Il ricco lascito del tenace, intelligente, acuto prete siciliano, è valido ancora oggi, perché il pensiero sturziano non era ideologico, ma esprimeva un metodo di governo valido sempre e imperniato sulla partecipazione

Il 18 gennaio si celebra il centenario del Partito Popolare Italiano, fondato nel 1919. Il nome di Partito Popolare Italiano è intimamente legato alla personalità di don Luigi Sturzo, sacerdote di Caltagirone molto attivo, colto, attento al sociale che aveva fatto dell’impegno pubblico la sua missione, considerando la politica al servizio del prossimo.

Sturzo, legato all’obbedienza e alle regole della Chiesa cattolica romana mai pensò di ritenere il Ppi il suo braccio operativo, perché la Chiesa è universale e il partito parte. Non a caso si scontrò con cattolici conservatori molto autorevoli che immaginavano un partito chiaramente confessionale, come padre Gemelli e Olgiati. Il Ppi per il prete di Caltagirone doveva essere laico, aconfessionale, nazionale, popolare, di ispirazione cristiana in grado di accogliere anche chi non professava la religione cristiana.

L’iniziativa di dare vita alla formazione di un partito di cattolici viene esplicitata in un famoso discorso tenuto a Caltagirone alla Vigilia di Natale del 1905 che rimane pietra miliare del primo partito di cattolici in Italia: “I problemi della vita nazionale dei cattolici italiani”, dove Sturzo disegna la fisionomia del futuro partito. Esaurita la storica esperienza dell’Opera dei congressi, nata dopo la presa di Porta Pia, che imponeva ai cattolici di non partecipare alla vita politica attiva del nuovo regno, secondo la nota formula del “non expedit” promulgato da Pio IX, e alla luce degli aspri contrasti tra il Regno di Vittorio Emanuele II e la Santa Sede a causa della irrisolta “questione romana” mette i cattolici in una condizione di retroguardia.

Bisogna aspettare fino al 1905 quando Pio X concederà con prudenza deroghe alla norma di impedimento. Nel 1913 consentirà, annullato quasi del tutto il vincolo del non exepedit, la firma del Patto Gentiloni, che permetterà a liberali e cattolici di stringere accordi elettorali per le elezioni politiche, impegnandosi i primi a sottoscrivere punti di carattere programmatico spiccatamente cattolici. Solo nel 1919 Benedetto XV abrogherà definitivamente l’impedimento. È l’anno della nascita del Ppi.  Il 18 gennaio 1919 a Roma la “piccola costituente” comunica che la neonata formazione politica di ispirazione cristiana, che era pronta a dare cittadinanza anche ai non cattolici, se questi avessero condiviso i valori ed il programma.

I cattolici parteciperanno per la prima volta con una loro lista alle elezioni politiche di novembre. Non solo l’annullamento del non expedit agevolò la fondazione del partito, ma si era ormai consolidata una rete molto ampia di casse rurali, cooperative, leghe, sindacati cristiani bianchi per cui era naturale che tutta la ricchezza prepolitica fosse investita in politica, facendo nascere il partito popolare. Nella loro prima esperienza elettorale i popolari raccolsero il 20% dei voti, conquistando 100 seggi a Montecitorio. Alcuni punti del programma furono: difesa della famiglia secondo i principi cristiani, conquista della proporzionale funzionale alla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, legislazione sulle autonomie locali per allargare gli spazi di democrazia, sistema fiscale progressivo dei tributi, riforma del monopolio dell’istruzione pubblica, risoluzione della “questione del Mezzogiorno” come problema nazionale.

Il tempo a disposizione di Sturzo e dell’intero Ppi fu molto breve per realizzare l’ambizioso programma: il “biennio rosso”, gli attacchi scagliati dalla destra liberale, le difficoltà riscontrate coi socialisti oppositori di Turati, la veemente campagna di stampa contro don Sturzo e i suoi amici, le spedizioni punitive e le intimidazioni delle camicie nere di Mussolini, capo dei fascisti, non permisero che i popolari potessero agevolmente esercitare l’importante opera riformatrice dello Stato. Sturzo per il bene dell’Italia accettò nonostante tutto di collaborare coi governi del Duce, collaborazione breve che durò fino al congresso di Torino del 1923 quando l’assise popolare decise di votare contro l’alleanza con Mussolini. Le forti pressioni del capo fascista verso il Vaticano costrinsero il prete di Caltagirone a dimettersi da segretario del Ppi e successivamente a prendere la via dell’esilio. Inizia la profonda crisi dei popolari, che si concluderà nel 1926 quando il fascismo metterà fuori legge i partiti di opposizione.

Anche se breve la vita del Ppi, rimane una feconda esperienza di democrazia in Italia, che dopo la fine del secondo conflitto mondiale riprenderà il cammino interrotto con la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, grazie al ricco lascito del tenace, intelligente, acuto prete siciliano, valido ancora ancora oggi, perché il pensiero sturziano non era ideologico, ma esprimeva un metodo di governo valido sempre e imperniato sulla partecipazione.

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