La tutela dei minori è il senso di questo Natale. La storia di Emran

La tutela dei minori è il senso di questo Natale. La storia di Emran
Finché non ci si deciderà a curare la piaga di quei bambini, figli di terroristi o delle innumerevoli vittime dei terrorismi, è difficile pensare che la guerra sia vinta davvero

C’è qualcosa di straordinario nella testimonianza di Emran, naufrago quattordicenne che ha raccontato del suo compagno di disgrazia in Libia: “In Libia mi hanno imprigionato, con me c’era un giovane somalo, era pelle e ossa, volevamo dargli da mangiare ma ce lo hanno impedito. È morto due giorni dopo”. Il suo racconto è emerso mentre non si trovava il modo di dare subito aiuto neanche a un bambino di sette anni che si trovava tra i naufraghi respinti nel Mediterraneo alla vigilia di Natale.

Il suo racconto assume rilievo straordinario perché indica una questione che emerge come decisiva; la questione dei minori, che nel presepio hanno una figura non certo marginale. Gli amanti del presepio si prendono cura di fiumi, casette, pastori, pontili, facendone spesso un’arte: un’arte importante, ma che non deve far velo alla drammaticità del racconto. Lo disse così nell’omelia della notte di Natale 2012 Benedetto XVI: “Sempre di nuovo mi tocca anche la parola dell’evangelista, detta quasi di sfuggita, che per loro non c’era posto nell’alloggio. Inevitabilmente sorge la domanda su come andrebbero le cose, se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta. Ci sarebbe posto per loro? E poi ci viene in mente che questa notizia, apparentemente casuale, della mancanza di posto nell’alloggio che spinge la Santa Famiglia nella stalla, l’evangelista Giovanni l’ha approfondita e portata all’essenza scrivendo: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11).

Così la grande questione morale su come stiano le cose da noi riguardo ai profughi, ai rifugiati, ai migranti ottiene un senso ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi?”. La questione riguarda prioritariamente i più deboli, e quindi prioritariamente i minori, che sono una spia del grado di cura per il futuro e di tutela dell’indifeso. Ma oggi la parola “minori” è difficile per molti, a cominciare da quelli che prestano maggiore attenzione ad altri vocaboli, come “confini”. Anche nella Chiesa il vocabolo “minori” è problematico, conduce agli abusi e quindi legittima l’idea che questa emergenza, come ha detto il vescovo tedesco Heiner Wilmer, “per l’immagine di sé della Chiesa è uno shock, la cui portata vorrei paragonare alla conquista e al saccheggio di Roma da parte dei visigoti con Alarico nel 5° secolo. Da allora la teologia paleocristiana è entrata in una crisi di significato: come ha potuto Dio permettere che il centro della cristianità fosse funestato e devastato da barbari pagani? 1.300 anni più tardi, nell’età dell’illuminismo, dopo il devastante terremoto di Lisbona del 1755, è diventato più acuto il problema della “Teodicea” riguardante l’interrogativo del potere onnipotente di Dio e della sofferenza umana. E io credo che la Chiesa oggi si trovi in una situazione simile e persino più drammatica, poiché il male è derivato da lei stessa.”Ma il problema non riguarda solo la Chiesa.

Ci sono tra di noi europei minori stranieri e non accompagnati, a partire dai 300mila che vagano chissà dove e chissà come e gli orfani dell’Isis, i figli dei combattenti o i figli delle vittime dei combattenti, dei quali non ci sono neanche statistiche complessive. Uno studio per la sola città di Mosul parla di 17mila orfani, in condizioni di quasi abbandono. Dunque sono i minori il simbolo potente di una condizione emergenziale. I bambini fantasma, che nessuno vede e vuole, vagano da anni tra Siria e Iraq. Bambini randagi ad Aleppo, perché ritenuti “i figli dei terroristi”, bambini figli di Foreign Fighters sui quali ricade la colpa dei genitori; la Francia ne ha rimpatriati tre, si parla di altri 600 accertati. Ma sono migliaia i bambini scartati in quei territori dei quali sappiamo pochissimo, scriviamo pochissimo, una vaghezza che testimonia come possa essere avventata l’idea trumpiana di dichiarare vinta la guerra ai terroristi di al-Baghdadi.

