexit David Davis, anche lui dimissionario e che ha chiuso in malo modo i rapporti con la May.

Il primo ministro inglese cercando di cogliere in contropiede il discorso dell’ex ministro, ha avvertito che intende rimanere alla guida del governo “a lungo”, e nel mentre ha lanciato un nuovo appello al partito Tory, riunito nel suo congresso annuale a Birmingham, perché sostenga il suo piano di uscita dall’Ue. “L’ho già detto, sono qui per un mandato a lungo termine, non solamente per negoziare un accordo sulla Brexit, ma anche per un programma di politica interna”, ha dichiarato in un’intervista radiofonica alla Bbc, a margine dei lavori del Congresso del suo partito. “Il mio messaggio qui, al Congresso, è uniamoci e assicuriamoci di ottenere l’accordo migliore per la Gran Bretagna”, ha poi aggiunto la premier, tenendo a sottolineare che nei negoziati con Bruxelles ha sempre mostrato “nient’altro che rispetto” e pretendendo lo stesso per la Brexit. Ma a sentire Boris Johnson non si può parlare certo di “unione”.

No al Labour di Jeremy Corbyn, no a “un secondo referendum” sulla Brexit. Così l’uomo più atteso della giornata ha rotto gli indugi. Ha sollecitato il partito a battere Corbyn con “i valori conservatori” e senza seguirlo su una via che a suo dire impoverirebbe il Paese: una via fatta di “nazionalizzazioni”, “tasse sul business”, “soviet nei cda” delle aziende. È stato un discorso duro, con il quale ha inteso accusare i laburisti di voler tornare agli anni ’80, di predicare il marxismo-leninismo, di “tollerare l’antisemitismo”. Per poi puntare il dito contro il primo ministro.

Il piano varato dalla May nella riunione dei Chequers, infatti, “non è ciò per cui abbiamo votato”, non rispetta “la democrazia”, tuona un Johnson in forma. Si tratta di un piano che “non ci restituisce il controllo” dei confini, dei soldi e delle leggi, come era stato promesso, ma che ci costringere a “cedere il controllo” a Bruxelles anche uscendo dall’Ue, ha rincarato con un lungo applauso dalla platea del Partito Conservatore che quasi gli chiedeva di non fermarsi più. Gli euroscettici non sono pochi, e i rermainers non riescono ad essere, da tempo, all’altezza nel replicare a tono. È così che i tories non hanno troppe occasioni per sentirsi coccolati con discorsi a cui tengono.

“Per l’ultima volta, esorto i nostri amici del governo a consegnare ciò che la gente ha votato, a sostenere Theresa May nel miglior modo possibile, con dolcezza, calma e sensibilmente appoggiando il suo piano originale”, sbattendo il pugno sul leggio, Johnson ha ammutolito la platea muovendo l’attenzione sulle decisioni sul futuro del Regno Unito che “non dovrebbero essere confuse dato che Bruxelles si limiterà a cogliere l’occasione per forzare l’inversione del referendum del 2016”. Ma il secondo referendum, lo hanno ripetuto in tanti, in primis la May, non si farà. Anche se  continua ad essere temuto.

Johnson ha poi detto che “dopo 1000 anni di indipendenza, questo Paese potrebbe davvero perdere la fiducia nelle sue istituzioni democratiche” e che è profondamente turbato dal fatto che la Gran Bretagna potrebbe finire col sottoporre le istituzioni “a un dominio straniero”.
“Se oggi ho una funzione qui è cercare, con tutta umiltà, di fermare quella che mi sembra una ridicola mortificazione della fiducia in noi stessi e di invitarvi a credere che possiamo farcela”. Perché Johnson è soprattutto convinto che portare avanti il progetto dei Checkers sia un attentato alla democrazia e non farebbe che alimentare sentimenti di estrema destra e di estrema sinistra nel Paese.

Downing Street, dall’altro canto, ha fatto un audace tentativo di boicottare l’attenzione attorno a Johnson svelando le politiche di immigrazione post-Brexit del governo, ma le prime pagine sono comunque tutte per lui.

I più sono convinti che oggi è nato un leader: non si può sottovalutare qualcuno capace di creare una fila di tre ore.

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