L’Italia è sempre stata un laboratorio sulla disgregazione del sistema della democrazia liberale, lo è stata in passato e lo è anche ora. In questo momento a mettere alla prova il sistema su cui si regge l’Italia – e le democrazie occidentali, in senso più ampio – sono due forze populiste e sovraniste. Il Movimento 5 Stelle e la Lega di Matteo Salvini, che rivestono il ruolo di governo, ma anche di opposizione, scardinando un sistema di pesi e contrappesi di cui ha gran parte del controllo.

In una conversazione con Formiche.net, Massimiliano Panarari, esperto di comunicazione politica nelle librerie in questi giorni con il suo nuovo libro “Uno non vale uno – Democrazia diretta e altri miti d’oggi” (Marsilio), ha letto gli ultimi scossoni interni al Movimento 5 Stelle (l’abbandono di Matteo Dall’Osso, storico componente del Movimento passato a Forza Italia), le ultime sortite di Beppe Grillo e l’assenza di una vera e propria opposizione.

Professore, il suo ultimo libro si intitola “Uno non vale uno”, a cosa si riferisce?

Per rispondere agli insulti che i vari populisti mi mandano sui social, “Uno non vale uno” non è un’affermazione elitista, è una semplice constatazione, un dato di fatto. Fatto salvo che in democrazia, naturalmente, uno vale uno, dal punto di vista della fruizione e del godimento dei diritti – troppo spesso non lo aggiungiamo, ma dovrebbe esserlo anche dal punto di vista dell’adempimento dei doveri -, “Uno non vale uno” nel titolo del libro corrisponde al fatto che in realtà l’acquisizione di competenze, la specializzazione, lo stesso dato biologico ci inducono a dire che è dal punto di vista astratto della legge ma non dal punto di vista del principio di realtà che “uno vale uno”. Per questo io credo che la retorica dell'”uno vale uno” ha portato ad attaccare con una violenza inusitata le competenze, e a non riconoscere i meriti. Dall’altro, uno non vale uno nella constatazione di un altro dato di fatto, ossia che dietro la retorica populista dell’orizzontalizzazione dell’uno vale uno, come nella fattoria degli animali di Orwell, c’è qualcuno che non vale uno, ma vale più degli altri. E sono innanzitutto gli stessi leader che propagandano questa retorica.

La retorica dell'”uno vale uno” si associa principalmente al Movimento 5 Stelle. Un suo deputato storico, Matteo Dall’Osso, gli scorsi giorni, ha cambiato gruppo e partito passando a Forza Italia, perché – ha detto – la sua voce è rimasta inascoltata. Effettivamente, “uno non vale uno” nel Movimento?

“Uno non vale uno” è un processo che vediamo all’interno del Movimento 5 Stelle con una velocità e un moltiplicarsi di casi che è assolutamente impressionante. Dall’espulsione, sospensione, allontanamento dei militanti della prima ora che si sono permessi di contestare le candidature, molto spesso decise dell’alto – esattamente come succede in qualunque altro partito politico e quindi contrariamente alla retorica dell’uno vale uno – con decisioni prese dalla Casaleggio Associati, da Beppe Grillo, dall’inner circle che governa il Movimento 5 Stelle, fino al caso di parlamentari che fuoriescono perché le loro opinioni non sono considerate assimilabili a quelle degli altri, ma contrastano con la linea ufficiale. Il partito che propaganda “uno vale uno” è invece assolutamente centralistico, totalmente dirigistico, molto verticistico. Persino quelli che ne hanno costituito il nucleo originario, che hanno rappresentato l’avanguardia, si trovano a subire la mitologia dell’orizzontalizzazione e a ritrovare la propria opinione messa da parte perché, in questo caso in senso deteriore, uno non vale uno, ma c’è qualcuno che vale e pesa più degli altri.

Su questo caso Di Maio non si è espresso in termini aggressivi, ma Grillo ha detto “Offro il doppio di Berlusconi”, insinuando che il deputato sia stato “comprato”…

Grillo trasferisce le vicende del Movimento, come sempre, sul piano satirico e parodistico, come d’altronde è la sua professione. Mi permetto di aggiungere, allora, che “uno non vale uno” anche dal punto di vista professionale, perché Beppe Grillo non è, quando fa battute, uno come gli altri, tanto dal punto di vista della professionalità – perché è una consacrata e importante figura della scena satirica italiana – sia perché la sua opinione è molto più rilevante e significativa di uno di noi, non è quella di una persona che sta passeggiando per la strada. Questa, però è la strategia comunicativa classica del Movimento 5 Stelle, che è di lotta e di governo, un ircocervo in cui Di Maio incarna l’anima governista (e quindi nella polemica con Dall’Osso non eccede con i toni) e invece Grillo come al solito dilaga, prorompe, incarna la pancia del Movimento che è una pancia molto preoccupante.