Finché non ci si deciderà a curare la piaga di quei bambini, figli di terroristi o delle innumerevoli vittime dei terrorismi, è difficile pensare che la guerra sia vinta davvero ed è ancora più difficile sperare che si sappia prendere coscienza della piaga dei minori non accompagnati in Europa, dei quali recentemente si è occupata solo la Caritas, in un rapporto pubblicato in questi giorni e basati su dati Eurostat. “Giunti in Europa, per vie illegali, molti di questi minori non accompagnati non ricevono le condizioni minime di assistenza necessaria, prima fra tutte la protezione da abusi e violenze. Mancano strutture di accoglienza adeguate, operatori qualificati in grado di assisterli, percorsi educativi pensati per loro che limitino il rischio di emarginazione e sfruttamento, interpreti e mediatori culturali in grado di facilitare le relazioni tra sistema di assistenza e minori. L’esito più preoccupante di questa inadeguatezza è il cosiddetto esercito degli invisibili, o degli scomparsi. In particolare i minori non accompagnati arrivati in Italia poi diventati irreperibili sono 4.307, di ben 23 etnie diverse. Oltre quattromila bambini spariti, di cui non si sa più nulla, alcuni probabilmente rimpatriati, altri probabilmente fuggiti al compimento dei 18 anni”.

Questa gioventù tradita, abbandonata, facilmente abusata, forse di più, si unisce, in particolare per la Chiesa, all’infanzia o adolescenza vittima di abusi nelle scuole, nei seminari, o altrove, per via di religiosi. È a questa piaga, in vista dell’incontro di febbraio con i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, evento senza precedenti nella storia, che Papa Francesco ha dedicato il cuore del suo messaggio natalizio alla Curia Romana. Basterà a febbraio ripetere “tolleranza zero?” Non penso. Il Papa ha detto chiaramente nella lettera ai cileni, indirizzata a tutti i fedeli e non solo ai vescovi o ai ministri del culto, che la Chiesa è di tutti i fedeli, sono loro gli unti. Monsignor Heiner Wilmer – ex superiore generale dei dehoniani e, dal 1° settembre 2018, vescovo di Hildesheim – ha spiegato così cosa c’entri questo con il problema degli abusi: “Quando sento dal card. Gerhard Müller che i laici secondo l’ordinamento sacro della Chiesa non possono giudicare i ministri consacrati, posso solo dire: non è vero. Nei primi secoli i diaconi e i preti venivano sempre scelti alla carica di vescovo per acclamazione del popolo. A Colonia, come lei sa, nel medioevo i cittadini insorsero ripetutamente contro il potere del loro arcivescovo e, nel 1288, nella battaglia di Worringen, conquistarono la libertà del loro feudatario. C’erano allora nella Chiesa molte più forme di partecipazione di quelle che abbiamo noi oggi”.

Dunque la linea della tolleranza zero passa di qui, dal superamento della idea pre-conciliare di una Chiesa proprietà dei consacrati. Ma non basterà la riforma interna, ci sarà bisogno di una chiara svolta giudiziaria. E dopo il discorso pronunciato da Papa Francesco appare probabile che, nel rispetto delle diverse condizioni e legislazioni, si dovrebbe procedere alla denuncia alle autorità civili. Ma seguiamo i punti di questo discorso, che pone alla sua base l’abuso di potere e la corruzione: “Pensando a questo doloroso argomento mi è venuta in mente la figura del re Davide – un «unto del Signore» (cfr 1 Sam 16,13; 2 Sam 11–12). Egli, dalla cui discendenza deriva il Bambino Divino – chiamato anche il “Figlio di Davide” –, nonostante il suo essere eletto, re e unto del Signore, commise un triplice peccato, cioè tre gravi abusi insieme: abuso sessuale, di potere e di coscienza. Tre abusi distinti, che però convergono e si sovrappongono”.

È tempo che Papa Francesco insiste su questo, l’abuso come abuso di potere e abuso sessuale e ripete “peccatori sì, corrotti no”. Ecco perché questo discorso e il riferimento a Davide merita di essere letto nell’analisi prima che nelle conclusione di indirizzo per il futuro. “La storia inizia, come sappiamo, quando il re, pur essendo esperto di guerra, rimane a casa a oziare invece di andare in mezzo al popolo di Dio in battaglia. Davide approfitta, per suo comodo e interesse, del suo essere il re (abuso di potere). L’unto, abbandonandosi alla comodità, inizia l’irrefrenabile declino morale e di coscienza. Ed è proprio in questo contesto che egli, dalla terrazza della reggia, vede Betsabea, moglie di Uria l’ittita, mentre fa il bagno e se ne sente attratto (cfr 2 Sam 11). La manda a chiamare e si unisce a lei (altro abuso di potere, più abuso sessuale). Così abusa di una donna sposata e sola e, per coprire il suo peccato, richiama a casa Uria e cerca invano di convincerlo a passare la notte con la moglie. E successivamente ordina al capo dell’esercito di esporre Uria a morte certa in battaglia (altro abuso di potere, più abuso di coscienza).

