L'analisi di Mario Panizza, professore ordinario di Composizione Architettonica e Urbana all'Università degli Studi Roma Tre, già rettore dell'ateneo dal 2013 al 2017

Le periferie costituiscono il punto di maggiore debolezza all’interno delle nostre città: mancano di una struttura urbanistica solida, sono fragili nella rete viaria e soprattutto carenti di servizi. Per lo più sono zone dormitorio, prive di quella ricchezza multifunzionale che è il vero patrimonio qualitativo della città antica. Inoltre, al loro interno le condizioni di degrado tendono naturalmente ad aggravarsi e difficilmente trovano un’inversione di tendenza spontanea, proprio perché l’affezione al luogo da parte degli abitanti si sviluppa solo insieme a una accresciuta qualità dell’ambiente. Alla base del benessere, anche soggettivo, si colloca infatti l’attaccamento al bello e al funzionale che, attraverso la consuetudine alla manutenzione e al miglioramento, si oppone al degrado che, se non combattuto costantemente, diventa il fattore di maggiore depauperamento del patrimonio edilizio.

Se nei centri storici, non solo quelli italiani, si respira un clima comune e riconoscibile, dato dalla dimensione delle strade, dall’altezza degli edifici, dalla densità abitativa, al contrario nelle periferie, anche quelle all’interno della stessa città, si vivono condizioni molto meno accoglienti. Il fenomeno della discontinuità tra centro e periferia, molto pronunciato in Italia, ma presente anche nel resto dell’Europa, deriva da una diffusa disattenzione a programmare e progettare le aree di nuovo sviluppo. In Italia questa distanza è ancora più evidente, perché si pongono a confronto condizioni paradossalmente estreme: alla qualità diffusa dei centri antichi si contrappone la carenza di standard e servizi delle periferie, molte delle quali sorte abusivamente, senza regole e controlli. Essendo, come già detto, le zone più deboli, sono anche quelle interessate, più di altre, dal fenomeno migratorio che può generare squilibri importanti, proprio perché improvvisi e concentrati. Sappiamo bene che questi sbilanciamenti urbani non possono essere arginati per decreto; a essi si può rispondere solo favorendo l’integrazione e questa si deve fondare proprio sull’offerta di un benessere esteso.

Perché le periferie diventino parti integrate di un sistema urbano definito devono assicurare pertanto il raggiungimento di un livello di vivibilità che permetta agli abitanti di riconoscersi “cittadini”, sentirsi dotati di quei servizi che rendono possibili, se non addirittura facili, la vita associata, l’accesso alle strutture primarie e gli spostamenti sia interni che verso le altre parti della città. L’attuazione di questo programma richiede cospicui investimenti per realizzare opere concrete, ma anche acutezza progettuale per dare forma e consistenza a luoghi che, finora, sono risultati quasi del tutto privi di storia urbana.

Il risanamento delle periferie non può pertanto essere procrastinato: deve rappresentare una reale priorità, capace di ridurre le differenze di vita che tra i centri antichi e le periferie risultano oggi ampiamente dilatate. E l’Italia è sicuramente tra i paesi che, negli anni di maggiore crescita demografica, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha inseguito con continuo affanno il disegno dei nuovi quartieri.

Condividi tramite