Lo spread comincia a costare, tanto. Ne vale la pena?

Lo spread comincia a costare, tanto. Ne vale la pena?
Tempo di conti (amari). Il Tesoro ha piazzato tutti i titoli in asta ieri (Bot) e oggi (Btp). Ma il prezzo per assicurarsi la domanda è stato di 800 milioni, l'8% dei benefici in termini di Pil imputabili alla manovra per il 2019

Il gioco vale la candela? Forse sì, forse no, dipende. Bisogna farsi due conti per capire se la scommessa della manovra legastellata è vincente oppure no. Tutto parte da un dato: la legge di Bilancio costerà su per giù 37 miliardi di euro, 22 coperti in deficit e 15 da tagli di spesa. L’obiettivo del governo Conte è quello di riaccendere il Pil attraverso un mix di misure di assistenza per le fasce deboli (reddito di cittadinanza) in connubio con una spinta agli investimenti alla quale dovrebbero contribuire anche le società a partecipazione pubblica, per una ventina di miliardi spalmati in cinque anni. In mezzo, le pensioni.

Tutto questo, secondo i calcoli del ministro Giovanni Tria, dovrebbe portare a un contributo al Pil dell0 0,6% nel 2019. Significa che su una crescita stimata dell’1-1,1% la manovra gialloverde impatterà per lo 0,6%, valore corrispondente a circa 10 miliardi di euro su poco meno di 1.800 miliardi di Pil nazionale. Spingersi a valutazioni del tipo “è troppo poco” per un Paese del G7, rischia di complicare le cose. Meglio affrontare il discorso da un altro punto di vista. E cioè che il rialzo dello spread oltre i 300 punti base cagionato dalla stessa manovra che non piace molto ai mercati, rischia di azzerare il guadagno in produttività stimato dall’esecutivo. Anche qui, spazio solo ed esclusivamente ai numeri.

Questa mattina era in programma un’importante asta di Btp da 6,5 miliardi. Bene, il Tesoro ha venduto tutti i 6,5 miliardi di titoli in asta, ma con tassi in forte rialzo. Significa che per assicurarsi la domanda di titoli lo Stato ha dovuto promettere cedole più pesanti. E questo ha un costo. Per esempio, sempre oggi il tasso sul nuovo titolo a tre anni in scadenza a ottobre 2021, venduto per 3,5 miliardi di euro, è volato al 2,51%, in rialzo di 1,31 punti percentuali, mentre il tasso sul titolo a 7 anni (ammontare vendite a 1,5 miliardi di euro) è stato del 3,28%, +74 centesimi, quello in scadenza a 15 anni ha raggiunto il 3,66% e quello sul 30 anni il 3,79%.

Stessa cosa ieri, quando c’è stata un’asta Bot. L’emissione ha visto raddoppiare i rendimenti lordi allo 0,949% (ai massimi da 5 anni) contro lo 0,436% del collocamento di settembre. Cosa significa concretamente per le casse pubbliche? Che lo scorso mese, per prendere in prestito sei miliardi dagli investitori, il ministero dell’Economia ha dovuto promettere interessi per 26 milioni. Oggi, per una cifra equivalente, ne ha spesi 57 milioni. Finanziarsi sul mercato è stato quindi più caro di 31 milioni.

Ora però è tempo di tirare le somme sullo spread.  Da giugno, mese dell’insediamento del governo Lega-5 Stelle, i rendimenti sui titoli sono diventati positivi e tutte le emissioni hanno totalizzato un rincaro di interessi si 177 milioni di euro, senza però considerare l’asta Btp di oggi. In pratica, in meno di sei mesi, emettere titoli è costato allo Stato già l’1,7% dei 10 miliardi di nuovo Pil stimati con la nuova manovra. E se si andasse avanti così? La senzazione che i continui aumenti dei tassi finiscano per mangiarsi gli eventuali benefici stimati dal governo è forte (qui un focus di Formiche.net di qualche settimana fa dove già si paventava questo rischio). C’è di più.

Prendendo ancora le ultime due aste, il conto dello spread sale a 800 milioni di euro. Il calcoli degli analisti non mentono. L’asta di ieri costerà all’emittente 81 milioni di euro in più rispetto allo scorso maggio (31 milioni in più rispetto all’asta di settembre). L’asta sui 6,5 miliardi di Btp tenuta oggi, invece, che ha visto il rendimento sui tre anni balzare ai massimi dal 2013 e quello a sette anni segnare il record dalla prima emissione di questa durata. Il tutto per un rincaro per il Tesoro di circa 720 milioni di euro rispetto ai collocamenti della scorsa primavera.

Oltre 800 milioni di nuova spesa, di cui la metà, 400, solo nel mese di settembre. Ancora un calcolo. 800 milioni è l’8% dei famosi 10 miliardi di nuovo Pil. E il 3,6% dei 22 miliardi messi a deficit in manovra, soldi che al governo servono per finanziare il contratto. Ma allora il gioco vale la candela?

 

ultima modifica: 2018-10-11T10:20:40+00:00 da Gianluca Zapponini

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: