Trump in Iraq, le tre ragioni dietro la visita del presidente Usa

Trump in Iraq, le tre ragioni dietro la visita del presidente Usa
Trump cerca l'appoggio dei militari in mezzo alle polemiche sulla sua strategia e vola in Iraq a far visita al contingente Usa. Ecco le tre ragioni dietro la scelta del Commander in Chief

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, mercoledì è volato in Iraq insieme alla First Lady Melania per visitare i soldati americani nella base di Al Asad, a ovest di Baghdad – il contingente si trova là per combattere lo Stato Islamico, in continuazione di una presenza irachena che dura dalla guerra del 2003.

Come spesso accade in certi casi, la visita della coppia presidenziale non era programmata ufficialmente: i giornali dicono “a sorpresa”, ma in realtà in queste circostanze è quasi sempre così per ragioni di sicurezza. Rispetto a quando è stato reso pubblico (intorno alle otto di sera, ora italiana: erano le 22 in Iraq, Trump era già ripartito verso la base tedesca di Ramstein), il viaggio era stato tracciato in anticipo da un osservatore amatoriale di voli aerei attraverso open source. L’account Twitter @CivMilAir aveva individuato movimenti strani di un aereo dalla base di Andrews, quella in cui è di stanza l’Air Force One: un velivolo era decollato con sigle di coda alterate (poi un appassionato di aeroplani aveva fotografato il 747 speciale del presidente mentre sorvolava la Gran Bretagna, mettendo le immagini su Flickr).

Alla fine, come spesso succede, è stato Trump in persona la più importante fonte aperta su se stesso, condividendo in un tweet un video che lo riprendeva con i militari – il presidente era rimasto off-line per diverse ore, durante un viaggio che ha raccontato come “molto buio”: misura tattica adottata dai piloti per mantenere massima la segretezza.

S’è trattato della prima visita di Trump a un contingente impegnato in una combat-zone – un funzionario della Casa Bianca, qualche mese fa, confessava al Washington Post che il presidente “ha paura” di andare in certi posti “dove vengono uccise le persone”, ma la linea ufficiale era “un’agenda fitta di impegni”. Adesso però il momento è molto particolare. La scorsa settimana, il presidente ha annunciato la decisione di ritirare i duemila uomini delle unità speciali che stanno combattendo il Califfato in Siria, che sono praticamente la controparte appena oltre confine dei soldati visitati ieri. La decisione s’è portata dietro molte critiche dall’esterno e dall’interno degli Stati Uniti.

Ovunque sono stati più che altro i militari a mostrare il loro disaccordo, al punto che il capo del Pentagono, il generale in congedo Jim Mattis, s’è dimesso in polemica per le scelte che riguardano il contingente siriano e la riduzione, annunciata contemporaneamente, di quello presente in Afghanistan.

La scelta della tappa irachena ha dunque vari ordini di valore. Primo, prova ricostruire un rapporto di vicinanza, partendo da un raggruppamento militare corposo che il presidente ha scelto (almeno per il momento) di confermare al proprio incarico – al Asad era dunque una caserma all’interno della quale Trump non avrebbe trovato malumori diretti, diversamente poteva andare in Afghanistan (o peggio col contingente siriano, che sarebbe stato comunque impossibile da visitare per un’alta carica, perché è acquartierato in postazioni semi-clandestine e molto vicine ai fronti d’ingaggio).

Secondo, permette al presidente di mostrare il proprio impegno nella continuazione della lotta al terrorismo. Trump ha dichiarato che l’IS era stato sconfitto, ma è noto che l’organizzazione di Abu Bakr al Baghdadi, sebbene abbia perso la sua dimensione statuale, è entrata in modalità stealth per nascondere le tracce, e continua a rappresentare un pericolo, sia sul posto, sia in termini di proselitismo internazionale (nelle ultime settimane c’è stato un attentato a Strasburgo, uno a Tripoli e un altro in Iraq, tutti dedicati al Califfo secondo la pratica dell’intestazione richiesta dal gruppo, che permette a chiunque di compiere azioni jihadiste in modo autonomo, riconosciute poi come parte della lotta califfale).

