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La rivoluzione di MbS si scontra col caso Khashoggi

L’omicidio di Jamal Khashoggi “ha portato diverse persone negli Stati Uniti e in Occidente a equiparare l’Arabia Saudita all’Iran”, ha scritto sul Financial Times Emily Hokayem, analista dell’International Institute for strategic study inglese: e il senso è profondo, perché spiega come la vicenda del giornalista saudita ammazzato il 2 ottobre nel consolato del suo Paese a Istanbul da una squadra dei servizi segreti inviata da Riad sia un fattore determinante nelle prossime dinamiche mediorientali – la percezione occidentale è in effetti importante, perché mentre l’Iran si porta dietro descrizioni politiche e fatti storici che lo possono facilmente inquadrare come uno stato paria nell’immaginario comune, l’Arabia Saudita finora era considerata il ricco alleato, a tratti controverso, sulla strada per lanciarsi in un futuro visionario, e utile anche per contenere la diffusione del male iraniano.

“Quello che è successo nel consolato di Istanbul è stato orrendo e deve essere debitamente affrontato. Allo stesso tempo dico che è molto importante per la stabilità del mondo e della regione che l’Arabia Saudita rimanga stabile”. Queste parole arrivano invece dal primo e finora unico commento ufficiale di Israele sul caso del giornalista, sono state pronunciate quattro giorni fa direttamente dal premier Benjamin Netanyahu e centrano perfettamente il punto.

Stabilità, la chiave – che nell’ottica israeliana significa anche tenere unito un fronte strategico che ha come obiettivo il contrasto alla diffusione regionale dell’Iran, nemico esistenziale sia di Tel Aviv sia di Riad ed elemento che contribuisce a un allineamento di contatti e propositi tra lo stato ebraico e la monarchia wahhabita: relazione in cui Washington, alleato comune e nemico dell’Iran, fa da catalizzatore, e che vivrà prossimamente una fase delicata per via della reintroduzione totale delle sanzioni americane pre-Nuke Deal e le reazioni da Teheran.

L’effetto prodotto dall’assassinio del giornalista, gestito malissimo dai sauditi e ancora oggetto della fuga di notizie facilitata dalle autorità turche, è enorme, e la preoccupazione di Netanyahu tocca un elemento importante: il caso Khashoggi potrebbe essere un fattore di destabilizzazione interno che arriva nella delicata fase di sviluppo socio-economico (riforme, differenziazione dal petrolio, più in generale lancio di un’immagine pubblica visionaria di Riad) che trova la sua spinta sull’enorme personalizzazione che Mohammed bin Salman (anche MbS) gli ha voluto dare.

I possibili collegamenti dell’erede al trono – attuale ministro della Difesa e figlio di Re Salman – col caso Khashoggi sono un nervo sensibile e in generale l’omicidio è un gigantesco danno di immagine. Tanto più se premeditato: assassinare un giornalista scomodo – che MbS avrebbe definito “un pericoloso islamista” al telefono con Jared Kushner, genero-in-chief che per l’amministrazione Trump cura i rapporti col Golfo anche sulla base della sua amicizia personale con MbS altri potenti sovrani regionali – è una vicenda che avrà peso sul futuro delle relazioni saudite?

Possibile che chi farà affari con Riad ne terrà conto, e chi ci intavolerà attività politiche collegate pure: possibile che dopo il caso Khashoggi la realpolitik porti chiunque a cercare di ottenere di più per il proprio interesse usando la vicenda come leva. Per esempio, c’è una coincidenza temporale tra quel che è accaduto a Istanbul e l’aperta richiesta americana di fermare i bombardamenti della coalizione a guida saudita che da tre anni sta cercando di schiacciare i ribelli Houthi in Yemen, creando non pochi imbarazzi agli alleati occidentali, tra fiaschi militari e vittime civili – l’intervento sul suolo yemenita contro i nordisti alleati dell’Iran è stata una delle prime manifestazioni pubbliche delle ambizioni geostrategiche di MbS, lanciato nell’aumentare il coinvolgimento sul confronto per la supremazia regionale con l’Iran.

