Quanto è spinta la cinesizzazione dell'Europa: l'analisi dell'Economist dice che Pechino è penetrato nell'Ue. E Washington è preoccupata

Dai più sgangherati siti sovranisti al simbolo aulico del globalismo, l’Economist, in tanti stanno dedicando spazio a un nuovo momento di analisi sulla cinesizzazione dell’Europa – processo iniziato da tempo, che però in questa fase mostra apertamente i suoi frutti. Sull’ultimo numero della più importante rivista del mondo (da prendere come esempio, ché non lo sono certo i siti dei fanatici integralisti di un certo genere di sovranità, ndr) la storia di copertina è dedicata a ragionare – non senza qualche nemmeno troppo velata preoccupazione – sull’aumento dell’influenza della Cina in Europa.

Qualche dato: dal 2015 al 2016, gli Ide, gli investimenti diretti esteri che Pechino ha mosso in Ue sono raddoppiati. Parliamo di 36 miliardi di euro, che nel 2017 sono leggermente diminuiti seguendo l’onda di una contrazione generale imposta dal governo cinese. Ma attenzione, lo scorso anno la quota relativa all’Europa degli investimenti esteri totali della Cina è salita al quarto posto: ossia, nella diminuzione generale degli Ide quelli europei sono stati tagliati di meno – segno di un maggiore interesse, quindi.

Ancora dati: nell’ambito del maxi progetto geo-politico-commerciale Obor (la Nuova Via della Seta), enorme piano del presidente Xi Jinping per connettere l’Eurasia su un asse cinese, la Cina ha per esempio finanziato una linea ferroviaria tra Budapest e Belgrado, un’autostrada in Polonia, il porto del Pireo in Grecia – e sono solo alcuni esempi. In Repubblica Ceca, il presidente Milos Zeman aveva nominato il cinese Ye Jianming come suo consigliere: Ye, che ora sta subendo un processo in Cina all’interno del piano anti-corruzione voluto da Xi, è il capo di Cefc China Energy (servizi energetici e finanziari) che ha acquisito il più grosso gruppo finanziario ceco, la prima compagnia aerea del paese, un gigante dei media e lo Slavia Praga Sports Club.

Più dati: in Portogallo i cinesi di China Three Gorges hanno il controllo di Energias de Portugal, reti elettriche, così come la statale State Grid of China (la più grande società di reti elettriche al mondo) controlla il 30 per cento di Cdp Reti, la società del Tesoro che controlla il pacchetto di maggioranza sia di Snam sia della stessa Terna, in pratica il cablaggio di gas ed elettricità che arriva nelle case degli italiani; in Italia, la Huawei ha praticamente il controllo completo di tutto il sistema di telecomunicazioni.

Non basta? Altri dati e altri esempi: Heathrow a Londra, l’aeroporto di Francoforte in Germania e quello di Tolosa in Francia, hanno ricevuto finanziamenti dalla Cina – società private in alcuni casi, che però hanno link con lo stato – mentre anche il mondo dell’automotive è stato attaccato. La statale Dongfeng Motor Corporation ha investito nella francese Psa (Citroën, Peugeot, Opel); Li Shufu, conglomerato che possiede il gruppo automobilistico Geely (che ha già la svedese Volvo), ha acquisito una quota del 10 per cento in Daimler (ossia Mercedes). Sempre nell’ambiente, si ricorderà che la China National Chemical Corporation ha comprato Pirelli.

La Cina ha un’economia enorme, che si stima possa diventare la prima al mondo dal 2030, superando dunque gli Stati Uniti (è questo un pilastro dello scontro globale ingaggiato da Washington, ndr) e per questo sta espandendo i propri investimenti. Ma alla ragione d’interesse si abbina la volontà cinese di accompagnare la crescita economica con quella dell’influenza politica (ed è l’altro pilastro dello scontro con gli americani, ndr). Da qui i timori: la Cina potrebbe sfruttare la sua presenza all’interno del sistema economico di alcuni paesi europei – soprattutto i più periferici e piccoli, dove il peso relativo degli investimenti esterni ha maggior valore – perché all’interno dell’Ue si possa creare un fronte cinese che tuteli e garantisca l’agenda di Pechino.

Ci sono precedenti: nel 2016, per esempio, Grecia e Ungheria hanno bloccato l’iniziativa della corte internazionale dell’Aia che voleva dichiarare illegittime le attività di Pechino nel Mar Cinese; la Repubblica Ceca ha iniziato a sposare la politica della One China, quella secondo cui Taiwan non è indipendente ma una provincia ribelle da riannettere all’impero cinese, e Praga ha dichiarato il Dalai Lama persona non gradita nel paese.

L’Economist spiega che la Cina non ha in mente un piano divisivo per l’Europa – come la Russia per esempio, che vorrebbe cavalcare le posizioni nazionaliste e sovraniste per spaccare dall’interno l’UE. Pechino cerca stabilità, “armonia” come dicono i filosofi della New Era (la dottrina politica di Xi), perché è dal rapporto reciproco che può ottenere maggiori risultati: allineare i paesi europei (coi i quali sta cercando di costruire un dialogo diretto bilaterale, per esempio ha chiuso un contratto di libero scambio con l’Islanda) sulle proprie posizioni, e poi ottenere di ritorno policy più pro-Cina – soprattutto in un momento difficile come questo con gli Stati Uniti.

Da un mutuo rapporto del genere, Pechino può ottenere grandi vantaggi per spingere la propria crescita, sfruttando anche il know how che alcune aziende in cui è entrata in Europa possono traferire – più o meno ufficialmente – in Cina. E qui nasce un altro genere di problemi: l’economia cinese, dicono in diversi (per esempio il governo americano), sta crescendo anche perché viene spinta da iniziative non completamente legali. Furti di proprietà intellettuale, spionaggio industriale, sostentamento statale alle aziende, penetrazioni, ingerenze, influenze.

Un’altra importante rivista del mondo economia-finanza globale, Bloomberg Businessweek, all’inizio del mese ha trattato l’argomento attraverso una lunga inchiesta in cui ha raccontato tramite 17 fonti anonime americane un grande piano di spionaggio cinese, scoperto dalla counter-intelligence Usa. Un’unità specializzata dell’esercito cinese avrebbe inserito all’interno di migliaia di schede madri, prodotte in Cina per conto della SuperMicro (azienda di San Jose, in California, che è una delle principali produttrici di server al mondo), dei microchip grandi come la punta di una matita: lo scopo è stato quello di lasciare aperta una porta per accedere ai dati che passavano nei sistemi, che a quanto pare sono stati installati anche in aziende come Apple, Amazon Web Services, banche e agenzie governative americane.

Le fonti governative di Bw parlano dell’operazione come del “più grande attacco” della storia contro aziende statunitensi impegnate nella catena di produzione dei dispositivi tecnologici. Washington sta combattendo Pechino soprattutto per via di questo genere di attività, che si abbinano, e a volte mescolano, alla crescente influenza cinese tra i suoi alleati (come in Europa), e che permettono alla Cina di spingersi sulla vetta del mondo.

 

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