Un paese che non vuol crescere

Un paese che non vuol crescere

E così abbiamo finalmente la manovra economica; come previsto, largamente incentrata su spesa assistenziale, condoni, abolizione della Legge Fornero. Elettoralmente inoppugnabile, visto che accontenta gli elettori della Lega e finge di accontentare qualche elettore del M5S. Un documento che, tuttavia, affossa ulteriormente le prospettive di crescita del paese.

Tra il 2007 e il 2016 abbiamo subìto un crollo del 27% degli investimenti, il vero motore della crescita; e una diminuzione del 7,2% del Pil. L’Italia, unico paese in Europa, ha timidamente recuperato il Pil pre-crisi solo lo scorso anno, quando tutto il resto del continente era già tornato a correre veloce. Eppure, il Governo del Cambiamento non è stato capace di impiegare un solo euro per sostenere le imprese, per diminuire il cuneo fiscale che blocca le assunzioni, per delineare una qualche politica industriale capace di accrescere la competitività internazionale delle nostre produzioni.

Quello che preoccupa non è tanto la spesa in deficit in sé, che opportunamente indirizzata può mettere in moto le risorse inutilizzate nel paese e spingere sulla crescita. Certo, se la manovra non è ritenuta credibile, i mercati finanziari percepiranno un aumento del rischio-paese, pretendendo tassi più elevati per finanziarlo (l’ormai noto spread), col conseguente aumento del costo per il servizio del debito, che riduce gli spazi per finanziare altre misure.

Ma se il deficit finanzia l’ammodernamento del sistema produttivo ed infrastrutturale, il capitale umano e la sua formazione, la ricerca e l’innovazione, se induce le imprese ad attingere al mercato del lavoro riducendo il cuneo fiscale, se rimette in discussione i modelli di specializzazione produttiva adeguandoli alle sfide della competizione internazionale; allora la crescita compensa i maggiori costi, ed inoltre può essere percepita dal mercato come una manovra in grado di accrescere davvero il numeratore del rapporto debito/Pil, facendo scendere l’enorme indebitamento del paese, senza creare preoccupazioni sulla sua solvibilità.

Quello che preoccupa, insomma, è il tipo di voci scelte per essere finanziate in deficit. Che rischiano di sostenere in maniera insufficiente la domanda (col rischio che s’indirizzi verso beni importati) ed ignorano completamente il lato dell’offerta (l’ammodernamento e la competitività del sistema produttivo). Al giorno d’oggi, non basta scavare buche e riempirle, come suggeriva Keynes negli anni Trenta. Nel mondo aperto ed interdipendente di oggi, solo spingendo contemporaneamente sul lato della domanda e dell’offerta è possibile garantire una crescita sostenuta senza mettere a repentaglio la stabilità finanziaria del paese. Ecco perché sono così importanti gli investimenti: perché accrescono la spesa, alimentando la domanda, ma sono anche la componente fondamentale dell’offerta, della produzione.

Eppure esiste una misura che consente di effettuare investimenti in innovazione, in ricerca sulla frontiera tecnologica, in infrastrutture materiali ed immateriali senza il rischio di mettere in fibrillazione i mercati ed esporci alle conseguenze dei continui strappi con l’Unione Europea. Il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (chiamato anche Piano Juncker) permette esattamente di cofinanziare una politica industriale ed infrastrutturale, assicurando che le risorse impiegate dal paese non entrino nel computo del deficit, e quindi evitando di esporlo al rischio di sforare i vincoli del Patto di Stabilità e Crescita (senza preoccupare quindi i mercati finanziari). Tanto per fare un esempio, ai dati di fine 2017, risultavano essere stati assegnati all’Italia con le risorse del Piano Juncker poco meno di 6,5 miliardi di euro (secondo paese in Europa dopo la Francia) per finanziare quasi 37 miliardi di investimenti in settori strategici.

Perché non puntare su questa misura? Perché non stanziare risorse specifiche per il cofinanziamento di ulteriori investimenti a valere sui fondi del Piano?

Allo stesso tempo, esistono risorse consistenti messe a disposizione dal bilancio pluriennale dell’Unione Europea sotto forma di Fondi strutturali… che regolarmente non vengono spesi per intero! Ma possibile che il nostro paese non sia in grado di esprimere una strategia complessiva ed unitaria, per quanto organizzativamente decentrata, di utilizzo di questi fondi?

A meno che, naturalmente, l’obiettivo non sia affatto la crescita del paese, ma sia proprio assicurarsi quel consenso popolare che garantisce un ritorno elettorale dalle loro iniziative. Come al solito, una classe politica, che guarda al potere, più che al benessere del paese. Ma che oltretutto lo destabilizza.

Gl’investimenti dipendono dal clima di fiducia, da aspettative positive sulla situazione economica e sul futuro. Con la semplice politica degli annunci, oltretutto sempre ambigui, difficilmente si convince ad investire; più facile che chi possiede capitali, o chi ha una buona idea imprenditoriale, si convinca a fuggire dal paese.

ultima modifica: 2018-10-16T18:14:51+00:00 da Fabio Masini
  • lenolazzari

    Nel caso del nostro paese se crescita deve essere allora si deve passare per il cambiamento…………necessariamente “di rottura” rispetto al passato . La vecchia politica però lo avversa un pò per paura e ignoranza e molto per difendere rendite alcune delle quali inconfessabili e comunque per lo più illecite .