Obor, Huawei e 5G, perché l’Italia non deve abbassare la guardia. Parla Skylar Mastro

Obor, Huawei e 5G, perché l’Italia non deve abbassare la guardia. Parla Skylar Mastro
Conversazione di Formiche.net con la senior Advisor del Pentagono e docente della Georgetown University. Dal 5G alla One Belt One Road, ecco perché l'Italia non deve far entrare i cinesi nelle sue infrastrutture critiche

Oriana Skylar Mastro è una delle più accreditate (e giovani) esperte di Cina negli Stati Uniti. Insegna sicurezza internazionale alla Edmund A. Walsh School of Foreign Service della Georgetown University, e da anni lavora con il Dipartimento della Difesa sia come ufficiale dell’Aeronautica che in veste di Senior Advisor su tutto ciò che concerne il Dragone. Scrive regolarmente su Foreign Affairs e viene invitata di continuo a conferenze sull’ex Celeste Impero in prestigiosi think tank come Rand, Csis e Carnegie. L’abbiamo incontrata al Centro Studi Americani di Roma in occasione di una delle sue ricorrenti visite in Italia, Paese con cui ha un legame personale prima ancora che professionale. A Formiche.net l’esperta del Pentagono ha spiegato i rischi di un accesso incondizionato delle aziende cinesi alle infrastrutture critiche del Paese. È un tema di sconcertante attualità nell’Italia gialloverde.

Quali rischi si corre quando si sigla una partnership nel settore hi-tech con un’azienda cinese?

In questo momento due sono le principali preoccupazioni fra gli addetti ai lavori. Il primo timore, particolarmente sentito dall’esercito americano, è che la Cina voglia usare a suo vantaggio le tecnologie straniere sviluppate nel settore militare. C’è poi il timore che la Cina sia in grado di rubare tecnologie che le consegnano un vantaggio commerciale, creando così un ambiente favorevole alle sue aziende nella competizione globale. Sono due preoccupazioni legittime, credo che la prima sia la più importante.

Perché?

In un futuro non lontano le aziende americane ed europee che trasferiscono tecnologia e know how potranno essere usate per danneggiare l’esercito statunitense, è un problema enorme. Dobbiamo aumentare la consapevolezza sugli accordi commerciali fra il settore privato hi-tech e quello militare per assicurarsi che non vengano trasferite tecnologie dual-use. Non importa se per evitarlo deve essere pagato un prezzo economico.

Quali sono invece i rischi associati a una forte presenza di aziende cinesi nella rete 5G? In Italia sta facendo discutere il ruolo primario riservato ai cinesi di Huawei nella fornitura della banda larga.

Le implicazioni di sicurezza nazionale per l’accesso di aziende cinesi alle infrastrutture critiche di un Paese come la rete del 5G sono molto serie. Alla prima mossa italiana che non sia gradita ai cinesi questi potrebbero fare delle ritorsioni, lo hanno già fatto in Norvegia quando hanno smesso da un giorno all’altro di comprare il salmone dopo il premio Nobel a Liu Xiaobo. La Cina usa l’economia per creare dipendenza in altri Paesi. Una volta che hanno accesso alle infrastrutture dispongono un importante strumento di coercizione economica. Magari non lo usano direttamente. L’azienda potrebbe dire semplicemente: “Stiamo riscontrando problemi con il network”. Non appena vieni incontro alle richieste dei cinesi il network ricomincia a funzionare.

Perché proprio le aziende del Dragone preoccupano le agenzie di intelligence?

Il primo punto da considerare è che queste aziende hanno un legame molto stretto con il Partito Comunista cinese. Sia che siano sponsorizzate o partecipate dallo Stato sia che siano completamente private, eventualità assai remota, il Partito dispone comunque di leve decisive per decretare quali debbano avere un vantaggio competitivo e quali no. Anche se un’azienda volesse tirarsi fuori dalla politica non potrebbe farlo.

Nello Stivale si dibatte sull’opportunità di aprire le porte alla nuova Via della Seta di Xi Jinping. Particolarmente divisivo è il tema dell’entrata di aziende cinesi nella proprietà di porti strategici come Trieste. Sono preoccupazioni fondate?

Non bisogna guardare al progetto One Belt One Road come un piano di militarizzazione dei cinesi. Gli Stati Uniti per decenni hanno accumulato ed esercitato il loro potere ponendo le basi dell’economia internazionale, potendo contare su una presenza militare globale e un ampio interventismo all’estero. Ogni Paese sceglie un percorso diverso per aumentare la sua influenza globale. L’Impero britannico ha rifiutato il modello classico di dominio continentale e ha scelto le colonie, gli Stati Uniti il controllo delle istituzioni internazionali. La Cina non ha intenzione di imitare gli Usa, crede che la loro strategia militare sia poco efficace. Salvo poche eccezioni Obor non prevede porti o basi militari, ma resta comunque una straordinaria manifestazione del potere cinese che può minare alla base il potere militare americano.

ultima modifica: 2018-11-17T12:05:41+00:00 da Francesco Bechis

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  • DavideBusetto

    Beh, se lo dice una del Pentagono c’è proprio da crederci…