Nei giorni scorsi sempre Grillo aveva condiviso un video, Aspettando Godot, in cui diceva la politica non sa dove sta andando, ma c’è chi ha visto un richiamo al suo stesso Movimento che non è più riconoscibile come prima…

Qui emergono le contraddizioni necessarie, inevitabili dell politica. In politica, da sempre, si chiede consenso quando si è opposizione perché si condanna o si considera sbagliata la politica di chi sta al governo. In genere perché la si considera sbagliata e la si vuole cambiare. Il Movimento 5 Stelle ha abbracciato totalmente l’idea della diversità morale e antropologica che gli ha consentito di fare il pieno di voti, ed è qualcosa che va al di là dell’idea del chiedere i voti per sostituire le politiche presenti con delle altre diverse. Sappiamo che il Movimento 5 Stelle ha costruito la sua fortuna, fondamentalmente, su una macro-issues, che è l’onestà. Questa è una dimensione pre-politica che esula dalla questione delle policies, delle piattaforme delle politiche pubbliche e nel momento in cui entra nella stanza dei bottoni per un verso si accorge che una parte dei bottoni non c’è, un parte non è adeguatamente funzionante (tema strutturale della governance nazionale italiana), e si trova però a dover fare delle scelte. Tutte le ambiguità e le ambivalenze che sono perfette per accumulare voti devono sciogliersi o rendono il messaggio comunicativo meno unitario.

Eppure su tanti temi non si capisce quale sia la linea di M5S, dalla Tav al Tap…

Il punto è che il Movimento queste contraddizioni cerca ancora di contenerle. Il Movimento, che è strutturalmente un partito, ricordiamolo, anche se si dichiara un movimento come a sottolineare la sua estraneità strutturale dalla forma partitica tradizionale, cerca di contenere queste contraddizioni perché quelli che sarebbero i capi corrente in un partito tradizionale, nel Movimento 5 Stelle, sono figure spendibili rispetto all’opinione pubblica di fronte alla quale incarnano ruoli diversi.

Ci dice quali?

L’anima governista, come ho detto anche in precedenza, è incarnata da Luigi Di Maio, poi però c’è un’anima che è ortodossa nelle geografie del Movimento e che è percepita dall’opinione pubblica come “di sinistra”, e c’è un’anima totalmente barricadera, pasionaria, quella più in sintonia con Grillo e più antisistemica che, non a caso, è anche lontana fisicamente dal Paese, pronta per essere richiamata quando e se sarà necessario, che è Di Battista, espressione perfetta del populismo. Chiaramente, alla prova del governo, nella dimensione del lavoro concreto sulle politiche pubbliche entrano in risonanza e non è sufficiente l’attendismo e la dilazione spostando nel tempo le decisioni, come la Commissione costi e benefici sulla Tav, che sicuramente svolgerà un lavoro serio, ma che nel caso del ministro Toninelli serve soprattutto a spostare la decisione, a non doverla prendere adesso nell’attesa di non scontentare almeno virtualmente un pezzo del proprio elettorato.

Insomma, i nodi stanno venendo al pettine…

Esatto. Il punto, però, è che il Momento 5 Stelle è l’espressione italiana di un processo a cui stiamo assistendo in tutto l’occidente, che il Movimento 5 Stelle ha perfettamente incarnato in Italia e a cui ha contribuito potentemente con un vero e proprio patto faustiano, cioè quello della distruzione del sistema, che è il paradigma della protesta infinita. Non è tanto la richiesta della sostituzione di politiche con altre politiche, perché alla prova del governo le politiche del Movimento sono poco chiare, come peraltro dal loro programma, contraddittorie, non risolutive, ma hanno già innescato quell’elemento di protesta antisitemica di cui potrebbero non essere più i rappresentati ideali. Si aprono così degli spazi in queste società occidentali, dove il paradigma liberal-democratico è purtroppo molto in affanno, per l’ingresso sul mercato politico di altri imprenditori politici in grado di capitalizzare questa protesta infinita che una volta innescata non si arresta.

Pensa che in Italia a capitalizzare sia e sarà Salvini?

Esattamente. Perché Salvini ha una strutturazione, una esperienza e un professionismo politico che vengono dalla Lega del passato, che vengono dalla sua diretta militanza e dal suo ruolo come dirigente in tutti questi anni. Ha una proposta politica che è definita, di destra radicale, che è chiara e ha dei capisaldi. Il suo partito – non a caso anche la Lega si definiva movimento – ha una schiera di amministratori che da molti anni governano realtà importanti, le realtà produttive del nord, innanzitutto. Quindi è plausibile che una parte del Movimento 5 Stelle, che è un movimento gassoso e, diciamo, intermittente, che non si vuole istituzionalizzare, se perderà parte del suo consenso – ne sta già perdendo, ma non così tanto – sarà in direzione della Lega, per un verso, e dall’altro nella direzione di questa protesta infinita che attende un nuovo imprenditore politico. E questa è una falla che Grillo sta cercando di tappare.

L’opposizione, in questo quadro, dove sta?

Anche in questo caso, la specificità italiana è particolare: l’Italia ha sempre avuto una dimensione laboratoriale di disgregazione della democrazia liberale. In questo quadro, l’opposizione è confluita all’interno dei movimenti populisti: il punto è che giocano tutte le parti in commedia. Del resto il Movimento 5 Stelle è così “catch all” da portare inevitabilmente in questa direzione in cui gioca lui stesso tutti i ruoli. Entrambi i partiti di governo, su specifiche issues, si marcano e si fanno opposizione quindi in questo il ruolo dell’opposizione è ancora più difficile. Lo è ancora di più perché noi abbiamo assistito in Italia a una trasformazione del ciclo politico e del discorso pubblico che vede il populismo come una dimensione che ha inglobato gran parte del discorso pubblico. Ora il populismo si sta trasformando nel mainstream, nel vero nuovo pensiero unico. Questo è l’enorme problema.

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