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I risultati delle midterms non cambieranno la politica estera Usa. L’analisi di Caracciolo

caracciolo

Il Partito Democratico americano ha riconquistato il controllo della Camera, ma fondamentalmente il presidente Donald Trump “ha superato quasi indenne le elezioni di metà mandato, una prova in cui i suoi predecessori hanno avuto seri problemi”, spiega a Formiche.net Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes e tra i massimi esperti di geopolitica in Italia.

“Trump ha perso la Camera, sì, ma mantiene il Senato, e soprattutto ha trumpizzato il Partito Repubblicano – spiega Caracciolo – Adesso anche coloro che lo detestano, e ce ne sono parecchi sopratutto tra l’establishment dei repubblicani, sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco, e sostenerlo fino al 2020”. E, aggiunge, “dall’altro lato dello schieramento non vedo emergere stelle, basta pensare che sembra che come speaker della Camera verrà nominata Nancy Pelosi, non proprio una novità della politica americana”.

Però la vittoria alla Camera potrebbe portare ai democratici un vantaggio: giocando di ostruzionismo, potrebbero creare problemi all’azione di governo dell’amministrazione. Sarà così? “Non sono convinto che vogliano, e comunque riusciranno, a fare opposizione dura. Di certo ci sarà qualche fumus di impeachment, ma niente di più. Tra l’altro Pelosi ha già detto che è ora di finirla con le divisioni, e che per il bene degli Stati Uniti è arrivato il momento di iniziare a lavorare bipartisan”.

Questo atteggiamento di sostanziale allineamento o quanto meno non eccessiva belligeranza, secondo Caracciolo, troverà terreno fertile sui grandi dossier di politica estera, dove il risultato delle Midterms e il controllo democratico della Camera “non influiranno granché”: “Certo, su questioni come l’immigrazione, la Camera può condizionare l’azione amministrativa soprattutto in termini di bilancio e magari frenare la postura molto dura tenuta finora dalla Casa Bianca.

“Sui grandi temi, però, come il contrasto e il confronto con Cina e Russia, per esempio, non ci sono differenze tra democratici e repubblicani, e soprattutto sono dossier gestiti dall’intelligence e dal sistema della sicurezza nazionale con sufficiente indipendenza – spiega Caracciolo – dove il Congresso al più ha potere di budget. Ma la linea di fondo è comune: nessuno vuole mollare la pressione su Pechino e Mosca. Lo stesso vale per i rapporti con l’Europa: Washington non vuole che l’Ue sia troppo coesa, e allo stesso tempo non ama l’idea di una Germania forte e leader: la priorità, inoltre, sarà quella di evitare che i network cinesi (e russi) penetrino nei paesi europei, e questo riguarda tanto i tedeschi quanto l’Italia. E anche in questa linea strategica non ci saranno cambiamenti”.

E sull’Iran? L’attuale amministrazione ha reintrodotto lunedì l’intero regime sanzionatorio dopo essersi ritirata a maggio dall’accordo sul nucleare, che Trump definiva “il peggior deal di sempre” già durante la campagna per le presidenziali – un accordo che era invece considerato fondamentale dalla precedente amministrazione ed era stato spinto da Barack Obama con un grosso investimento di capitale politico. “Non credo che ci saranno cambiamenti sostanziali nemmeno sull’Iran – spiega Caracciolo – sebbene ci siano divisioni nell’amministrazione, la linea Obama dell’apertura era già morta prima dell’avvento di Trump, e, soprattutto, siccome c’è un interesse primario a mantenere in vita il regime saudita, adesso non è il momento per le politiche di morbidezza nei confronti dell’Iran”. Sicuramente, aggiunge, “si può interpretare come un sollievo il fatto che la crisi interna alla famiglia saudita abbia prodotto allentamenti su questioni come Yemen e Siria, ma tutto fino a un certo punto: gli americani non sono disposti ad accettare una decomposizione dello stato saudita” e questo comprende anche continuare a tenere una linea dura contro Teheran.

(Foto: Twitter, @realdonaldtrump)

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