La catena del peccato si allarga a macchia d’olio e diventa rapidamente una rete di corruzione. Lui è rimasto a casa a oziare. Dalle scintille dell’accidia e della lussuria, e dall’“abbassare la guardia”, inizia la catena diabolica dei peccati gravi: adulterio, menzogna e omicidio. Presumendo, essendo re, di poter fare tutto e ottenere tutto, Davide cerca anche di ingannare il marito di Betsabea, la gente, sé stesso e perfino Dio. Il re trascura la sua relazione con Dio, trasgredisce i comandamenti divini, ferisce la propria integrità morale, senza neanche sentirsi in colpa. L’unto continuava a esercitare la sua missione come se niente fosse. L’unica cosa che gli importava era salvaguardare la sua immagine e la sua apparenza. «Perché coloro che non si accorgono di commettere gravi mancanze contro la Legge di Dio possono lasciarsi andare ad una specie di stordimento o torpore. Dato che non trovano niente di grave da rimproverarsi, non avvertono quella tiepidezza che a poco a poco si va impossessando della loro vita spirituale e finiscono per logorarsi e corrompersi» Da peccatori finiscono per diventare corrotti.” Ecco spiegato il “peccatori sì, corrotti no”, ecco spiegato l’abuso di potere che Bergoglio indica da tempo nei suoi documenti sugli abusi sessuali.

A tutto questo lui dà due risposte che archiviano il vero giustificazionismo interno. La prima è concettuale: “Alcuni all’interno della Chiesa si infervorano contro certi operatori della comunicazione, accusandoli di ignorare la stragrande maggioranza dei casi di abusi, che non sono commessi dai chierici della Chiesa – le statistiche parlano di più del 95% – e accusandoli di voler intenzionalmente dare una falsa immagine, come se questo male avesse colpito solo la Chiesa Cattolica. Invece io vorrei ringraziare vivamente quegli operatori dei media che sono stati onesti e oggettivi e che hanno cercato di smascherare questi lupi e di dare voce alle vittime. Anche se si trattasse di un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – la Chiesa chiede di non tacere e di portarlo oggettivamente alla luce, perché lo scandalo più grande in questa materia è quello di coprire la verità”. La seconda è giudiziaria: “A quanti abusano dei minori vorrei dire: convertitevi e consegnatevi alla giustizia umana, e preparatevi alla giustizia divina, ricordandovi delle parole di Cristo: “Chi scandalizzerà anche uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare.

Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!”. Non a caso in un recente articolo apparso su La Civiltà Cattolica, padre Federico Lombardi ha scritto: “Il rapporto e la collaborazione con le autorità civili vanno sviluppati e coltivati nella prospettiva della verità e della giustizia. Naturalmente le legislazioni e l’autorevolezza delle istituzioni pubbliche sono molto diverse nei vari Paesi e non si può non tenerne conto, ad esempio nella stessa redazione delle «Linee guida». Ma la Chiesa deve dimostrarsi impegnata per la causa della protezione dei minori e delle persone vulnerabili in tutta la società e fare la sua parte con realismo e umiltà. In diverse regioni del mondo o in aree di grande povertà, sfruttamento, migrazioni ecc. si riconosce che il problema è esistente, ma inserito in un contesto più ampio di violenza e di sfruttamento dei minori talmente grave e generalizzato che non sembra giustificato trattare l’abuso sessuale in modo privilegiato rispetto ad altri aspetti: è l’intera condizione dei minori che va risanata. Bisogna perciò saper vedere l’abuso sessuale come un aspetto importante, ma non isolato, della problematica tragica della «cultura dello scarto», che colpisce i piccoli e i deboli”.

È proprio così. I due estremi citati, la condizione di Emran o dei tanti minori non accompagnati tra di noi o lontano da noi, lì dove si definiscono i contorni delle sfide di domani, e la tutela dei minori dagli abusi sono la cifra di questo Natale, che deve prendere consapevolezza di quanto la difficoltà a prendersi cura dell’infanzia sia l’incapacità a prendersi cura del futuro, del nostro futuro. E’ come se questo Natale venisse ad avvisarci che o si vede Erode e si riparte, o si finisce con il non vederlo, cioè con l’accettarlo, con ciò che ne consegue.

ultima modifica: 2018-12-25T12:00:48+00:00 da Riccardo Cristiano

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