Escono ogni giorno più dettagli sulla sorte del giornalista Khashoggi, mentre Riad cerca maquillage. Il punto di Emanuele Rossi

Prima i media turchi, poi NBC News, Washington Post e New York Times, hanno pubblicato informazioni sul team di 15 uomini che sarebbero i responsabili della sparizione di Jamal Khashoggi, giornalista entrato il 2 ottobre al consolato saudita di Istanbul e mai più uscito – molto probabilmente ammazzato e fatto a pezzi dalla squadraccia dei servizi del regno.

Tra questi ci sarebbero persone che fanno parte del circolo ristretto della sicurezza del principe ereditario Mohammed bin Salman: hanno un profilo di alto livello che fa presupporre che è quasi impossibile che l’erede al trono non sapesse niente della missione – come invece Riad starebbe cercando di far passare (una ricostruzione secondo cui sarebbe stata un’operazione finita “fuori controllo”, autorizzata dal principe fino al rapimento non di più, è stata fatta uscire come anticipazione indiscreta sui media globali per vedere come la Comunità internazionale l’avrebbe accolta: risultato, al di là del protocollo, non ci crede nessuno).

Tra quelli indicati dai giornali, ci sono tre nomi da tenere da segnalare. Il primo è Maher Abdulaziz Mutreb, diplomatico saudita già assegnato a Londra, che di recente è stato visto insieme a MbS a Madrid, Parigi, Houston, Boston e New York. Un altro è Abdulaziz Mohammed al Hawsawi, che è un agente della sicurezza personale dell’erede al trono. E poi c’è Salah al Tubaigy, anatomo-patologo direttore del Consiglio scientifico saudita della scienza forense. Come i primi due, altri dei sette nomi fatti arrivare alle redazioni dei media americani combaciano con quelli indicati dal Daily Sabah, velina del governo di Ankara, che da subito aveva pubblicato l’identikit di tutti coloro che sarebbero i killer secondo i turchi (leggasi: le autorità turche, che però prendono tempo e prima di esprimersi direttamente e creare un caso diplomatico passano info alla stampa in modo da mettere Riad sotto pressione).

Uomini legati a MbS – come lo è tutto l’attuale apparato di sicurezza – e in più c’è al Tubigay: perché un esperto di autopsie faceva parte del team? La cosa fa pensare che la missione fosse proprio l’assassinio e l’eliminazione del corpo, e non un interrogatorio “finito male”, come sembra che vogliano far passare i sauditi.

Ci sono ulteriori dettagli, usciti su tre diversi outlet giornalistici: lo Yeni Safak turco (completamente in mano al governo), il sito inglese Middle East Eye, e al Jazeera (il network del Qatar, che è un paese alleato della Turchia e in rotta diplomatica con l’Arabia Saudita). Tutti e tre fanno riferimento a informazioni ricevute dalle autorità turche, che più o meno confermano l’assassinio, “avvenuto in sette minuti” con il medico che avrebbe iniziato a sezionare il corpo mentre Khashoggi era ancora vivo, scrive MEE, e tutto sarebbe avvenuto davanti agli occhi del console, che secondo lo YS ha ricevuto anche minacce dirette perché si comportava in modo troppo nervoso. Anche AJ scrive che il console era presente, e anzi al Tubigay avrebbe fatto a pezzi il corpo del giornalista “picchiato e drogato prima di essere ucciso” proprio nell’ufficio consolare, appena messo piede nell’edificio, senza nessun interrogatorio.

Tutte queste informazioni sono piuttosto interessanti perché fanno pensare che i turchi sanno perfettamente quel che è avvenuto: da tempo si dice che ci sarebbero audio e video, e le fonti parlano con i media dopo averli sentiti e visti. E questo significa che quasi certamente i servizi di controspionaggio turco avevano messo delle cimici all’interno e intorno all’edificio diplomatico saudita – ci sarebbero anche video che mostrano i 15 agenti rientrare dentro i due minivan che li hanno riportati in Arabia Saudita con in mano “pesanti sacchi neri”.

L’esistenza di queste registrazione potrebbe essere il motivo per cui la Turchia non sta uscendo ufficialmente: forse Ankara, che è in continuo contatto con Riad, sta cercando di usare lo stillicidio di informazioni spifferate ai media per ricattare il regno e ottenere qualcosa in cambio. Per esempio, qualche aggiustamento sulla crisi col Qatar, di cui i turchi sono alleati e contro cui invece l’Arabia Saudita ha mosso un blocco d’isolamento formato da quasi tutti i paesi del Golfo.

In mezzo si trovano gli Stati Uniti, che sono grossi alleati dei sauditi e dei turchi, sebbene con i primi l’amministrazione Trump abbia rinvigorito l’amicizia, mentre le relazioni con la Turchia sono rimaste più distaccate – ma il caso Khashoggi potrebbe servire anche a un qualche riavvicinamento tra Washington e Ankara, e la liberazione del pastore Andrew Brunson dopo che da mesi era detenuto illegalmente in Turchia è un segnale in questo senso. Oggi la Casa Bianca ha richiesto le registrazioni ai turchi: dettaglio che serve per vedere un eventuale bluff, ma anche per avere certezza assoluta sui fatti.

Ieri, in un’intervista concessa all’Associated Press, il presidente Donald Trump è tornato a usare toni morbidi nei confronti degli amici sauditi: ha detto che incolpare l’erede al trono dei Saud per l’accaduto non è giusto, perché MbS è “guilty until proven innocent“, ossia colpevole fino a prova contraria (notare che il presidente ha usato la stessa formula per definire Brett Kavanaugh, il giudice della Corte Suprema che durante il processo di nomina è stato accusato di molestie da tre donne).

Nei giorni scorsi il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, è stato a Riad, dove ha incontrato personalmente il re e Mohammed bin Salman, per poi andare ad Ankara. Il doppio viaggio aveva l’obiettivo di costruire una posizione univoca che potesse non mettere tutti nella posizione di minor imbarazzo. Lo stesso giorno che Pompeo è sbarcato a Riad, martedì, nelle case del dipartimento di Stato sono entrati 100 milioni di dollari sauditi, promessi già questa estate come contribuito – chiesto da Trump – per la ricostruzione nelle aree della Siria un tempo occupate dallo Stato islamico.

Un funzionario americano che lavora sul dossier siriano dice al Nyt che “non è una coincidenza” l’arrivo dei soldi in questo momento, e serve a ricostruire un’immagine potabile dell’Arabia Saudita, anche nell’ottica degli ambiziosi e visionari piani di MbS. Brett McGurk, il delegato della Casa Bianca per gestire la lotta all’Isis, invece ha smentito: eravamo a conoscenza che sarebbero arrivati in autunno, dice.

Ad agosto, gli Stati Uniti avevano bloccato 230 milioni di dollari di fondi per la Siria, chiedendo ai partner regionali un contributo. I sauditi avevano accettato e con loro gli Emirati Arabi, che forniranno intanto altri 50 milioni. Ora che Riad ha fatto il bonifico, i soldi saranno utilizzati dallo Usaid e dal Dipartimento di Stato per una varietà di programmi, comprese le riparazioni infrastrutturali e la fornitura di servizi sanitari, educativi e igienico-sanitari. Saranno impiegati nelle aree del nord della Siria, dove gli Stati Uniti hanno combattuto il Califfato al confine con la Turchia: zone su cui Ankara ha un enorme interesse geopolitico e che vuole assolutamente stabili e controllabili.

(Foto: Twitter, @StateDept)

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