Secondo diversi esperti, rallentare le esercitazioni congiunte col Sud implicherà l’indebolimento della prontezza operativa, ma gli wargame sono un altro paradigma trumpiano. Sono un asset strategico-tattico storico, ma costoso e impolverato e dunque perfetto da sacrificare

Il segretario alla Difesa americano, James Mattis, ha annunciato che l’esercitazione Foal Eagle prevista per la primavera del prossimo anno sarà “riorganizzata […] in modo che non danneggi la diplomazia”. Foal Eagle è la maxi esercitazione che annualmente coinvolge l’esercito americano nella regione coreana, in partnership con la Corea del Sud e lo US Force Korea, che è la componente stanziale che Washington ha nella penisola, tecnicamente ancora in guerra dal 1953.

“Non le stiamo annullando”, ha spiegato il capo del Pentagono, ma dobbiamo fare in modo che non interferiscano con i processi negoziali in corso. Non è una novità. Alcune esercitazioni del 2018 sono state già riviste, altre proprio annullate (la Ulchi Freedom Guardian di agosto e le Vigilant Ace che si svolgono annualmente tra novembre e dicembre), dopo l’avvio dei contatti tra Stati Uniti e Corea del Nord, culminati con l’incontro diretto tra il presidente Donald Trump e il satrapo Kim Jong-un a Singapore, e tuttora in corso su vari livelli.

La revisione delle esercitazioni è uno dei punti richiesti da Pyongyang, e da Pechino. Il Nord non vorrebbe solo la sospensione degli wargame tra Seul e Washington, ma richiede più in grande che gli Stati Uniti allentino la presenza in Sudcorea (che va sotto l’acronimo di USKF), considerata da Kim e dai suoi predecessori come una minaccia all’esistenza del regime nordista.

Alla presenza militare americana s’aggancia sia il filone inter-coreano — la pace definitiva al conflitto di inizio anni Cinquanta, attualmente oggetto dei colloqui tra Seul e Pyongyang — sia quello più ampio e strategico con la Cina. Le truppe americane in Corea del Sud sono parte del contingente nel Pacifico, che è il principale dossier geopolitico nell’ambito del confronto globale tra Washington e Pechino.

Quando a giugno Trump e Kim si incontrarono, l’americano disse ai giornalisti che sarebbe stata sua intenzione riportare a casa le truppe dalla Corea del Sud (disse che c’erano 32mila soldati, anche se in realtà sono 28500: tanti comunque) e poi aggiunse: “Fermeremo gli wargame, risparmieremo una bella quantità enorme di denaro, a meno che e fino a quando non vedremo che la negoziazione futura non sta andando come dovrebbe. Salveremo un’enorme quantità di denaro. Inoltre, penso che sia molto provocatorie”. Sebbene la sospensione delle esercitazioni non fosse sottoscritta nei punti conclusivi del memorandum dell’incontro tra i due leader, in quell’occasione Trump ne aveva a che attaccato l’efficacia (che invece per anni sono state considerate dagli strateghi americani uno strumento di deterrenza, senza che tuttavia impedissero alla satrapia del Nord di sviluppare le ambizioni atomiche) e colto l’occasione per lanciare una frecciata a Seul, che usufruiva della protezione americana senza partecipare adeguatamente alle spese — la dichiarazione mirava a un pubblico più ampio.

Secondo diversi esperti, rallentare le esercitazioni congiunte col Sud implicherà l’indebolimento della prontezza operativa, ma gli wargame sono un altro paradigma trumpiano. Sono un asset strategico-tattico storico, ma costoso e impolverato e dunque perfetto da sacrificare secondo il modo di vedere le cose dell’attuale Casa Bianca per arrivare a un obiettivo più ampio: l’avvio delle trattative per la denuclearizzione nordcoreana.

Un target che garantirebbe maggiore stabilità alla penisola e conseguentemente la possibilità per Trump di disimpegnarsi dal dossier, concentrando magari gli sforzi su altre questioni regionali considerate più centrali: per esempio, il confronto geopolitico con la Cina.

Oggi, intanto, i nordcoreani hanno smantellato un posto di guardia nell’area di Cheorwon, nella Zona Demilitarizzata (DMZ) che sul 38esimo parallelo divide le due Coree. C’è stata un’esplosione spettacolare, ripresa dalle telecamere: per Pyongyang è un segnale di distensione che punta al dialogo — messaggio più di sostanza delle continue sparare dei media propagandistici che più che altro hanno il compito di accontentare gli oltranzisti del regime.

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