Web e famiglie, la complicità (possibile) tra genitori e figli

Web e famiglie, la complicità (possibile) tra genitori e figli
Potremo educare i nostri figli in mille modi e attraverso numerose attività da realizzare insieme, giocando o leggendo, costruendo plastici o facendo puzzle, ma anche ascoltando musica su YouTube o guardando un video postato su Facebook. Dal libro di Annalisa D’Errico e Michele Zizza "Figli virtuali" (Erickson edizioni)

La parola complicità deriva dal latino «complex», composto da cum = con, insieme; e plico (greco plèko) = piego insieme, avvolgo. Il significato? «Che è avvolto». Insomma, la complicità ci fa subito pensare a due pagine piegate insieme, vicine e simmetriche. Oppure a un corpo che abbraccia, a uno sguardo comprensivo di chi sa ascoltare davvero, a due mani intrecciate che non possono staccarsi. Chi si ama è complice, l’abbiamo capito. E quale amore più grande di quello dei genitori verso i propri figli?
Essere complici vuol dire condividere emozioni, scoperte, segreti. A questo dobbiamo aspirare nel rapporto con i nostri figli: a una condivisione (di qualità) di interessi e prospettive. La complicità ha poi un unico sinonimo: il dialogo. Solo attraverso una predisposizione aperta e non preconcetta verso i nostri figli e le loro passioni saremo in grado di instaurare un rapporto di fiducia e di reciprocità. Una
regola generale questa, applicabile anche nel contesto digitale: potremo educare i nostri figli in mille modi e attraverso numerose attività da realizzare insieme, giocando o leggendo, costruendo plastici o facendo puzzle, ma anche ascoltando musica su YouTube o guardando un video postato su Facebook.

Quello che non dobbiamo mostrare ai nostri figli è ansia o insicurezza rispetto alle loro attività on line e al loro uso di tecnologia: l’obiettivo è appunto quello di creare un dialogo friendly, dove web, app e social possono diventare uno dei tanti argomenti di cui parlare e sul quale confrontarsi. O che ci permettono di passare del tempo con loro, su argomenti attuali e di loro interesse.
I nostri figli, in altre parole, non devono percepire un nostro interesse morboso o invasivo verso la loro «digital life»: dobbiamo innanzitutto far arrivare il messaggio che il nostro non è un «controllo», ma piuttosto l’esercizio di una responsabilità, che non dipende da una mancanza di fiducia, bensì dalla minaccia di «pericolo» che può arrivare da fuori. Un po’ come nella favola di Cappuccetto rosso, quando la madre avvisa la piccola di stare attenta, nel bosco, alla possibile presenza del lupo: il suo ammonimento non è perplessità sulle capacità della bimba, ma su un’eventuale pericolosità esterna.
In questo modo, su un terreno comune e neutro, potremo insieme definire le regole di utilizzo dei social, analizzare i rischi e le opportunità della vita on line, valutare la capacità di impiego di questi strumenti. Ecco le domande a cui dovremo rispondere: mio figlio è in grado di individuare le possibili minacce che incontrerà sul suo cammino digitale? Avrà gli strumenti per reagire? Riconoscerà realmente ciò che la rete gli porrà davanti? Condividerà con noi i suoi dubbi e le sue paure? Avrà il coraggio di avvisarci se incontrerà il lupo? Un dialogo aperto ci permetterà così di intervenire in caso di necessità (con intelligenza e consci della materia). Ma ricordiamoci che — nella vita reale come in quella digitale — molto dipenderà da noi, dal nostro atteggiamento: se sapremo essere discreti, quasi invisi-
bili, pronti a farci coinvolgere quando sarà nostro figlio a chiedercelo, guadagneremo sempre più fiducia ai suoi occhi. E magari sarà proprio lui a chiederci l’amicizia su Facebook o a seguirci su Instagram, perché per lui sarà diventato importante condividere anche la vita «on line». Non solo quella «off line».

Al bando quindi minacce, domande petulanti sull’ultimo messaggio arrivato, cellulari sequestrati, connessioni wi-fi impedite, sistemi di controllo invasivi come le «app spia». La privacy è sacra e non vuol dire altro se non rispetto. Pensiamo alla nostra gioventù analogica, a quando le nostre madri leggevano di nascosto i nostri diari privati (quelli scritti a mano…) o ascoltavano le nostre telefonate da rete fissa, magari da un altro apparecchio in casa. Bene, ricordate la sensazione di fastidio? Di inopportunità? Di rabbia? Non cadiamo negli stessi errori, anche se realizzati con tecnologie evolute. E pensiamo che il principio è sempre lo stesso: a cambiare, nell’arco di qualche anno, sono solo gli strumenti.
I device, quindi, non sono altro che un’ulteriore occasione a nostra disposizione per creare un filo diretto, un rapporto empatico, fatto di fiducia e reciprocità, con i nostri figli. La tecnologia ci permette di condividere numerose attività insieme, che devono ovviamente essere integrate con quelle off line: dal teatro al cinema, dalla piscina ai corsi di karate, dalle gite alle visite culturali. Cosa possiamo fare allora, insieme, davanti a uno schermo?
Come si coltiva la complicità? Parafrasando l’Infinito di Giacomo Leopardi, dovremmo arrivare a dire «Navigar m’è dolce in questo mare»: insomma, avremo vinto la nostra personale sfida con internet nel momento in cui, sfogliando e commentando le stesse pagine, facendo acquisti on line condivisi, giocando con un’app o leggendo un articolo, imparando insieme una lingua grazie a siti web gratuiti, visitando virtualmente città o mostre, noi e i nostri figli avremo accresciuto la nostra confidenza, la nostra voglia di sperimentare e condividere emozioni o passioni.

(Estratto dal libro “Figli virtuali” di Annalisa D’Errico e Michele Zizza – Erickson edizioni)

ultima modifica: 2018-12-01T08:40:12+00:00 da Redazione

 

 

 

 

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