Parlando di successo, Elisabetta Trenta sembra voler andare ben oltre il concetto di “buona sorte”, richiedendo a livello politico una impostazione delle decisioni più strutturata, sempre necessaria per la massimizzazione del risultato globale in relazione allo sforzo compiuto

Il ministro Trenta, la titolare del dicastero della Difesa, nel concludere la visita ai nostri militari in Iraq, annunciando il progressivo rientro delle varie articolazioni della missione Prima Parthica man mano che il compito si esaurisce, ha parlato di “strategia del successo”. Da questa espressione, a nostro avviso, si possono trarre un certo numero di considerazioni, ciascuna delle quali – se è vero che quando un ministro parla lo fa anche a nome del governo – è apportatrice di un buon grado di positività.

In primo luogo, si coglie l’apprezzamento per le nostre missioni internazionali e per le particolari modalità operative – cosa che ci differenzia da altri contingenti – con cui vengono condotte. Ciò conferma che il così chiacchierato ritardo nell’approvazione del finanziamento non è dovuto a pregiudizi, ma a motivi legati in primo luogo alla predisposizione del bilancio e, non certo secondariamente, alle riflessioni in corso (in continuità con il precedente governo) sulla rimodulazione ed il riorientamento di alcune di esse. È proprio la strategia del successo che ha sempre suggerito queste modifiche. Per “successo” si intendono almeno tre risultati: a livello locale, il grado di soddisfacimento dell’esigenza per cui la missione era stata creata. A livello internazionale, l’apprezzamento dell’opera complessiva del contingente. A livello nazionale, la misura in cui la missione è stata globalmente utile per la salvaguardia dei nostri interessi, pur nell’ambito di una coalizione.

In secondo luogo, l’osservazione del ministro spinge a ragionare sui criteri di valutazione indispensabili per la decisione di avviare una missione. In realtà, non esistono delle regole fisse, ma l’intervento viene deciso e discusso sopra tutto in presenza di fattori contingenti che non sono solo esterni, ma più spesso interni (orientamento dell’opinione pubblica, lo stato di salute della maggioranza parlamentare o il quadro politico del momento). Parlandoci di successo, il ministro Trenta sembra voler andare ben oltre il concetto di “buona sorte”, richiedendo a livello politico una impostazione delle decisioni più strutturata, sempre necessaria per la massimizzazione del risultato globale in relazione allo sforzo compiuto. Al resto ci penseranno gli operatori sul terreno, militari o civili che siano. Al livello politico è richiesta soprattutto chiarezza sugli obiettivi da conseguire.

Anni addietro, presso l’Istituto Affari Internazionali era stato predisposto un focus per gli uffici parlamentari proprio su questi temi. Primo, perché partecipare. Si trattava di un metodo per misurare in anticipo il successo della missione, in funzione delle priorità della nostra politica estera e degli interessi nazionali. Per esempio, mantenere la stabilità internazionale è sicuramente nostro interesse. Ma, se lo dovessimo fare (come accaduto) in aree non strategiche per l’Italia, in carenza di risorse non può certo essere l’unico criterio. Secondo, come partecipare. E’ qui che andrebbero fissate in termini chiari le responsabilità politiche (scelte ed indirizzi de governo e parlamento) e responsabilità operative, che spettano, per i militari, ai capi delle Forze Armate ed ai Comandanti sul campo. Essenziale per il successo è la comunicazione con il “fronte interno”. Terzo, fino a quando partecipare. La scadenza semestrale è priva di qualsiasi significato operativo, e finisce per tradursi in lunghe e sterili discussioni per l’erogazione dei fondi. Questo avvilisce il ruolo del Parlamento e smorza i fattori di successo delle missioni. Occorrono certezze, e non ambiguità. Talvolta si rischia di rovinare alcune cose fatte bene dando l’impressione che si vuole “apparire”, piuttosto che “essere”. Sul campo, lasciare che siano sempre e solo gli altri a sparare e limitarsi a fare fotografie non sempre porta verso i nostri contingenti il più ampio consenso.

Per il vero successo occorre chiarezza. Ricordiamo che il politicamente corretto, così apprezzato nelle aule parlamentari, sul campo si trasforma in un forte handicap per i comandanti. Forse il ministro Trenta, ad informazioni acquisite, voleva ricordare anche questo.

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