Gli indicatori economici principali per la Turchia suggeriscono l'inizio di una dolorosa recessione, amplificata dall'affermazione del governo secondo cui serve solo ricalibrare. Ma il deficit della bilancia commerciale estera crolla e le mosse di Erdogan non aiutano...

Non c’è solo la geopolitica, il dossier idrocarburi e la nuova lotta per il predominio nella macroregione mediorientale a monopolizzare le attenzioni del governo di Erdogan. L’economia riveste ancora un ruolo significativo, non fosse altro perché gli indicatori economici principali per la Turchia suggeriscono l’inizio di una dolorosa recessione, amplificata dall’affermazione del governo secondo cui serve solo “ricalibrare”. I numeri inchiodano Ankara e si fondono con le sfide che si avvicinano col nuovo anno.

CRISIS

Il deficit della bilancia commerciale estera a novembre è diminuito del 90,5%, sceso fino a 604 milioni a rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, stimolato da un calo della domanda di importazioni. Nel frattempo l’inflazione annuale principale è rallentata al 22,6% a novembre, in calo dal 25,2% di ottobre: il livello più alto in 15 anni.

Tra l’altro lo scorso martedì la lira turca ha perso un altro 3% a causa delle crescenti aspettative di un allentamento anticipato della politica monetaria. Un trend avviato all’inizio del 2018 per le preoccupazioni degli investitori sulla capacità della banca centrale di reagire adeguatamente all’inflazione. C’è stato in verità un massiccio rialzo del tasso di 6,25 punti percentuali a settembre scorso che ha limitato alcune perdite dopo il crollo del 47% fatto registrare in agosto. Ma di più se ne saprà in occasione del vertice bancario del prossimo 13 dicembre.

LIRA

La lira si è deprezzata ulteriormente, quindi, rispetto al dollaro, mentre l’indice dei prezzi al consumo cala dell’1,44%. Dati che dall’Istituto statistico turco sono comunque un altro segnale preciso sui conti del Paese e sulla sua tenuta: gli investitori sono ancora preoccupati sui tassi della banca centrale. Come osservato sulla stampa internazionale da Timothy Ash, analista della Blue Bay Asset Management, la lira turca ha faticato a mostrare miglioramenti e quindi sono fisiologici i timori generalizzati.

Goldman Sachs ha previsto che l’inflazione in Turchia raggiungerà il picco del 27% circa già dal primo trimestre del 2019 e non è affatto certo che la politica di sconti su alcuni prodotti avanzata dal governo produca i frutti sperati.

Secondo Bloomberg si apre un altro rischio: che la banca centrale possa decidere di tagliare i tassi troppo presto, quando i mercati non sono ancora pronti. In quel caso ci potrebbe essere un’ulteriore volatilità della lira. Mentre Moody’s due settimane fa ha precisato che premature misure di stimolo fiscale potrebbero causare l’effetto contrario: indebolire nuovamente la valuta e rinvigorire l’inflazione.

TREND

Un puzzle articolato e dagli effetti imprevedibili, con una prospettiva densa di incertezze. Infatti gli effetti della crisi valutaria e l’aumento dei tassi di interesse potrebbero causare la recessione già accusata mesi fa in occasione della teoria sulla “lenta combustione” dell’economia turca.

Il governo non si scosta dalla contromossa imbullonata al cosiddetto riequilibrio unico, come se da solo possa essere sufficiente a rimettere in pista il Paese. È evidente che le difficoltà di natura economica si sommano al panorama geopolitico tutt’altro che sereno e alla tenuta anche politica del governo. Perché se è vero che da un lato la lira potrebbe, al limite, recuperare lievemente dal picco del 2018, dall’altro la vita reale di cittadini e imprese mostra segni negativi.

I semi di un rallentamento economico incombente sono ovunque, soprattutto nei distretti operai e nei negozi, dove i commercianti registrano il crollo della domanda, mentre i prestiti sono concessi dalle banche a interessi altissimi, quindi scoraggiando le piccole e medie imprese.

SCENARI

Sullo sfondo ecco due elementi. Il primo: le elezioni amministrative del 2019 in 81 province potrebbero, dunque, lanciare un segnale preciso al potere erdoganiano, considerando che si andrà al voto anche in città simbolo come Ankara e Istanbul dove si respirano ancora i “detriti” della rivolta di Gezi Park e della repressione post golpe 2016.

Lo zoccolo duro dell’elettorato classico di Erdogan basato su famiglie, nomenklatura e militari, ha dinanzi a sé un 2019 pieno di dubbi più che di certezze. Salari, pensioni, investimenti e possibili nuove tasse sono uno spauracchio oggettivo. A ciò si aggiunga che il mondo della cultura e i giovani, tradizionalmente critici verso il Presidente, vorranno recitare un ruolo.

In secondo luogo il dossier idrocarburi è un elemento decisivo per la definizione di rapporti e strategie, con la Exxon già operativa nel blocco 10 della Zona economica esclusiva di Cipro e la replica turca fatta di minacce e scatti in avanti, dopo aver acquistato una nave per perforare nella parte di Cipro occupata.

twitter@FDepalo

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