Terzo, serve per anticipare eventuali e successive mosse che potrebbero al limite riguardare anche l’Iraq, visto che Trump è stato più volte critico – anche prima di diventare presidente – su questo genere di impegni militari americani. In questo caso, la usa presenza al fianco delle truppe è utile anche per cercare un avvicinamento con il mondo degli operativi in mezzo ai problemi che si sono creati con il Pentagono e i quadri dirigenti più legati a Mattis.

“Non saremo più gli idioti che si fanno fregare. La nostra presenza in Siria non era a tempo indeterminato, siamo andati lì per restarci tre mesi, e non ce ne siamo mai andati” ha detto Trump ai suoi soldati in Iraq parlando del ritiro dalla Siria. Poi ha spiegato che i generali lo stavano pressando per restare almeno per altri sei mesi, ma lui da Commander in chief  ha preso un’altra decisione: “Gli ho detto, ‘No. Non puoi avere più tempo, hai avuto abbastanza tempo’, li abbiamo buttati fuori, li abbiamo messi in ridicolo (si riferiva all’Isis, ndr)”. Poi ha aggiunto: “Siamo sparsi in tutto il mondo […] Siamo in paesi di cui la maggior parte della gente non ha mai sentito parlare. Francamente, è ridicolo”.

Il presidente, davanti ai rapporti con il dipartimento di Difesa in crisi, ha cercato un contatto diretto con i soldati. E ha usato la sua retorica classica, quella che è piaciuta agli elettori che lo hanno votato. Per esempio, ha parlato di un aumento del dieci per cento degli stipendi ai soldati, una cosa che a detta sua non si vedeva da anni. Si tratta però di un’affermazione incorretta, o una falsità, che il presidente ha già ripetuto più volte: in realtà la legge quadro passata sulla Difesa, il National Defense Authorization Act, prevede un incremento del 2,6 per cento per il 2019, e la rivalutazione delle paghe dei militari è annuale, e non è mai stata interrotta. È però vero che l’aumento previsto per il prossimo anno è il più alto degli ultimi nove per qualche decimale (nel 2018 è stato del 2,4 per cento), e questo è un terreno di contatto comunque abbastanza sentito.

Alla fine del suo discorso, parecchi militari si sono avvicinati per far firmare al presidente gadget con scritta “Make America Great Again”, ossia lo slogan della campagna elettorale che va sotto l’acronimo MAGA e che contraddistingue la presidenza trumpiana insieme all’America First. Un soldato gli ha fatto firmare anche una patch con la scritta “Trump 2020″, anno in cui il presidente dovrà cercare il suo secondo mandato alle presidenziali. A un certo punto ha indicato uno dei militari dicendo agli altri “lui è tornato nell’esercito per me” – “E io sono qui per te”, ha aggiunto.

In una delle varie photo-opportunity, ieri Trump è stato ripreso insieme alla First Lady con intorno un gruppo di Navy Seals, il Team Five, armati come se stessero per partire in missione, nonostante fossero pronti per la cena, dentro al refettorio (in foto). Avevano indossato anche i visori notturni e la cosa è sembrata un po’ comica, ma ci sono state polemiche anche perché condividendo quella foto nel suo Twitter-video, Trump avrebbe violato la regola base sul luogo di dispiegamento delle forze speciali: la segretezza.

Il corpo è una delle unità speciali che più di tutti hanno combattuto il terrorismo in questi anni in Iraq e altrove. Sappiamo che almeno qualche unità di questo corpo scelto apprezza Trump. Lo scorso gennaio, a pochi giorni dall’Inauguration, un plotone di Seals viaggiò in un’autostrada dell’Est Coast americana con un Humvee a cui avevano attaccato una bandiera a sfondo blu con la scritta MAGA, che è un richiamo molto patriottico e piace parecchio ai militari – con cui però, adesso, Trump dovrà ricostruire un rapporto, eroso con le decisioni sul ritiro, la lite a bassa intensità con Mattis e l’espulsione dalla Casa Bianca di tutta quella serie di collaboratori che arrivavano dalle forze armate.

(Foto: Twitter, @realDonaldTrump)

ultima modifica: 2018-12-27T09:50:07+00:00 da Emanuele Rossi

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