Agroalimentare. L’industria guadagna, l’ambiente ringrazia

Agroalimentare. L’industria guadagna, l’ambiente ringrazia
Grazie alla possibilità di incrociare i dati del Registro delle Imprese con quelli della banca dati Mud, è possibile mettere a fuoco la relazione tra agroalimentare e agro-industria e generazione di rifiuti sulla base di dati ufficiali e aggiornati a un livello di dettaglio capillare. La riflessione di Andrea Acquaviva, direttore generale di Ecocerved e di Manuela Medoro, esperta ambientale di Ecocerved

Se dovessimo spiegare a un bambino come si comporta l’economia rispetto alle risorse del nostro pianeta, il modo più semplice sarebbe di ricorrere allo schema prendi (risorse naturali); produci (beni da vendere sul mercato); getta (rifiuti). Nonostante abbia consentito la crescita più spettacolare di sempre della ricchezza di una buona parte della popolazione del pianeta, è sempre più ampio il consenso tra quanti ritengono che questo paradigma non sia più sostenibile, perché non preserva il capitale naturale a nostra disposizione.

La sfida da vincere oggi è quella di passare da un modello di economia lineare a uno circolare, “mimando” il comportamento della natura. In un’economia circolare, tutte le attività sono improntate a un uso più efficiente delle risorse attraverso la riduzione dei consumi di energia e materie prime, l’ottimizzazione dei processi, l’innovazione organizzativa e tecnologica, l’integrazione di filiera e la simbiosi industriale.

L’esempio più semplice è la catena alimentare: ciò che è scarto in un settore può costituire l’input per un altro comparto e così via. La produzione di alimenti e bevande è un settore industriale di importanza strategica per l’economia perché, essendo tendenzialmente anticiclico, permette una sostanziale tenuta anche in periodi di crisi, come successo nella recessione iniziata nel 2008. Ancor più per un’economia come quella italiana, in cui rappresenta circa il 10% del valore aggiunto dell’intera industria manifatturiera. Come tutte le altre attività economiche, rappresenta però anche una fonte di pressione sull’ambiente, sia per via del consumo diretto e indiretto di risorse naturali, sia per l’inevitabile generazione di scarti a valle dei processi di lavorazione delle materie prime (tipicamente residui di tipo organico).

Grazie alla possibilità di incrociare i dati del Registro delle Imprese con quelli della banca dati MUD (i modelli unici di dichiarazione ambientale comunicati ogni anno alle Camere di commercio dalle imprese che producono o gestiscono rifiuti), è possibile mettere a fuoco la relazione tra agro-industria e generazione di rifiuti sulla base di dati ufficiali e aggiornati a un livello di dettaglio capillare. Non solo per monitorare volumi e andamenti nel tempo, ma soprattutto per valutarne gli impatti sugli ecosistemi locali e favorire interventi mirati ad accrescere l’efficienza delle imprese, migliorando la qualità ambientale delle loro produzioni.

Nel 2018, nell’ambito del pacchetto di direttive europee sull’economia circolare, è stato ribadito che la gestione dei rifiuti deve seguire uno specifico ordine di priorità, schematizzabile come una piramide: la prevenzione e la preparazione per il riutilizzo ne costituiscono la base; le operazioni di recupero di materia e quelle di energia la parte intermedia; lo smaltimento dei rifiuti – da considerarsi esclusivamente come opzione residuale – il vertice.

In questa cornice, i dati ci dicono che l’agroalimentare italiano, negli ultimi anni, ha limitato il proprio impatto ambientale e contribuito allo sviluppo dell’economia circolare, riducendo la quantità di rifiuti prodotti. Considerando esclusivamente i rifiuti – escludendo, cioè, i residui di produzione qualificabili come sottoprodotti che vengono intercettati dal mercato e reimpiegati nel ciclo di lavorazione – nel 2016 l’industria degli alimenti e delle bevande (circa 18.500 imprese su 190mila manifatturiere per cui sono disponibili i dati MUD) ha generato 1,4 milioni di tonnellate di rifiuti, pari al 5% del totale prodotto dal settore manifatturiero a livello nazionale.

Rispetto al 2012, il dato certifica una riduzione del 15% nella produzione di rifiuti con un miglioramento della loro circolarità nel tempo, ottenuta dalle imprese sia producendo meno rifiuti sia sfruttando maggiormente le possibilità di impiego degli scarti di lavorazione non qualificati come rifiuti, in filiere di recupero di materia o energia (ad esempio, indirizzando la biomassa di scarto in filiere per la produzione di fertilizzanti o mangimi per animali oppure di energia rinnovabile).

I rifiuti più rilevanti dell’industria agroalimentare sono fanghi derivanti da preparazione di carne o pesce, scarti inutilizzabili per il consumo da trattamento di frutta, verdura o cereali e fanghi provenienti dalla realizzazione di prodotti lattiero-caseari, che complessivamente rappresentano oltre la metà della quantità totale. La notevole incidenza di fanghi, originati dalla dispersione di sostanze oleose e/o elementi solidi in acqua, è dovuta al fatto che nelle fasi del ciclo produttivo che riguardano la trasformazione delle materie prime in semilavorati o prodotti finali si impiegano diffusamente acque di lavaggio degli input da lavorare (per lavare ad esempio gli ortaggi), acque di processo (ad esempio, per la filatura e salatura in umido dei formaggi) e acque di lavaggio per rimuovere i residui di lavorazione (per esempio, scarti della disossatura della carne o dell’eviscerazione del pesce).

Ma qual è il risultato della riduzione dei rifiuti per il bilancio ambientale? Una misura utile per capire il valore del passaggio all’economia circolare nel comparto agroalimentare viene dal confronto tra la quantità di rifiuti generati e valore aggiunto del settore. Negli ultimi cinque anni si evidenzia un miglioramento della prestazione ambientale in termini di eco-efficienza, con una produzione di rifiuti per unità di ricchezza generata che passa da 65 kg a 53 kg di rifiuti ogni mille euro di valore aggiunto, determinando una riduzione di quasi il 20% tra il 2012 e il 2016. Se a questo si aggiunge che la propensione delle imprese dell’industria agroalimentare italiana ad avviare i propri rifiuti a operazioni di recupero (principalmente di materia) è molto alta (72% del totale gestito nel 2016, a fronte di una media europea che – secondo Eurostat – si attesta al 49%), si ottiene il ritratto di un sistema produttivo più consapevole del fatto che una migliore gestione delle risorse ambientali può diventare una carta vincente per sostenere nel tempo anche il proprio business.

ultima modifica: 2018-12-26T11:20:07+00:00 da Redazione

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