O ancora, l’enorme pressione turca, che si gioca nella dominazione del mondo sunnita e sul concetto di divisioni piuttosto diverse tra l’Islam politico della Fratellanza musulmana (collegata a Ankara) e il conservatorismo dei chierici wahhabiti a Riad. In mezzo dinamiche connesse come la crisi col Qatar, isolato per volontà saudita, ma adesso in fate di riabilitazione discreta: dal palco di una conferenza in Bahrein, il ministro degli Esteri suadita, Adel Al-Jubeir, ha detto la Middle East Strategic Alliance (Mesa) in chiave anti-Iran includerà anche il Qatar. Ed è proprio il confronto con Teheran che potrebbe essere un terreno comune: in Medio Oriente le visioni del mondo sono due ha detto Al-Jubeir, “quella della luce”, a cui ascrive il regno saudita e le monarchie alleati nel Golfo, e “quella del buio”, l’Iran che “diffonde il settarismo nella regione”.

La nuova fase regionale, nel prossimo futuro, vedrà da una parte Teheran incattivita dalla pressione reintrodotta dagli Stati Uniti, dall’altra l’Arabia Saudita che potrebbe usare l’indebolimento pagato sul caso Khashoggi come trampolino per aumentare l’assertività. Ma a Riad la vicenda Khashoggi potrebbe aver ravvivato anche rancori interni, che potrebbero muovere la delicata stabilità del potere nel regno. La monarchia saudita finora ha blindato la posizione dell’erede al trono, ma sotto la pressione internazionale (arrivata a Riad in forma più o meno pubblica) l’ottuagenario re Salman ha ripreso un ruolo più attivo, diluendo il potere assertivo di MbS – nominato comunque a capo dell’organismo che dovrà riformare i servizi segreti, spot pubblicitario sulla fiducia.

Martedì scorso, il principe Ahmed bin Abdulaziz – uno dei fratelli minori del re, che si è opposto alla promozione del principe Mohammed come erede – è tornato in Arabia Saudita da un esilio autoimposto a Londra, in una mossa vista come uno sforzo per dimostrare il sostegno per la monarchia in un momento difficili; allo stesso tempo, il ritorno di Abdulaziz può essere letto come un ridimensionamento di bin Salman, dato che il principe ereditario s’è reso protagonista nell’ultimo anno e mezzo di una campagna di repulisti interno con cui ha cercato via via di mettere fuori gioco tutti i suoi nemici. Stessa lettura può avere una dinamica simile che riguarda un altro papavero della corte, Khalid bin Talal, nipote del re, che è stato scarcerato un paio di giorni fa dopo 11 mesi di prigionia, a cui era stato destinato per aver criticato pubblicamente un’operazione che aveva portato all’arresto di dozzine di notabili, ordinata in nome della contro-corruzione da MbS, ma che in realtà sembrava più un repulisti contro i suoi oppositori.

Non c’è una volontà di spodestare il principe Mohammed, perché, spiegano alcuni fonti dalla corte saudita al Wall Street Journal, c’è la consapevolezza che senza di lui si aprirebbe una faida attorno al trono che indebolirebbe Riad e destabilizzerebbe la regione. Però la diluizione del potere è un sentimento cercato da tempo, e il caso Khashoggi – con le possibili implicazioni di MbS – è stato un’ottima occasione di rivincita per i rivali del principe. Per esempio, durante la conferenza economica che s’è tenuta una dozzina di giorni fa al Ritz di Riad (la Davos del Deserto disertata da molti leader internazionali per via della vicenda del giornalista ammazzato in Turchia), bin Salman è apparso quasi sempre vicino a Al-Waleed bin Talal, altro principe e imprenditore globale, che l’anno scorso era stato imprigionato proprio al Ritz nell’ambito di quella campagna di rafforzamento del potere.

“Il pensiero è: il principe Mohammed governerà per i prossimi 50 anni e imparerà dai suoi errori. Diventerà più saggio con il tempo”, dice un funzionario occidentale che segue il Persico al WSJ. La rivoluzione tatcheriana annunciata da MbS all’Economist nel 2016, è in battuta d’arresto, ma non si fermerà, anche se, come spiega Giorgio Cafiero, fondatore e amministratore delegato della Gulf State Analytics, Mohammed bin Salman è un riformatore saudita, non occidentale (e quindi non c’è da aspettarsi, e non c’era da aspettarselo, qualcosa orientato verso principi liberali e democratici).

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