Le riforme promesse da Macron sono state rimandate. L'agenda francese è stata rivista. Difficile capire quanto sia possibile mantenere la promessa di un cambiamento profondo delle istituzioni

Chiunque ricordi le rivolte di piazza francesi del 1995 all’epoca del governo Juppé scatenate dalla riforma delle pensioni e dai blocchi salariali, potrà forse intravedere il filo rosso che arriva fino ai nostri giorni, epoca dei gilets jaunes. A metà degli anni Novanta, le proteste che si sono coagulate attorno al Plan Juppé mantennero un consenso tale (e del tutto paragonabile a quello attuale, vale a dire del 65/70%) che, nonostante i forti disagi provocati, si parlò addirittura di grève par procuration, “sciopero per procura”. Chi manifestava, in qualche modo, lo faceva a nome di tutti.

La protesta ostentata, che si manifesta nelle strade e nelle piazze, creando disagi ai cittadini e blocchi della circolazione, sino a forme più violente e distruttive, sembra essere parte del Dna francese. Dall’epoca di ogni moderna Rivoluzione, quella del 1789, il germe serpeggia. La Francia del secolo scorso ricorda le rivolte degli anni Trenta, quando afflitta dalla paralisi del potere, era squassata da conflitti sociali alimentati da opposti estremismi seduti in Parlamento, per arrivare fino al poujadismo degli anni Cinquanta (da notare che, secondo Jim Shields dell’Aston University, fine conoscitore della storia e della politica francese, Pierre Poujade, il cartolaio di Saint Céré, è tra i padri spirituali dei moderni populismi) e alle inquietudini sociali del Maggio francese. Accostamenti possibili, questi ultimi, solo per il comune denominatore di una rivolta contro il potere centrale montate dal basso, sebbene con rivendicazioni e coinvolgimenti sociali molto diversi.

Insomma, confessiamolo. Spesso guardiamo le immagini in tv e sfogliamo i libri di storia con la stessa tentazione. Quella di simpatizzare, di condividere l’idea romantica con cui si guarda alle proteste di piazza, dal Settecento rivoluzionario al Sessantotto, innamorati della Marianna che indossa il berretto frigio (l’antico dono ricevuto dai liberti in epoca romana). Icona fortemente moderna in quanto prepotentemente laica, libera, spavalda, un’eroina che sfida a petto nudo il potere centrale, nelle vesti mosse dall’impeto (l’archetipo di Delacroix) o nei jeans dai bagliori metallici (la versione pop delle Femen?). È lei la madre del risveglio, del rinnovamento e del progresso popolare.

D’altro canto, un recente articolo apparso su Liberation a firma di William Leday (Science Po), mette in guardia dalla dimensione provvidenziale con cui un’altra parte di Francia guarda alla Quinta Repubblica francese, a quell’aura di sacralità che ancora avvolge la riforma costituzionale tenuta a battesimo da De Gaulle nel 1958, culla del sistema semipresidenziale e della Costituzione attualmente vigenti in Francia. Quasi che la maggioranza assoluta detenuta all’Assemblée nationale, la politica estera muscolare che garantisce, potessero preservare da un errore fatale: quello di interpretare il risultato del secondo turno elettorale come un mandato in bianco.

È di questi giorni la notizia di un’ulteriore dilazione, forse alla primavera prossima, delle riforme istituzionali promesse da Macron. Prima per l’affaire Benalla, scoppiato in estate, poi per le infuocate proteste dei gilets jaunes: la cronaca recente ha rivoluzionato l’agenda del confronto parlamentare che prevedeva l’introduzione a dosi omeopatiche di proporzionale (15%) per le elezioni legislative, il limite dei tre mandati e una riduzione del 30% del numero di parlamentari. Dal 1962 l’elezione a suffragio universale del Presidente della Repubblica e il sistema elettorale francese, formula da manuale, hanno permesso al presidente in carica di attraversare le crisi economiche, sociali e politiche più complesse, di coabitare con maggioranze parlamentari ostili (Mitterand, Chirac) e di superare i più feroci sentimenti di ostilità popolare (Hollande). Difficile capire quanto sia possibile mantenere la promessa di un cambiamento profondo delle istituzioni, espressa in tempi non sospetti e in nome di una rinnovata efficacia e modernità istituzionale. Certo è che, come suggerisce lo storico François Cusset, la vicenda dei gilets jaunes impone un ripensamento delle istituzioni, delle rappresentanze e della rappresentatività. Insomma, impone un ritorno della politica. Quella vera.

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