Il ministro della Difesa chiude la visita in Iraq, la prima di alto livello per il premier designato Mahdi, alle prese con una complessa formazione del governo. La guerra all'Isis non è finita, e per questo l'Italia resterà nel Paese. Eppure, i nostri militari posti a protezione della difesa di Mosul torneranno. Sarà “una strategia di successo”

Lo Stato islamico resta una minaccia per l’Iraq e per tutto il mondo. L’Italia c’è, e promette di restare al fianco di Baghdad pur adattando la propria presenza all’evoluzione della battaglia sul campo. Così, con le forze dell’Isis ormai degradate, i nostri soldati continueranno ad addestrare le Forze di sicurezza irachene, ma lasceranno nei prossimi mesi la difesa della diga di Mosul. È quanto emerge dalla visita in Iraq del ministro Elisabetta Trenta, giunta a Baghdad dopo aver partecipato, sabato, all’autorevole Manama’s Dialogue, vertice internazionale dedicato alla sicurezza mediorientale (qui un approfondimento).

L’INCONTRO CON MAHDI

Tra gli appuntamenti iracheni, Trenta ha fatto visita al nuovo premier Adel Abdul Mahdi, da poco designato dal presidente Barham Salih per formare un governo, opera che si annuncia particolarmente complessa a ben cinque mesi della elezioni. Per il neo capo dell’esecutivo, quella del ministro italiano è stata prima visita di un rappresentante occidentale. “Come lei sa – ha detto Trenta – l’Italia è sempre stata al fianco dell’Iraq e continueremo ad esserlo”. I nostri militari, ha ricordato, “si occupano della formazione delle vostre forze da anni; lo facciamo con grande piacere; lo facciamo per la sicurezza dell’Iraq e del mondo”. Da parte sua, il neo premier Mahdi ha ringraziato il ministro “per come l’Italia ci è stata al fianco fino ad oggi per la stabilizzazione e la lotta al terrorismo, per la sua generosità che dimostra le ottime relazioni bilaterali tra il nostro e il vostro Paese. Ci auguriamo che continuerete a sostenerci”, ha aggiunto.

SE L’ISIS RESTA UNA MINACIA

E il nostro Paese sembra promettere di non abbandonare il Paese in una delicata fase di stabilizzazione. Al centro delle preoccupazioni italiane per la stabilità della regione, resta lo Stato islamico che, pur essendo stato in gran parte sconfitto sul campo, conserva elementi di rischio piuttosto elevato. “L’Isis – ha notato la Trenta – è un pericolo non solo per gli iracheni ma per tutti noi e anche se sembra sconfitto militarmente, esistono ancora reti finanziarie molto forti e un processo di radicalizzazione che emerge anche in diverse capitali europee e che deve essere sconfitto”.

L’INCONTRO CON IL CONTINGENTE ITALIANO

Prima dell’incontro con Mahdi, il ministro Trenta, accompagnata dall’ambasciatore d’Italia in Iraq Bruno Antonio Pasquino aveva fatto visita Camp Dublin (anch’esso nella capitale), dove l’Italia ha recentemente inaugurato un centro di addestramento della polizia federale irachena finanziato con fondi europei. “L’Italia è protagonista della lotta al terrorismo internazionale a salvaguardia della sicurezza collettiva; e questo grazie anche all’impegno di tutti voi, delle nostre Forze armate”, ha detto la Trenta ai militari italiani. Poi, la visita a Erbil per il colloquio con il primo ministro della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani. Nella stessa città, a Camp Singara, è dispiegato il personale italiano impegnato nell’addestramento delle forze curde Peshmerga. Si tratta dell’operazione Prima Parthica, componente principale del contributo italiano alla Coalizione internazionale di contrasto all’Isis. “Gli italiani vi guardano con ammirazione per il contributo fondamentale che state dando alla rinascita dell’Iraq; grazie per quanto fate con intelligenza, coraggio e umanità”, ha detto il ministro citando due termini (gli ultimi), che accompagno anche l’avvicinamento alla Giornata delle Forze armate, in programma il prossimo 4 novembre.

I NUMERI E I PIANI PER LA MISSIONE

Oggi, il ministro Trenta ha invece fatto visita all’altra componente della missione italiana in Iraq: la Task Force Praesidium, posta a protezione della diga di Mosul e del personale della ditta italiana Trevi, che sta effettuando i lavori di messa in sicurezza della struttura. Proprio dalla task force inizierà il ridimensionamento del contingente italiano, un piano che l’attuale governo ha ereditato dal precedente. I primi 50 soldati rientreranno a breve, mentre la missione a Mosul sarà chiusa – stando a quanto detto di recente dal ministro – nei primi tre mesi del prossimo anno. Ciò nasce dalla consapevolezza che lo scenario operativo è cambiato, rendendo non più necessario il dispiegamento di forze per proteggere l’infrastruttura. Ad ora, il riferimento numerico ufficiale è quello inserito nel pacchetto missioni approvato allo scadere della scorsa legislatura, valido in realtà fino allo scorso 30 settembre. In attesa della necessaria proroga, l’impiego massimo era di 1.497 militari, 390 mezzi terrestri e 17 velivoli.

UNA STRATEGIA “DI SUCCESSO”

Il piano della riduzione è stato confermato dal ministro Trenta. “Come saprete – ha detto ai soldati italiani – il governo sta affrontando il tema della riconfigurazione del nostro impegno in questa area; sarà la nostra una strategia d’uscita che voglio definire strategia del successo”. In altre parole, ha rimarcato, “man mano che porteremo a compimento i nostri compiti alleggeriremo la nostra presenza; l’importante non è l’uscita, ma il successo, perché senza successo non ci sarebbe uscita onorevole”. Nessuno stravolgimento dunque, né un ripiegamento improvviso che ci metta in imbarazzo con alleati e partner, ma un ripensamento sulla base della realtà degli scenari. Per il resto, l’Italia resterà in Iraq, anche perché è il Paese che “rappresenta il fronte avanzato dell’impegno comune nella lotta contro il terrorismo internazionale”. D’altra parte, ha concluso Trenta, “non ci possono essere strategie diverse per combatterlo se non farlo dove si presenta e dove sono le sue radici”.

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