Le due strade per i medici dopo lo sciopero: lottare o accontentarsi

Le due strade per i medici dopo lo sciopero: lottare o accontentarsi
Uno sciopero nazionale, di tutte le sigle mediche ospedaliere, dopo almeno 15 anni. Un segnale che la politica non ha colto. Ma un secondo segnale, dopo la manifestazione di Torino dei 30.000 pro-Tav

È stato un successo, anche mediatico, lo sciopero dei medici ospedalieri di venerdì 23 novembre. Uno sciopero doveroso, solo che si considerino 2 aspetti banali, banali. Il primo: i medici ospedalieri sono in attesa di un contratto “pieno” (normativo ed economico) dal 2008-2009. Chi scrive è stato uno dei sottoscrittori di quel contratto nazionale. Ma i Ccnl pubblici sono triennali, quindi i governi che si sono succeduti (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte) hanno “tranquillamente” derogato dall’obbligo morale di rispettare i patti contrattuali, sia temporalmente che economicamente.

Secondo aspetto. In questi dieci anni la sanità pubblica è stata sottofinanziata rispetto alle previsioni di 10 anni fa, con valori economici (assoluti e percentuali rispetto al Pil) nettamente inferiori alla media europea. Conseguenze? Insoddisfazione del personale sanitario (medico e non) per i mancati adeguamenti economici, per la mancata sostituzione del personale andato in pensione, per la gravosità dei turni di lavoro (incremento delle ore settimanali lavorate, riduzione dei riposi al di sotto delle regole europee…), per il mancato rinnovo delle apparecchiature, per le “pressioni” causate dall’ovvio allungamento delle liste di attesa e dall’aumento delle azioni legali contro i medici.

Ancora, se il contratto è nazionale (Ccnl), la gestione della sanità è regionale. Di conseguenza i mancati incrementi (ma si può parlare di tagli) del fondo sanitario nazionale (Fsn) gestito dalle regioni non hanno consentito alle Regioni stesse (anche quelle definite “virtuose”) di migliorare localmente l’assetto sanitario. Conseguenze? La sanità pubblica sta vistosamente arretrando, non per colpa dei professionisti ma per colpa della politica (centrale e regionale) che non ha capito che uno dei motori dell’economia è rappresentata dalla salvaguardia della salute dei cittadini, si tratti di lavoratori attivi o di pensionati.

Fuori dai denti. L’utopia bocconiana della preminenza dell’economia sulla politica è clamorosamente fallita (anni 2008-2018) e così anche la “visione budgettaria che i bocconiani hanno imposto alla sanità” (anni 1995-2018) si è finalmente rivelata fallimentare, anche in regioni teoricamente virtuose. Per esempio la Lombardia di Formigoni e dei primari scelti sulla base di appartenenze ideologiche oppure il Veneto di Zaia e Mantoan, con la loro convinzione che accentrare a Venezia la spesa sanitaria consenta di superare la carenza di 1300 medici nella sanità veneta.

Non è così. La sanità è ancor oggi legata alla qualità dei professionisti che vi lavorano ed al loro impegno, ben superiore alle regole contrattuali. Sia chiaro a tutti che, oggi, fare i medici significa essere masochisti. Pochi posti di lavoro, specialità limitate, assunzioni difficili, carriera piatta, retribuzione apparentemente discreta ma in realtà modesta, solo che si considerino i rischi professionali, i turni di lavoro, le guardie (notturne e festive), le pronte disponibilità, gli osceni valori economici del plus-orario. Osceni ed indegni di un un paese civile. Un paese che non rispetta la tempistica contrattuale dei propri dipendenti. causando loro (tra l’altro) anche un pesante danno al momento del pensionamento.

Uno sciopero nazionale, di tutte le sigle mediche ospedaliere, dopo almeno 15 anni. Un segnale che la politica non ha colto. Ma un secondo segnale, dopo la manifestazione di Torino dei 30.000 pro-Tav. Agli smemorati ricordo un precedente. Nel 1984 la marcia dei 40.000 a Torino ha cambiato il destino dell’Italia. Due anni dopo, la marcia dei 40.000 medici, a Roma, ha indotto Craxi a concedere ai medici ospedalieri l’area autonoma dei medici ospedalieri e il contratto autonomo dei medici, liberandoli dal giogo del contratto unico che – negli anni settanta – la triplice aveva imposto ai deboli governi di allora.

Il ministro – di turno – della Salute farà come i suoi recenti predecessori: promesse, promesse, promesse. Ma non sarà in grado di mantenerle, perché – nella legge di bilancio – mancano i soldi necessari per un Ccnl “serio” della sanità pubblica (medica e non). Manca la posta di 3,5 miliardi necessari per sanare il passato e il futuro prossimo.

E, allora, delle due l’una.

Lotta dura, senza paura, fino a ottenere le cifre dovute e doverose. Oppure accontentarsi di un aumento economico ridotto (per l’ennesima volta) in cambio di nuove regole contrattuali che portino a far pagare di più tutto il lavoro “oneroso”, quel lavoro che non è mai stato iscritto tra i lavori usuranti. Far pagare di più – nettamente di più – guardie, pronte disponibilità, lavoro festivo, straordinari. Ampliare, insieme, gli spazi per la libera professione, in tutte le sue tipologie. Ottenere la copertura totale, da parte delle aziende, del rschio professionale dei medici dipendenti, senza l’incubo legato alle “franchigie”, alle “assicurazioni regionali”, alle assicurazioni personali, alle Corti dei Conti Regionali. Certo, per ottenere queste cose, non ci si puo’ limitare a una giornata di sciopero.

Per questo, è tempo che i sindacati medici e la FNOMCeO riprendano e mantengano una iniziativa, continua, sostanziosa ed efficace. Non c’è più tempo da perdere. La salute è un bene primario. Chi ha scelto di fare il medico sa che, per tutelare il malato, deve tutelare anche sé stesso ed il suo ruolo professionale!

Quaero et non invenio, meliora tempora (Diogene)

ultima modifica: 2018-11-26T17:22:29+00:00 da Stefano Biasioli