La guerra combattuta in Siria non è finita, è una guerra a fasi. Ed è stata trasformata, con il concorso di tanti attori internazionali, in un conflitto tra sunniti e sciiti. Il libro di Riccardo Cristiano da oggi in libreria

Gli esiti dei conflitti non determinano solo vittorie militari, ma anche culturali. Vincono i valori affermati da chi prevale sul campo di battaglia. Questa Terza Guerra Mondiale combattuta in Siria non è finita, è una guerra a fasi: dopo la rivolta popolare contro il regime c’è stata la sua trasformazione forzata in guerra tra sunniti e sciiti, quindi in “guerra al terrorismo”.

Ora potremmo essere agli albori di una nuova fase, ma già si è affermata l’idea, nascosta dietro quella condivisa non solo dai vincitori della “guerra al terrorismo”, che i fatti e i fenomeni sociali da essi determinati non contano, tutto si spiega in base a categorie immodificabili quali islam, fondamentalisti, sunniti, sciiti e così via. Alcuni lo chiamano essenzialismo, altri determinismo culturale, di certo è la chiave del successo dell’idea di un presunto scontro di civiltà. È questo che ci ha portato al nuovo modello di dominio assoluto basato sulla forza affermatosi in Siria, tanto che su questo punto non si è vista discontinuità tra l’amministrazione Obama e l’amministrazione Trump. Entrambe hanno dimostrato di ritenere di poter sconfiggere il terrorismo jihadista senza considerare che il terrorismo di Stato ha causato più vittime del primo. Così il terrorismo di Stato è divenuto una forma di antiterrorismo. Si rischia così di trasformare il concetto stesso di Stato, oggi per molti un dio di materia che tutto può, senza limiti. Il movimento globale che sfida questa cultura assolutista è quello costituito dai boat people del terzo millennio, i cosiddetti migranti e da coloro che vogliono soccorrerli e accoglierli. È un movimento che coinvolge milioni di persone contro una visione planetaria affermatisi in Siria e che si fonda sull’ideologia dello scontro di civiltà. Non posso affermare che padre Paolo Dall’Oglio lo avesse detto, ma secondo me lo aveva intuito, come aveva intuito che la questione siriana è la nuova questione mondiale deflagrata in Siria. La guerra siriana è stata infatti anche il laboratorio dove sperimentare la post-verità. Il gesuita romano, espulso da Assad e sequestrato dall’Isis, si domandava davanti al bombardamento delle chiese di Homs da parte del regime come quel crimine, evidente in quanto parte del vasto bombardamento della città insorta da parte dell’esercito siriano, comprese tante case e tante moschee, potesse essere attribuito agli insorti. Si avviò così la delegittimazione della verità fattuale per arrivare a trasformare le vittime in carnefici. È accaduto un mese dopo il suo sequestro, con il massacro chimico della fine di agosto 2013, quando si è fatto dei generali siriani i tutori del mondo dal terrorismo, non i responsabili di quella strage.

Questa post-verità poteva non portarci a vedere nelle vittime del terrorismo di Stato, in fuga dal loro Paese per non essere gassate anche loro, dei terroristi da respingere? Nell’epoca della guerra al terrorismo è possibile non chiedersi quanti siano i terrorismi? La questione la pone questo movimento planetario, domandandoci di riscoprirci inquieti davanti a questi esodi ed esprimendo così una cultura alternativa a quella imposta dall’Isis e altri gruppi jihadisti da una parte, e da Assad, Putin, Nasrallah e Khamenei dall’altra, i quattro leader che non sfidano l’Isis, ma la democrazia liberale, il cosmopolitismo, il vivere insieme. Dunque riconoscere i due volti del Giano bifronte siriano è vitale.

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Nel racconto di quel che è accaduto in questi ultimi anni in Siria mi ha sempre sorpreso il mancato accostamento di un’immagine, scattata l’8 febbraio 2014 da un operatore delle Nazione Unite, che riprende diverse migliaia di siriani residenti nel campo profughi di Yarmouk che quel giorno, quasi uscissero da gironi infernali, sopraggiungevano come un fiume in piena davanti al piccolo convoglio che, imposta una breve pausa all’assedio governativo, riusciva a portar loro un po’ di cibo, qualche medicina; l’altra immagine a cui questa va accostata fissa davanti ai nostri occhi migliaia di profughi che come uscissero da gironi infernali hanno formato il fiume umano che nell’estate del 2015, attraversando i Balcani, tentava di giungere in Europa. Quel popolo sotto assedio, in fila per un po’ di pane, è lo stesso popolo che ha trasformato in un fiume di fuggiaschi la via balcanica? Questo popolo non è lo stesso che abbiamo visto nel Mediterraneo, i boat people del terzo millennio? Per quelli che furono davvero chiamati boat people, i vietnamiti in fuga dopo la fine della loro guerra e che nel corso degli anni arrivarono a circa due milioni, il padre generale dei gesuiti Pedro Arrupe fondò il “Jesuit Refugee Service”, che interpretò lo slancio umanitario nel mondo. Per le infinite particelle che compongono la bomba umana lanciata dalla Siria e che ha scaraventato sulle strade del mondo più del doppio dei due milioni di vietnamiti del tempo c’è stata solidarietà?

No, c’è stata paura. Ma chi le ha rese tali, messe in fuga, non avrà pensato di usare la paura anche per scardinare la stessa Europa, i suoi principi, i suoi valori? E la scelta avviata nel 2016 di radunare tre milioni di profughi in una poverissima provincia del Nord della Siria, Idlib, non potrebbe aver teso, grazie alla paura, anche a tenere l’Europa sotto scacco con la minaccia di una nuova ondata di profughi? È una domanda che ne comporta un’altra: come mai in Siria gli sfollati sono già oggi più del 50% della popolazione, dei quali più di un milione bambini? I motivi, lo vedremo, sono locali, ma quando tutto questo è cominciato non c’erano né populisti né sovranisti, ma leader di democrazie liberali che credevano in partecipazione, diritti umani, stati fondati sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Se dall’agosto 2013, non solo si è rimasti inermi davanti al massacro con armi chimiche, come purtroppo è accaduto tante altre volte dopo di allora, ma si è inusitatamente trovato il modo di giustificarne il senso, lasciando intendere che tutto sommato occorreva sconfiggere i terroristi, “costi quel che costi”, si è legittimata l’idea che milioni di profughi fossero terroristi o potessero essere da loro “manovrati”, aprendo le porte a una concezione dello scontro di civiltà per cui “di qua” ci sono i buoni e “di là” i cattivi. I “cattivi” non diventano “buoni” se attraversano il mare. E la “bontà” è un dato etnico, razziale. La democrazia liberale, che rifiuta questa idea per principio, è rimasta travolta dal cinismo delle sue élite, che hanno gestito con la stessa logica la globalizzazione dei mercati, consentendo una finanziarizzazione dell’economia che ha creato immense ricchezze da rendita, una delocalizzazione senza sanzioni, il ribasso dei diritti di chi lavora e una concentrazione di ricchezza impensabile prima, con singoli che controllano ricchezze pari anche a sei o sette volte il Pil di un Paese di media ricchezza, ma senza mai creare un efficace onere fiscale a carico della finanza e consentendo il fiorire di paradisi fiscali addirittura nel cuore dell’Europa. Dopo il fallimento nel 2008 della società di servizi finanziari Lehman Brothers si parlò di nuove regole per Wall Street, che nessuno ha visto. È cominciato così il nuovo malessere soprattutto occidentale, e perché questo malessere non venisse indirizzato contro il sistema finanziario andava indirizzato altrove; l’ideologia dello scontro di civiltà è stata l’arma vincente, visto che accomuna jihadisti e islamofobi. La Siria è stata il suo luogo globale e troppo poco si è indagato sul motivo per cui il conflitto siriano sia stato frettolosamente trasformato, con il concorso di tantissimi attori, in un conflitto tra sunniti e sciiti.

Estratto del libro “Siria: la fine dei diritti umani” di Riccardo Cristiano (Castelvecchi, 2018) 

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